Modelli agro-alimentari di sviluppo sostenibile

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI PAVIA
FACOLTA’ DI SCIENZE POLITICHE
CORSO DI LAUREA IN SCIENZE POLITICHE
TESI DI LAUREA
MODELLI AGRO-ECONOMICI DI
SVILUPPO SOSTENIBILE
Relatore:
Prof. MISSAGLIA Marco
Candidato:
CIANCIO Pierpaolo
286730/83
ANNO ACCADEMICO 2004/2005
2
Indice
1. Com’è nato questo lavoro
2. Introduzione e quadro della situazione
3. La fabbrica di proteine alla rovescia
4. “L’agricoltura sostenibile” di David Pimentel
4.1. Fertilizzanti
4.2. Rifiuti organici e acqua
4.3. Erosione
5. Tecniche di agricoltura ecologica e convenzionale a confronto
6. Cina e U.S.A.. Studio comparato
7. La foresta amazzonica. Il caso brasiliano
8. La posizione dei governi
9. Conclusione
Appendice
Bibliografia
3
1. Com’è nato questo lavoro
L’idea di trattare la questione alimentare è strettamente legata ad un
mio personale cammino, che mi ha portato a poco a poco ad
interessarmi a tutti i retroscena legati a ciò che pasto dopo pasto
consumiamo. Percorrendo per quasi tre anni la strada che collega
Pavia a Lodi sono stato incuriosito dalle coltivazioni di granoturco che
si estendono a perdita d’occhio. Ettari su ettari di granoturco ma
nessun piatto locale o regionale a base di mais. Appare dunque
naturale come abbia iniziato ad interessarmi al cammino nonché alla
destinazione di queste colture. Nel frattempo, a seguito di preziose
conoscenze che giorno dopo giorno apprendevo, anche le mie
abitudini alimentari sono cambiate, spronandomi ad approfondire il
problema alimentare globale, soprattutto in riferimento sia alla
denutrizione che affligge i paesi in via di sviluppo, quanto alle poco
auspicabili abitudini alimentari statunitensi. Scoprire che tutti quegli
ettari di terreno coltivato a granoturco sono destinati a sfamare (e
ingrassare) gli animali, mi ha spinto a ricercare modelli agroeconomici
e di dieta alternativi, che permettano di “aiutare” (per non
dire sfamare) il sud del mondo nella lotta contro la fame.
Con le prime letture mi sono subito reso conto della complessità della
problematica, cui sono più o meno strettamente collegate numerose
questioni dei più svariati campi: salutistico, geo-politico, economico,
morale e della sostenibilità nel tempo per nominarne solo alcuni. Gli
organismi geneticamente modificati, come anche gli allevamenti e le
colture intensive nonché l’uso di prodotti chimici, sono tematiche
attuali legate al problema della salute – tutela del consumatore.
Accordi dei governi con multinazionali pronte ad investire in
un’attività redditizia come l’allevamento riguardano equilibri geopolitici
ed economici. Correnti di pensiero animaliste specificamente
4
legate all’alimentazione toccano la sfera morale. Valide proposte di
dieta alternative (veganesimo e vegetarianesimo) e modelli agroeconomici
alternativi offrono risposte alla ricerca della sostenibilità
nel tempo.
2. Introduzione e quadro della situazione
A partire dalla seconda metà del XX secolo si è progressivamente
diffusa in tutto il globo la tecnica di integrare la dieta degli animali di
allevamento con cereali e soia. Tradizionalmente il bestiame è sempre
stato ruminante: le mandrie di bovini ed ovini venivano (e vengono
tutt’ora in parte) lasciate libere di pascolare per permettere loro di
nutrirsi naturalmente con il foraggio. Da poco più di mezzo secolo
cereali (in particolare mais) e soia sono parte integrante della dieta
bovina e degli altri animali d’allevamento. Le cause del cambiamento
sono strettamente legate all’economia. Un manzo nutrito a soia e mais
ingrassa di più e più velocemente rispetto a un altro capo al pascolo, e
un maggior peso comporta un maggior guadagno per l’allevatore.
L’origine del fenomeno è da ricercarsi negli U.S.A. della seconda
metà dell’Ottocento, momento in cui diversi fattori hanno contribuito
l’affermarsi di questa nuova tecnica di allevamento (denominata
“feedlots”, dal nome degli allevamenti intensivi in cui i bovini
vengono nutriti per 6-8 mesi a cereali e soia prima di raggiungere il
mattatoio1). Già durante i primi anni del XIX secolo gli U.S.A.
disponevano di tutte le premesse necessarie per un tale cambiamento:
un vasto territorio (che dopo un ventennio di guerre fu liberato prima
dai bisonti, concorrenti delle vacche, e poi, di conseguenza, dai loro
predatori, gli indiani2) comprensivo di vaste pianure nel West
(fenomeno che Jeremy Rifkin denomina “erba gratis”) e un surplus di
mais prodotto nel fertile Midwest. Con l’avvento della ferrovia i tempi
1 P. Singel, “Liberazione animale”, ed. NET, 2003, pag. 152
2 J. Rifkin, “Ecocidio”, ed. Mondatori, 2002, pag. 93
5
di spostamento diminuirono drasticamente e nei primi anni settanta
del secolo nello Iowa sud-occidentale (la regione della “Miami
valley”) e nel Kentucky centrale si praticò per la prima volta
l’ingrasso dei bovini3. Ad incentivare questa pratica contribuì
l’Inghilterra4, all’epoca dipendente per il 90% del proprio import di
carne dagli U.S.A.; la preferenza delle classi medie e alte, e dei
militari inglesi per la carne grassa contribuirono in modo rilevante
all’affermarsi della pratica del feedlots prima negli U.S.A. e poi, a
partire del XX secolo, in tutto il globo5. Come accennato, la diffusione
dell’ingrassamento dei bovini e degli altri animali d’allevamento ha
avuto un forte slancio a partire dal termine del secondo conflitto
mondiale: appena prima della guerra solo 2,2 milioni di bovini (il 5%
della popolazione bovina statunitense) veniva costipato nei feedlots;
nel 1990 il numero di bovini presenti sul territorio statunitense è
incrementato del 20% (raggiungendo i 100 milioni di capi), la
maggior parte dei quali è finita a mais6. Nell’ultima decade del
Novecento il terreno coltivato per permettere l’ingrassamento degli
animali allevati ha raggiunto nei soli U.S.A. i 42,5 milioni di ettari,
atti a produrre 220 milioni di tonnellate di cereali: il 92% dei cereali
prodotti (esclusi quelli esportati) serve per produrre carne, latte ed altri
prodotti animali7. Il fenomeno non riguarda i soli Stati Uniti, ma si è
progressivamente diffuso: circa 600 milioni di tonnellate di cereali
(vale a dire un terzo della produzione mondiale8) sono impiegate
globalmente nell’alimentazione animale9. Economicamente, oltre che
ecologicamente e moralmente, questa situazione risulta essere
insostenibile.
3 ivi, pag. 110
4 Il popolo inglese è storicamente considerato il più grande consumatore di carne. J. Rifkin,
op. cit., pag. 65
5 J. Rifkin, op. cit. pag. 111
6 ivi, pag. 115
7 D. Pimentel, “Il futuro sostenibile”, ed. Vallecchi, 1993, pag. 58
8 J. Rifkin, op. cit., pag. 72
9 ivi, pag. 116
6
3. La fabbrica di proteine alla rovescia
Come detto, i bovini sono naturalmente portati a nutrirsi con il
semplice foraggio, alimento non consumabile (e quindi non
concorrenziale) dall’uomo. I ruminanti, dunque, non necessitano di
proteine per alimentarsi in modo equilibrato, ma, nutrendosi di erba
rappresentano allo stesso tempo per i loro predatori (gli uomini) un’
importante risorsa proteica10. Questo processo di trasformazione di
alimenti non proteici (il foraggio) in prodotti proteici (il manzo) è
definito dall’economista Frances Moore Lappé “fabbrica di
proteine”11. Dal momento in cui per nutrire il bestiame vengono
impiegate sostanze proteiche come soia e cereali, la fabbrica di
proteine cessa di esistere. Anzi, l’effetto ottenuto è opposto: le
proteine consumate dagli animali non vengono mai integralmente
restituite sotto forma di carne commestibile dall’uomo. Negli U.S.A.
al vertice di questa “fabbrica di proteine alla rovescia” si colloca il
manzo, con un tasso di conversione di 16 a 1: per ogni 16 Kg di
cereali e soia consumati da un manzo si ricava solo 1 kg di carne per
l’alimentazione umana12. Un capo di manzo consuma mediamente
5.448 kg di foraggio e 1.293 kg di cereali e soia, che rappresentano
circa il 25% della loro dieta; tuttavia gli esperti ritengono che gli
alimenti proteici contribuiscano per il 40% al peso del manzo.
Considerando che il peso di un manzo medio al momento di essere
macellato si aggira intorno ai 196 kg, il 40% di questo peso (circa 78,5
kg) è dovuto alla soia e ai cereali: dividendo quest’ultimo valore per i
kilogrammi di alimenti proteici assunti (1.293) otteniamo,
arrotondando per difetto, quei 0,06 kg che ci permettono di
10 A differenza di come si è comunemente portati a credere, le proteine così dette “nobili”
non si identificano in quelle di derivazione animale, comprendendo altresì diversi alimenti
vegetali. Le proteine andrebbero analizzate lungo un continuum e gli alimenti distinti in
base alla quantità (percentuale) di proteine contenute (ove i germogli di soia emergono con
più del 40%) e alla porzione di proteine realmente utilizzabili (assimilabili). F. M. Lappé,
“Diet for a small planet”, ed. Ballantine Books, 2002, pag. 177
11 F. M. Lappé, op. cit., pag. 67
12 ivi, pag. 69
7
considerare un tasso di conversione di 16 a 113. Escludendo il latte
vaccino, unico alimento animale a costituire un’eccezione14, negli
U.S.A. la media di riconversione di cereali e soia in alimenti animali
commestibili per l’uomo è risultato nel 1979 di 7 a 115: dei 145
milioni di tonnellate di soia e cereali consumati dagli animali da
allevamento nel solo 1979 (mediamente ogni animale da allevamento
consuma 2,5 tonnellate di mais, soia ed altri alimenti commestibili
dall’uomo ogni anno16), sono corrisposti solo 21 milioni di tonnellate
di carne (rossa e pollame) e uova; i restanti 124 milioni di tonnellate
sono risultati inaccessibili all’uomo17. Tralasciando la questione della
perdita di calorie e dunque dello spreco energetico (16 kg di cereali
risultano essere 21 volte più calorici ed 8 volte più proteici, ma solo 3
volte più grassi di un kilogrammo di carne18), è importante
considerare che il valore di 124 milioni di tonnellate di alimenti si
aggira intorno ai 20 miliardi di dollari e, stando ai calcoli di Lappé, si
tradurrebbe in un piatto di cereali per ciascun essere umano per tutti i
giorni di un anno19. Un cambiamento dell’attuale sistema di
allevamento in un sistema totalmente a foraggio, libererebbe
abbastanza cereali per nutrire un miliardo di persone, trattandosi di
circa un terzo dei 1,7 miliardi di tonnellate di produzione cerealicola
mondiale20.
13 ivi, pag. 445
14 La peculiarità del latte bovino consiste nella possibilità di mungere più volte lo stesso
capo. Non rappresentano a contrario eccezione le uova, la cui proporzione è di 3 a 1
15 F. M. Lappé, op. cit., pag. 69
16 ibidem
17 ibidem
18 ibidem
19 Lappé considera nei suoi calcoli 4,4 miliardi di persone (popolazione mondiale al 1979)
cui spetterebbero, se i 124 milioni di tonnellate di alimenti fossero equamente suddivisi, 75
grammi ciascuno al giorno per un anno intero.
20 J. Rifkin, op. cit., pag. 327
8
4. “L’agricoltura sostenibile” di David Pimentel
L’attuale sistema agricolo presenta forti limiti individuabili in svariati
ambiti: economico, eco-ambientale e della sostenibilità nel tempo. La
crescita demografica cui è sottoposto il globo aumenta costantemente
la domanda di alimenti, ma l’attuale tecnica di agricoltura
comunemente più diffusa non sembra in grado di rivelarsi per il futuro
né un’ attività sufficientemente remunerativa, né una valida risposta
alla crescente richiesta di alimenti. La politica agricola diffusa non
mira ad un aumento della produzione agricola, quanto piuttosto si
rispecchia nella ricerca del “cibo a basso prezzo”, scelta che, come già
accennato, oltre a non risolvere il problema delle basse rese, comporta
anche una cattiva gestione di quegli elementi che stanno alla base di
un’agricoltura produttiva: acqua, suolo e altre risorse biologiche21.
Neanche l’ingegneria genetica appare in grado di ovviare al
deterioramento ed alla perdita di questi elementi22. Questo degrado del
rapporto uomo-natura, iniziato dopo la conclusione del secondo
conflitto mondiale, ha portato la necessità di “aiutare” la terra nel suo
(rinnovabile) ciclo produttivo attraverso energia non rinnovabile:
fertilizzanti, irrigazione ed una notevole quantità di energia fossile23.
Il primo problema dell’energia non rinnovabile è rappresentato dal suo
costo, che incrementa parallelamente al crescente degrado ambientale.
Per permettere una produzione più intensiva l’impiego di agenti
esterni è incrementato notevolmente, portando certamente ad un
aumento della produzione, ma anche ad un sempre crescente costo
della produzione. Nei primi anni ’90 un ettaro di mais coltivato su
territorio statunitense, richiedeva una quantità di energia fossile pari a
circa 1.100 litri di petrolio24. Il solo uso di fertilizzati azotati è, dal
1945 al 1990, incrementato di venti volte, mentre la produzione è
21 D. Pimentel, op. cit., pag. 50
22 ivi, pag. 49
23 ivi, pag. 48
24 ivi, pag. 82
9
solamente triplicata25. Le tecniche agricole alternative non mancano,
rispondendo, teoricamente ed empiricamente, a questi problemi.
L’obiettivo dell’agricoltura sostenibile è la salvaguardia del suolo e di
tutte le sue risorse biologiche, dell’acqua (limitando il fenomeno
dell’erosione della terra) e degli antagonisti naturali dei parassiti.
Nonostante l’uso di pesticidi sia incrementato nei soli U.S.A. più di
dieci volte dal secondo dopoguerra agli anni novanta, la perdita del
raccolto a causa dei danni arrecati alle colture dai parassiti, pur
subendo delle inevitabili fluttuazioni, non si è discostato dal 37%,
mentre nello stesso lasso di tempo le perdite attribuibili agli insetti
sono aumentate dal 7% al 13%26. Compromettere più di un terzo del
raccolto corrisponde, nei primi anni novanta, ad un danno di circa 50
miliardi di dollari27. La causa di questi interessanti valori, in
particolare della notevole crescita dei danni causati dagli insetti, è da
ricercarsi in alcune pratiche introdotte negli anni quaranta, quali il
declino delle rotazioni agrarie (a favore della tecnica della
monocultura), la cessata salvaguardia delle pratiche atte alla difesa
della diversità colturale e l’incrementato uso di pesticidi che, come è
accaduto negli U.S.A. per la coltura del cotone28, mettono in
discussione la loro efficienza rischiando di alterare in modo
controproducente gli equilibri naturali29. La realizzazione di agroecosistemi,
orientati verso un intervento dell’uomo in armonia con la
natura utilizzando gli strumenti che essa stessa mette a disposizione,
aiuterebbe a ridurre l’uso di pesticidi, con conseguente tornaconto
economico per gli agricoltori, ed a sconvolgere l’ecosistema in misura
25 ivi, pag. 83
26 ivi, pag. 86
27 ibidem
28 La coltura del cotone è oggi sottoposta a quattro o cinque trattamenti supplementari di
insetticidi, per ovviare alla scomparsa, provocata dai pesticidi, dei loro predatori naturali.
D. Pimentel, op. cit., pag. 86
29 D. Pimentel, op. cit., pag. 86
10
ridotta, come dimostrano i dati raccolti sulle foglie del sorgo30.
Accanto ai predatori naturali degli insetti dannosi, il lavoro svolto
dalle api e dagli altri impollinatori naturali si rivela estremamente
importante per gli agricoltori; anche l’aiuto di questi agenti naturali è
limitato dai danni arrecati dai pesticidi. Il lavoro di api ed altri
impollinatori selvatici è quantificabile, per quanto concerne i soli
U.S.A., in 20 miliardi di dollari l’anno31: un uso più intelligente e
moderato dei pesticidi potrebbe ridurre il danno cagionato agli insetti
impollinatori, quantificabile in 135 milioni di dollari32.
4.1 Fertilizzanti
I soli U.S.A. impiegano ogni anno nell’agricoltura 11 milioni di
tonnellate di fertilizzanti azotati33, per un valore di 6 miliardi di
dollari34. I soli microrganismi fissano ogni anno circa 14 milioni di
tonnellate di azoto, per un valore di quasi 7 milioni di dollari35. Una
risposta a questa dispendiosa nonché ingente richiesta di azoto può
essere offerta dal letame, che negli U.S.A. è quantificabile in 1,6
miliardi di tonnellate l’anno, comprensive di circa 80 miliardi di
tonnellate di azoto: ben di più di quanto richiesto dagli agricoltori36. Il
problema sorge in relazione al cattivo uso di questa risorsa che, se
abbandonata sul terreno prima di essere trasferita agli agricoltori, può
30 Da alcuni studi riguardanti le foglie del sorgo, risulta che i danni arrecati dagli insetti si
dimezzano nelle coltivazioni senza lavorazione del terreno. D. Pimentel, op. cit., pag. 87.
La non lavorazione del terreno è una tecnica alternativa di agricoltura sostenibile che sarà
analizzata in seguito assieme a diverse altre tecniche
31 D. Pimentel, op. cit., pag. 88
32 ibidem
33 Degli elementi presenti naturalmente nel suolo, l’azoto è per importanza secondo solo
all’acqua. Fosforo, potassio e calcio rappresentano i rimanenti principali elementi, ormai
comunemente integrati con altri fertilizzanti, la cui spesa annua ammonta a 4 miliardi di
dollari, per un totale, cumulando il costo dei fertilizzanti azotati e non azotati, di 10 miliardi
di dollari
34 D. Pimentel, op. cit., pag. 38
35 ibidem
36 ivi, pag. 37
11
perdere per volatilità gran parte dell’azoto contenuto37, mentre se
fosse interrato le perdite non supererebbero il 5%38. Alla
disomogeneità dei tempi in cui è necessaria la somministrazione di
azoto rispetto alla disponibilità di letame (praticamente costante) si
può ovviare attraverso metodi di conservazione, quali il
compostaggio39 che, se applicati in modo adeguato, riducono la
perdita di azoto nel letame40. Anche la tecnica di coltivare nei mesi
estivi le leguminose fra le file di altre colture (ad esempio mais),
nonostante rappresenti un costo per gli agricoltori, si rivela a contrario
vantaggioso, arricchendo il terreno da 50 kg a 150 kg di azoto per
ettaro. Questa tecnica apporta inoltre diversi altri vantaggi, quali la
possibilità di inerbimento del terreno o di pacciamatura41 per limitare
l’erosione.
4.2 Rifiuti organici e acqua
Un cattivo uso del letame42 ha conseguenze eco-ambientali di
notevole rilevanza. Abbiamo visto che i depositi di rifiuti organici
lasciati sul terreno comportano un costo per gli allevatori che non
approfittano di una naturale risorsa di azoto. A un’analisi più
approfondita il mancato impiego dei rifiuti organici assume connotati
ancor più significativi, scaturiti dalle conseguenze generate dalla loro
liberazione nell’ambiente. A risentirne è in primo luogo l’acqua. Una
volta rilasciato su terreno, lo sterco perde per volatilità gran parte
dell’azoto contenuto, che trasformandosi in ammoniaca e nitrati, si
37 Per l’analisi delle problematiche connesse al cattivo uso dei rifiuti organici dei bovini
rimando al capitolo successivo
38 ivi, pag. 38
39 Concime misto di letame e d’altre sostanze concimate incorporato con terra. E’ definito
anche “terricciato”
40 ivi, pag. 90
41 Tecnica di conservazione del suolo consistente nello spargimento di paglia sul terreno per
proteggere le colture da eccessiva insolazione
42 L’attenzione è posta principalmente sui rifiuti organici bovini unicamente per la
posizione predominante che questi “ruminanti” occupano nell’attuale modello di dieta
“occidentale”
12
sparge sul terreno, penetrando fino a raggiungere le falde acquifere o
le acque di superficie, inquinando così i più comuni bacini di riserva
idrica (pozzi, fiumi, torrenti…). L’acqua potabile non può che
risentirne, venendo contaminata dai bacini stessi43. L’entità del
problema è estremamente rilevante: il geografo alimentare Georg
Borgstrom ritiene che negli U.S.A. i due terzi degli agenti inquinanti
presenti nelle riserve idriche siano riconducibili ai bovini e ad altro
bestiame da allevamento: il doppio cioè di quanto imputabile al settore
industriale44. Per dare un’idea ancor più dettagliata dell’entità del
problema, si consideri che un allevamento medio produce
quotidianamente circa 200 tonnellate di sterco al giorno45, equivalenti
alle scorie organiche prodotte da un insediamento umano di 110.000
abitanti46.
Prestare attenzione a un prodotto naturale come il letame, cercando di
sfruttare i vantaggi che offre riducendo di conseguenza l’impatto
sull’ambiente (in particolare sull’acqua), risulta essere due volte
vantaggioso: sia come reale sostituto dei fertilizzanti sintetici azotati,
sia come principale fonte di inquinamento idrico.
Il problema idrico assume notevole rilevanza soprattutto in un
momento storico in cui l’impiego di acqua a livello mondiale
incrementa costantemente47, principalmente in risposta alla crescente
domanda degli agricoltori (provocata dal processo di erosione del
suolo che rende sempre più aridi i terreni48): basti pensare che il 70%
di tutta l’acqua consumata è destinato alla coltivazione di alimenti
umani e animali49. Anche in questo contesto è opportuno considerare
il costo relativo, questa volta in termini di acqua, di un chilogrammo
di proteine animali rispetto alla stessa quantità di proteine vegetali:
43 J. Rifkin, op. cit., pag. 253
44 ibidem
45 ibidem. Rifkin considera circa 20 kg di sterco al giorno per ogni manzo d’allevamento
medio e 10.000 capi per un allevamento medio
46 J. Rifkin, op. cit., pag. 253
47 Rifkin riporta che tra il 1940 e il 1980 l’uso globale di acqua è raddoppiato. J Rifkin, op.
cit., pag. 249
48 Vedi capitolo successivo
49 J. Rifkin, op. cit., 249
13
David Pimentel riporta che la proporzione è di 15 a 150. Nonostante
l’evidente maggior costo ambientale ed economico degli allevamenti
intensivi, il governo federale statunitense ha regolarmente incentivato
un massiccio uso delle falde acquifere, elargendo sussidi ad agricoltori
ed allevatori. Il Congresso degli U.S.A. stima che nel West i sussidi
federali destinati a progetti di irrigazione ammontino a 2,2 miliardi di
dollari: circa un terzo sono destinati a coltivatori di soia e mais per
l’ingrasso animale51. Negli ultimi novant’anni il governo federale ha
sponsorizzato nel solo West trentadue progetti di irrigazione;
complessivamente il 20% dei terreni agricoli attualmente irrigati in
quest’area è stato in parte finanziato con fondi pubblici52. A trarre
vantaggio da questa situazione sono stati in pochi, che non hanno poi
tardato ad arricchirsi: il 25% delle terre irrigate grazie all’intervento
del governo appartiene solamente al 2% dei proprietari terrieri
complessivi53. La natura di questi provvedimenti è di tipo
compensativo: il crescente costo dell’acqua, che riducendosi provoca
un aumento dei costi di pompaggio, è compensato da provvedimenti
del governo atti sia a concedere agli agricoltori il diritto di
sfruttamento totale delle falde acquifere sottostanti (come avvenuto in
New Mexico, Texas e Kansas) che ad accordare agevolazioni sui costi
degli utensili e dell’irrigazione.
La situazione idrica del territorio statunitense risente enormemente
dello sforzo attuale. Come abbiamo già avuto modo di osservare,
quasi la metà dei bovini allevati negli U.S.A. a cereali e soia è
concentrata nelle praterie del West o nel Midwest. Tutta la domanda
di acqua conseguente a questa massiccia presenza di capi di bestiame
si riversa totalmente sulla falda di Ogallala, una delle maggiori riserve
idriche sotterranee al mondo54. Il peso di questa crescente domanda
risulta insostenibile: il consumo di acqua eccede del 25% la capacità
50 ivi, pag. 250
51 ivi, pag. 252
52 F. M. Lappè, op. cit., pag. 76
53 ivi, pag. 86
54 Geograficamente la falda di Ogallala si estende grosso modo dal Texas fino al South
Dakota
14
di rigenerazione55. Nelle regioni settentrionali del Texas buona parte
dei pozzi si sta progressivamente esaurendo: stessa sorte spetta alla
falda nel Kansas e nel New Mexico56. Lo US Department of
Agricolture prevede una riduzione del 30% delle acque irrigue nella
zona delle Grandi Pianure in meno di quarant’anni57. Considerando
che quasi la metà dell’acqua consumata negli U.S.A. è destinata alle
coltivazioni di alimenti per bovini ed altro bestiame58, la
responsabilità delle spiccate preferenze alimentari a base di carne
risulta evidente. L’economista David Fields ritiene che “i sussidi
all’irrigazione a favore dei produttori di bestiame sono
economicamente controproducenti […] Le attuali pratiche di utilizzo
delle acque minacciano alla base l’economia di tutti gli stati della
regione (West e Midwest)”.
4.3 Erosione
L’eccessivo sfruttamento dei terreni agricoli ed il continuo
disboscamento sono le due cause principali che determinano il
processo di erosione59. La terra, cioè, viene erosa perdendo così sia gli
elementi nutritivi, indispensabili per una maggiore produttività, sia la
biomassa presente nel suolo, anch’essa di fondamentale importanza
nel processo produttivo60. La presenza di organismi nel suolo risulta
correlata alla quantità di sostanza organica in esso presente: un più
attento uso di risorse come il letame si rivelerebbe anche sotto questo
55 J Rifkin, op. cit., pag. 249
56 ivi, pag. 251
57 ibidem
58 ivi, pag. 250
59 D. Pimentel, op. cit., pag. 109
60 Per dare un’idea della consistenza della biomassa, si consideri che un terreno di buona
qualità ne contiene circa 6700 kg per ettaro. D. Pimentel, op. cit., pag. 89
15
punto di vista estremamente utile61. Il Warldwatch Institute ha rilevato
che, a livello mondiale, la perdita di 25 miliardi di tonnellate di humus
ha ridotto la produttività delle coltivazioni cerealicole del 6%, con una
perdita di circa 6 miliardi di tonnellate di cereali l’anno62. Ogni anno
vengono abbattuti 11,6 milioni di ettari di foreste, principalmente nel
cuore dell’America Latina, nel tentativo di ovviare alla perdita di
produttività della terra e per sovvenire alle crescenti esigenze
alimentari di una popolazione in continua crescita63. Oltre a rivelarsi
poco redditizio64 (e tralasciando il problema della distruzione della
principale riserva di biodiversità65 nonché principale “polmone” del
mondo) un così diffuso processo di disboscamento innesca un
fenomeno secondario, ma di non scarsa rilevanza, che porta alla
riduzione degli approvvigionamenti di legname per la combustione
spingendo le persone comuni dei paesi in via di sviluppo a sostituire la
legna per la combustione con letame o residui dei raccolti, sottraendoli
così a un loro reimpiego nel terreno66. Ai primi anni novanta il tasso di
erosione tollerato negli U.S.A. risulta essere di 11 tonnellate per ettaro
all’anno, anche se in realtà si è rilevato sulle aree coltivate un tasso
oscillante fra le 18,1 e le 51,5 tonnellate per ettaro l’anno.
Considerando che il valore di formazione del suolo è di 1 tonnellata
per ettaro l’anno, l’insostenibilità dell’attuale sistema appare evidente.
Anche in questo frangente gli U.S.A. non rappresentano un’eccezione,
in quanto il problema riguarda svariate zone del globo, in particolare
le regione in cui si coltiva su terreni in pendio: in questa situazione di
eccessivo stress si trovano diversi terreni in America Latina, dove è
61 D. Pimentel, op. cit., pag. 89. Si noti che un aumento della sostanza organica presente nel
terreno oscillante tra il 2% ed il 6% può comportare un incremento della biomassa dei
lombrichi pari a circa dieci volte, fino a raggiungere 1200 kg per ettaro
62 J. Rifkin, op. cit., pag. 230
63 D. Pimentel, op. cit., pag. 46
64 Rifkin riporta che “il geografo Susanna Hecht riferisce che il 90% dei nuovi allevamenti
di bestiame nel bacino amazzonico sospende l’attività entro otto anni dall’avvio, a causa
dell’impoverimento del suolo dovuto all’ecceso di pascolo”. J. Rifkin, op. cit., pag. 227
65 Quasi un quarto di tutti i farmaci e i medicamenti attualmente utilizzati sono derivati da
piante tropicali, ed il 70% delle piante cui il National Cancer Institute riconosce proprietà
anticancro, proviene dalla foresta pluviale (il 57% della quale è concentrata in America
Latina). J. Rifkin, op. cit., pag. 225
66 D. Pimentel, op. cit., pag. 101
16
stato rilevato che il tasso di erosione può raggiungere le 100 tonnellate
per ettaro l’anno67. In Nigeria nei terreni coltivati a cassava con
pendenza del 15%, il tasso di erosione raggiunge le 221 tonnellate per
ettaro all’anno68 e in Guatemala nelle aree montagnose coltivate a
mais si raggiunge la sorprendente cifra di 3600 tonnellate per ettaro
l’anno69. Ad incentivare il processo di erosione contribuiscono altri
due importanti fattori: la scarsità di sostanza organica (azoto, fosforo,
potassio e calcio) nel suolo e il calpestio degli animali allevati. Il
primo punto è già stato sufficientemente trattato, avendo analizzato
l’importanza della materia organica presente nel terreno: la
correlazione “maggiore sostanza minore erosione” rappresenta un
ulteriore criterio che stimola la salvaguardia delle risorse naturali della
terra. Per quanto riguarda il calpestio degli animali allevati, il
matematico Robin Hur stima che, ogni anno, circa 6-7 miliardi di
tonnellate di massa erosa siano attribuibili direttamente al pascolo del
bestiame ed alla coltivazione di cereali per l’ingrasso degli animali70.
Harold Dregne ritiene che circa 175 milioni di ettari concentrati nella
parte occidentali degli U.S.A. soffrano di una riduzione della resa
variabile tra il 25% ed il 50% attribuibile prevalentemente all’eccesso
di pascolo bovino71. Il concetto può semplificarsi con un esempio: nei
terreni del North Carolina prima del pascolo l’infiltrazione dell’acqua
si attestava attorno ai 76 mm per ora; dopo 74 giorni di pascolo questo
valore scendeva a quota 16 mm per ora72, impedendo così all’acqua
(primo elemento per importanza del suolo) di addentrarsi nella terra ed
incentivando la sua “scivolazione”, che rappresenta un costo non
indifferente per l’economia statunitense. Negli U.S.A. il 60% dei circa
3 miliardi di tonnellate di sedimenti trasportati annualmente dalle
acque superficiali è attribuibile alle aree agricole, comportando un
67 ibidem
68 ivi, pag. 110
69 ivi, pag. 102
70 J. Rifkin, op. cit., pag. 231
71 ivi, pag. 241
72 D. Pimentel, op. cit., pag. 103
17
costo annuo pari a 6 miliardi di dollari73, a cui vanno sommati i 4,1
miliardi di dollari di danni causati ogni anno dalle torbide dei fiumi a
pesci, animali selvatici, invasi di raccolti ed alla navigazione74. In
India lo scorrimento superficiale delle acque dovuto alla crescente
erosione ha generato, nel decennio degli anni ’80, un raddoppiamento
delle aree inondate, con un’oscillazione dei danni cagionati
all’agricoltura compresa tra i 140 ed i 170 milioni di dollari, mentre
negli U.S.A. la media annuale è di 1 miliardo di dollari75. Fra gli
studiosi non c’è ancora concordanza di opinione circa le relazioni tra
l’erosione e la produttività: c’è chi ritiene che tra i due fenomeni esiste
correlazione solo a causa della riduzione dello strato superficiale di
terreno. Sotto questo punto di vista il decremento delle rese agricole si
dovrebbe attestare fra lo 0,1% e lo 0,5%. Misurando però gli effetti
totali dell’erosione, il valore risulta essere ben superiore, oscillando
tra il 15% ed il 30%76.
Tecniche agricole alternative di conservazione del suolo non mancano
e la loro utilità, una volta comprese le cause che generano l’erosione,
non fatica a rivelarsi. La tradizionale (o meglio, tradizionale fino alla
metà del XX secolo) tecnica della rotazione delle colture, a parità di
condizioni (in primis la pendenza) offre una conservazione del terreno
di quasi quindici volte superiore alle tecniche attualmente in uso77.
Ottimi (se non migliori) risultati provengono anche da altre pratiche,
quali la pacciamatura, l’inerbimento, la non lavorazione del suolo e il
ridge-planting78.
73 ivi, pag. 106
74 ivi, pag. 107
75 ivi, pag. 108
76 ivi, pag. 105
77 ivi, pag. 110. Pimentel presenta rilevamenti effettuati negli U.S.A. su terreni con
pendenza pari al 12% e coltivati o a monosuccessione di mais, o a mais-grano-fieno. Nel
primo caso il tasso di erosione riscontrato risulta di 44 tonnellate per ettaro l’anno, mentre
se applicata la pratica della rotazione (secondo caso) il valore di erosione scende a 3
tonnellate per ettaro l’anno
78 Tecniche di agricoltura alternativi verranno analizzati in modo più approfondito in
seguito
18
Tabella 1 – Esempi di tecniche per il controllo dell’erosione.
Tecnica Esempio
applicativo
Perdita di
suolo
(t/ha/anno)
Pendenza
%
Paese
Rotazione Mais-grano-fieno 3 12 U.S.A.
Monosuccessione
di mais
44 12 “
Coltivazione
secondo curve
di livello
Patate 0,2 – U.S.A.
Patate lungo max
pendenza
32 – “
Terrazzamenti Peperoni 1,4 35 Malaysia
Peperoni max
pendenza
63 35 “
Letamazioni Mais letamato
con 36 t (peso
fresco)
11 9 U.S.A.
Mais senza
letame
49 9 “
Pacciamatura Mais coltivato su
terreni sparsi con
6/t/ha di paglia di
riso
0,1 5 Nigeria
Monosuccessione
di mais
148 5 Nigeria
Inerbimento Terreno inerbito 0,08 10 Tanzania
Terreno lavorato 13,6 10 “
Non
lavorazione
del suolo
Mais 0,14 15 Nigeria
Mais
convenzionale
24 15 “
Ridge-
Planting
Mais 0,2 2 U.S.A.
Mais
convenzionale
10 2 “
Tabella tratta da D. Pimentel, “Il futuro sostenibile”, ed. Vallecchi, 1993
Per portare degli esempi, in Nigeria i raccolti di mais coltivato senza
lavorazione della terra sono risultati più abbondanti del 61% rispetto
19
ai sistemi convenzionali, mentre la tecnica della pacciamatura79 sul
mais sperimentata in Messico ha portato una riduzione del 99%
dell’erosione ed un aumento della produttività del 30%80. La
diffusione di queste tecniche potrebbe apportare benefici sia agli
agricoltori che alla società nel suo insieme. Ridurre il tasso di erosione
a 1 tonnellata per ettaro l’anno (contro l’attuale media di 18 tonnellate
per ettaro l’anno) costituirebbe un vantaggio economico, dati i
conseguenti tagli alle spese per i fertilizzanti e per l’irrigazione.
Anche su questo punto non tutti gli studiosi si trovano in sintonia, ma
è stato dimostrato che con le tecniche conservative è possibile
preservare 10 centimetri di acqua in più per ettaro rispetto alle
tecniche comunemente usate: per colture come mais, grano e sorgo
che soffrono la siccità vorrebbe dire un incremento della produttività
rispettivamente del 15%, 25% e 23% rispetto alle medie81.
Somministrare attraverso l’irrigazione 5 centimetri di acqua comporta
un costo medio negli U.S.A. di 15 dollari per ettaro l’anno82. Non solo
l’acqua ma anche gli altri elementi nutritivi presenti nel suolo giocano
un ruolo da protagonisti: negli anni ’90 l’ammontare degli elementi
perduti nel corso di un anno nei soli U.S.A. tradotto in valore
monetario, in base al costo dei fertilizzanti, sfiora i 5 miliardi di
dollari, ridimensionando notevolmente precedenti stime83.
L’economista David Pimentel considera che, stimando una riduzione
minima del 10% della produttività per anno ed una perdita degli
elementi della fertilità per 5 miliardi di dollari, i costi totali
dell’erosione, per quanto riguarda strettamente il processo agricolo (e
non considerando le ben più sostanziose perdite globali), ammontano
nei soli U.S.A. a 18 miliardi di dollari per anno84. Non tutelare, anzi
sprecare una risorsa preziosa come il suolo intercambiandola con
combustibili fossili (o risorse non rinnovabili) risulta non essere
79 Vedi nota 40
80 D. Pimentel, op. cit., pag. 114
81 ivi, pag. 113
82 ibidem
83 ibidem
84 ivi, pag. 114
20
conveniente, a maggior ragione se si considerano anche altri effetti
negativi dell’erosione, quali le inondazioni ed il deposito di sedimenti,
che appesantiscono il bilancio complessivo di altri 6 miliardi di
dollari, portando il costo complessivo annuale per i soli U.S.A. intorno
ai 24 miliardi di dollari85; Pimentel riporta invece che ricerche da lui
svolte attestano un costo notevolmente superiore: 43,5 miliardi di
dollari annui, sempre per i soli U.S.A.86. La politica portata avanti dai
governi che tende a privilegiare i bassi costi delle materie prime
alimentari, sprona gli agricoltori ad adottare tecnologie di basso costo
che, assieme all’assenza nella gran parte dei paesi di efficaci politiche
di difesa ambientale, causano non pochi danni all’agricoltura.
5. Tecniche di agricoltura ecologica e convenzionale a
confronto
David Pimentel ha condotto studi comparati fra la convenzionale
tecnica di agricoltura e tecniche alternative, o meglio, conservative
delle risorse del suolo e dell’acqua. I risultati sono elencati nella
tabella 2. In particolare sono state analizzate due distinte pratiche
conservative, la non lavorazione del terreno ed il ridge-planting.
Quest’ultima tecnica prevede l’adozione di diverse pratiche alternative
a basso contenuto energetico, come l’uso del letame o
dell’inerbimento continuo del mais. L’utilizzo di inerbimenti di
leguminose tra le file del mais riducono l’erosione del suolo o lo
scorrimento delle acque e lo sviluppo delle erbe infestanti
contribuendo allo stesso tempo alla conservazione degli elementi
nutritivi del suolo. Il ridge-planting non risulta utilizzabile a
prescindere dal tipo di suolo, clima e colture, ma di volta in volta le
più appropriate tecnologie di gestione delle risorse economiche vanno
85 ivi, pag. 115
86 ivi, pag. 116
21
scelte attentamente. Entrambe le pratiche alternative determinano una
riduzione dei costi energetici di 523 dollari per ettaro87. Agli effetti
della non lavorazione del suolo nell’ambito della coltura del mais sono
stati valutati in aggiunta i benefici (e i costi) delle rotazioni. Mentre la
non lavorazione mira ad una riduzione degli effetti erosivi del suolo,
la rotazione consente di abbandonare l’uso di insetticidi per il
controllo degli insetti che attaccano l’apparato radicale del granoturco,
problema nato con l’adozione delle monosuccessioni colturali del
mais. Ruotare le colture di mais con specie (spesso leguminose) che
non ospitano gli stessi parassiti permette di eliminare l’uso (e dunque i
costi) degli insetticidi.
Le tecniche considerate rappresentano solo una parte delle molteplici
espressioni di agricoltura sostenibile; il sistema no-till (non
lavorazione) come il ridge-planting illustrano al meglio le potenzialità
di cui dispone un sistema alternativo per conservare risorse come
l’acqua e la terra, ridurre il fabbisogno di fitofarmaci e migliorare la
sostenibilità dell’agroecosistema. La produzione nei sistemi a basso
costo energetico è la stessa di quella ottenuta (a parità di condizioni)
con i metodi convenzionali: nel lungo periodo, però, la produttività
della terra potrebbe incrementare notevolmente in forza di una
migliore conservazione del suolo e delle risorse idriche.
Confrontando il sistema tradizionale con la non lavorazione, le
principali differenze, sempre a parità di condizioni, si riassumono nei
seguenti sei punti:
i. riduzione dell’erosione da 18 a circa 1 tonnellata per ettaro
l’anno;
ii. riduzione del lavoro da 12 a 10 ore per ettaro;
iii. possibilità di usare mezzi da lavoro più modesti;
iv. riduzione del combustibile usato dai mezzi da lavoro;
v. l’uso di diserbanti per il controllo delle infestanti raddoppia o
cresce ancor di più;
87 ivi, pag. 90
22
vi. non è necessario l’uso di insetticidi in quanto il mais è
coltivato in rotazione con una leguminosa.
Ponendo come termine di paragone del sistema tradizionale il ridgeplanting,
si traggono le seguenti deduzioni:
i. riduzione dell’erosione da 18 a 1 tonnellata per ettaro l’anno;
ii. l’uso del letame animale fornisce tutto l’azoto e gran parte del
fosforo e del potassio necessari;
iii. il lavoro aumenta da 12 a 15 ore per ettaro per via del tempo
impiegato per spargere il letame;
iv. la rotazione del mais con una leguminose che non ospita gli
stessi parassiti permette di eliminare l’uso di insetticidi;
v. grazie alla pacciamatura ed a un sistema di aratura
programmata, cessa l’uso di erbicidi;
vi. si richiede l’uso di mezzi da lavoro di dimensioni ridotte, con
conseguente risparmio sul carburante.
Tabella 2 – Dispendi energetici ed economici (a ettaro) nei sistemi di coltivazione
convenzionale e alternativo del mais.
Convenzionale Non lavorazione /
Rotazione
Alternativi / Ridge –
planting
Qtà 103 kcal Costi Qtà 103 kcal Costi Qtà 103
kcal Costi
Lavoro 10a 7d 50p 7aa 6d 35p 12hh 9d 60p
Macchinari 55 a 1485e 91q 45bb 1215e 75q 45bb 1215e 75q
Carburante (l) 115 a 1255f 38r 70cc 754f 23r 70cc 764f 23r
N 152 a 3192g 81s 152dd 3192g 81s (27t)ii 559nn 17pp
P 75 a 473h 53t 75dd 473h 53t 34jj 214h 17t
K 96 a 240i 26u 96dd 240i 26u 15kk 38i 4u
Calce 426 a 134j 64v 426dd 134j 64v 426dd 134j 64v
Sementi di mais 21 a 520k 45w 24ee 594k 51w 21 520k 45w
Sementi da inerbimento – – – – – – 10ll 120oo 10qq
Insetticidi 1,5 a 150l 15x 0ff 0 0 1,5 150l 15x
Diserbanti 2 a 200l 20x 4gg 400l 40x 0mm 0 0
Elettricità 100 a 100m 8y 100 100m 8y 100f 100m 8y
Trasporto 322b 89n 32z 196b 54n 20z 140b 39n 14z
Totale 7845 523$ 7172 476$ 3862 352$
Produzione 6500c 26000o 6500 26000o 6500 26000o
Rapporto energia
ottenuta/spesa
3,31 3,63 6,73
* I riferimenti degli apici si rifanno all’appendice
Tabella tratta da D. Pimentel, “Il futuro sostenibile”, ed. Vallecchi, 1993
23
6. Cina e U.S.A.. Studio comparato
Abbiamo visto come l’impatto che l’uomo esercita oggi sulla natura, e
in particolare sulla terra, sia eccessivo. Nonostante questo le risorse
agricole al 1991 mettevano a disposizione dell’intera popolazione
mondiale (5 miliardi) circa 1,5 miliardi di ettari di terra coltivata, vale
a dire 0,3 ettari procapite88. Con le tecniche in uso negli anni novanta,
questa disposizione di terra era sufficiente per produrre 2.500 kcal al
giorno89 per ciascuna persona90. Le stime indicano che 1-1,5 miliardi
di persone soffrivano però di denutrizione. Diversi paesi si sono
impegnati attivamente per controllare l’aumento demografico o per
incentivarne un autocontrollo. Il governo cinese ha varato nell’arco
dell’ultimo mezzo secolo diversi programmi di controllo delle nascite,
in particolar modo a seguito di due gravi siccità, la prima nel biennio
’53-’54 e la seconda nel triennio ’58-’61, e in conseguenza dello
slancio demografico innescato dalla rivoluzione culturale del ’66-’68
(in cui il tasso di natalità salì al 2,8%). Si tratta di provvedimenti atti a
legalizzare pratiche come l’aborto o la sterilizzazione (1956) o che
fissano un’età minima per contrarre matrimonio (1962); che
stabiliscono intervalli minimi fra le nascite o un tetto massimo di figli
(1969) oppure che promuovono l’uso di tecniche contraccettive
(1983). La Cina possiede solo 100 milioni di ettari di terre coltivabili91
e una pressione di più di un miliardo di persone sembra essere
eccessiva. Basandoci su dati di metà anni ottanta, con la popolazione
cinese quantificabile in un miliardo circa di persone, ciascun cinese
disponeva mediamente dei frutti di 0,1 ettari di coltura. Questa
disponibilità di terreno sembra esigua e insufficiente a garantire
88 ivi, pag. 43
89 La F.A.O. raccomanda l’uso, per chi svolge un’attività moderata, di 3.000 kcal al giorno
per un uomo di 65 kg e di 2.500 kcal per una donna di 55 kg. Viene altresì consigliata
l’assunzione quotidiana di 41 grammi di proteine animali e vegetali (vedi nota 10).
90 D. Pimentel, op. cit., pag. 43
91 ivi, pag. 73
24
sostentamento a tutti, ma privilegiando una dieta vegetariana i dati
dimostrano che mediamente i cinesi avevano la possibilità di
alimentarsi adeguatamente, disponendo di 2.484 kcal per persona al
giorno92. Con una disponibilità di circa 0,6 ettari di terreno coltivabile
a persona (al netto del 20% dei prodotti agricoli esportati), negli
U.S.A. il consumo medio giornaliero è di 3.500 kcal procapite93. La
differenza, o meglio, la maggior efficienza del sistema cinese è
sorprendente. E i valori non variano di molto se estesi a tutto il
continente asiatico. Più del 75% della dieta dell’asiatico medio è
costituita da cereali (tra i 130 ed i 180 chilogrammi l’anno). Uno
statunitense di classe media consuma invece più di una tonnellata di
cereali l’anno, l’80% dei quali attraverso il consumo di alimenti
animali ingrassati a cereali94. Dei 56 grammi di proteine assunte
quotidianamente da un asiatico medio, 8 sono di origine animale.
L’americano medio ne consuma 96, di cui 66 di origine animale95. Ad
accentuare l’importanza dei valori gioca anche il fattore qualitativosalutistico,
in quanto una dieta che riduce di dieci volte il consumo di
zuccheri, di più di tre volte quello di grassi, olii e carni (incluso il
pesce) e di ottantotto volte circa l’assunzione di prodotti lattierocaseari
garantendo allo stesso tempo un adeguato96 sostentamento,
appare, viste le conseguenze poco raccomandabili di una dieta
ipercalorica e iperproteica di tipo statunitense, decisamente
preferibile.
Alcuni studiosi sponsorizzano la necessità di una urgente politica
internazionale (o nazionale che sia) di controllo dell’impulso
demografico per permettere di alleviare la morsa dell’uomo sulla
natura e per consentire una sostanziale disponibilità alimentare a più
92 ivi, pag. 59
93 ivi, pag. 58
94 J. Rifkin, op. cit., pag. 188
95 ibidem
96 2484 kcal per persona al giorno è un valore di poco inferiore ai parametri F.A.O. (vedi
nota 69). Va considerato però che detti parametri sono stabiliti con margini abbastanza
ampi, date anche le varie differenze e bisogni individuali. Ritengo pertanto, in sintonia con
Pimentel, di considerare “adeguata” la dieta media cinese
25
persone (o, quanto meno, per frenare il tasso di denutrizione).
L’esempio cinese propone però una valida alternativa a questa
tendenza. Politiche incentrate sul controllo demografico sono
socialmente molto delicate e moralmente discutibili. Analizzare
piuttosto alternative di alimentazione simili a quella cinese (che chi
dispone di più di 0,1 ettari di terra può facilmente integrare fino ed
oltre le 2.500 kcal al giorno) può chiarire come (attraverso i feedlots) e
dove (nelle normali attività motorie degli animali dall’allevamento)
vengono dispersi nei paesi sviluppati circa 0,48 ettari di terreno
coltivabile procapite97. In Cina nel 1985 erano disponibili 200 kg di
cereali per l’alimentazione umana in più rispetto agli U.S.A., dove
invece venivano impiegati 737 kg in più di mangimi.
Tabella 3 – Alimenti consumati direttamente o utilizzati per produzioni animali (kg
per persona) negli U.S.A. e in Cina.
Cibo U.S.A. Cina
Cereali alim. umana 69 269
Ortaggi 112 204
Frutta 63 11
Carne e pesce 103 25
Prod. lattiero-caseari 265 3
Uova 15 6
Grassi e olii 28 6
Zucchero 66 6
Tot. parziale 721 530
Mangimi 801 64
Totale 1522 594
Kcal/pers/giorno 3500 2484
Tabella tratta da D. Pimentel, “Il futuro sostenibile”, ed. Vallecchi, 1993
Interessanti risvolti economici non mancano di interessare l’analisi
comparata Cina – U.S.A.. Analizzando le risorse utilizzate ogni anno
da ciascuna persona per soddisfare i bisogni di base, le differenze,
dettate in primissimo luogo dalle diverse abitudini alimentari,
97 Si è considerato come riferimento l’apporto calorico giornaliero medio statunitense
(3.500 kcal)
26
appaiono interessanti. Il maggior consumo statunitense di alimenti
animali o di derivazione animale evidenziato nella tab.3, si riflette in
un più alto impiego di terreni coltivati, di pascoli e di foreste, vale a
dire in un maggior utilizzo della terra per ciascun individuo. La Cina
presenta invece valori decisamente ridotti, impiegando meno di un
quinto delle risorse naturali utilizzate dagli U.S.A.98. Perché i terreni
coltivati siano meno estesi in Cina, dovrebbe apparire chiaro in
riferimento a quanto precedentemente esposto: una minore
concentrazione di allevamenti intensivi sul territorio cinese riduce la
domanda di cereali e soia per l’ingrasso animale e, di conseguenza, i
terreni coltivati risultano meno estesi. Non potendo (e non risultando
conveniente) allevare gli animali esclusivamente nei feed-lots, gli
U.S.A. impiegano una considerevole porzione di terreno per lasciare il
bestiame al pascolo. Un minor consumo di alimenti animali (o di
derivazione animale) riduce anche questo impiego di terra, come si
rileva dalla situazione cinese: il valore di 0,3 ettari di pascoli per
persona risulta ad ogni modo considerevole se paragonato ai soli 0,1
ettari di terreno coltivato e di foreste impiegate. L’utilizzo degli
animali è dunque in Cina indubbiamente di gran lunga più modesto di
quello statunitense, ma siamo comunque molto lontani da un contesto
in cui gli animali occupano una parte secondaria nell’economia
agricola: il terreno coltivato per ciascuna persona in Cina (0,1 ettari) è
un terzo rispetto agli ettari (0,3) adibiti al pascolo. Lo stesso confronto
applicato alla situazione statunitense rivela quanto profondamente la
politica del coltivare per gli animali sia concretamente presente: solo
poco più del doppio dei terreni coltivati è lasciato al pascolo (1,3
ettari).
98 D. Pimentel, op. cit., pag. 60
27
Tabella 4 – Risorse utilizzate ogni anno in U.S.A. e in Cina per persona, per
soddisfare i bisogni di base.
Risorse U.S.A. Cina
Terreni coltivati (ha) 0,6 0,1
Pascoli (ha) 1,3 0,3
Foreste (ha) 1,3 0,1
Totale terra 3,2 0,5
Acqua (l x 106/anno) 2,5 0,46
Combustibili fossili (l) 8000 413
Prodotti delle foreste (t) 14 0,03
Tabella tratta da D. Pimentel, “Il futuro sostenibile”, ed. Vallecchi, 1993
Un’ulteriore conseguenza diretta delle differenze alimentari fra i due
paesi è individuabile nel consumo di acqua necessario per soddisfare i
consumi di base procapite. Un cinese costa 0,46 x 106 litri d’acqua
l’anno, contro i 2,5 x 106 litri di uno statunitense99. La differenza è di
cinque a uno ed è imputabile in gran parte alla presenza più
consistente di alimenti animali nella dieta statunitense: acqua per
abbeverare i capi ed acqua per irrigare le colture predisposte per il loro
ingrasso. Oltre all’interesse prettamente statistico dei valori appare
interessante un’ulteriore considerazione: un maggior impiego di acqua
per rispondere alle esigenze degli allevatori non solo mette in dubbio
la permanenza nel lungo periodo delle risorse idriche, ma apporta una
maggior componente di materiale inquinante nell’acqua dolce.
L’importanza di un impiego relativamente ingente di acqua non si
limita dunque ad un rapporto proporzionale statico implicante
unicamente l’eccessivo uso (o abuso) di una risorsa che si rinnova
lentamente, ma assume invece parallelamente rilevanza in termini
ecologici, in riferimento alla grande nonché grave responsabilità degli
allevamenti intensivi come prima causa di inquinamento dell’acqua
dolce.
99 ibidem
28
Il terzo aspetto, o meglio, la terza risorsa della terra analizzata nel
nostro studio comparato riguarda le foreste. Anche in questo frangente
la Cina risulta ben più parsimoniosa degli U.S.A.. Il motivo
determinante un così elevato impiego relativo di foreste per soddisfare
i bisogni di base di uno statunitense è da ricercarsi nell’America
centrale. Negli ultimi quarant’anni più di un quarto delle foreste del
centro America sono state rase al suolo per lasciare spazio al pascolo
di mandrie di bovini, che verso la fine degli anni Settanta100
occupavano i due terzi della terra arabile101. Conseguenza di questa
situazione (analoga a quella ravvisata per quanto concerne i sussidi
per l’irrigazione negli U.S.A.) è una maggior disomogeneità sociale
nel centro America, dove solo una piccola èlite si è arricchita, alle
spalle delle famiglie rurali: 35 milioni di persone (poco più della metà
del valore aggregato dei nuclei rurali) non possiede terra a sufficienza
per il proprio sostentamento.
Abbiamo in precedenza brevemente segnalato la scarsa produttività di
un terreno sottratto alla foresta pluviale102, ma nonostante questo la
deforestazione continua imperterrita, rosicchiando sempre più ettari al
“polmone del mondo”, rincorrendo la necessità di strappare alla natura
nuovi terreni per assicurare agli allevatori sostentamento (o ingrasso)
per i loro capi. Il fenomeno non ha riguardato esclusivamente il centro
America, ma si è prepotentemente allargato anche all’America latina,
in particolar modo, e non a caso, al Brasile.
7. La foresta amazzonica. Il caso brasiliano
Nel 1966 il governo brasiliano ha reso attivo il programma
denominato “Operation Amazonia”, consistente nell’offerta di
100 Nel 1979 gli U.S.A. importavano 11.000 tonnellate di carne bovina dai paesi del centro
America. J. Rifkin, op. cit., pag. 219
101 ibidem
102 Vedi nota 64
29
incentivi fiscali a quelle aziende (nazionali ed estere) intenzionate ad
investire nel bacino pluviale amazzonico. Le multinazionali
interessate non hanno tardato a farsi avanti, recependo la proposta del
governo brasiliano come un’offerta, una delle ultime in assoluto, per
appropriarsi di vasti territori in cui installare attività economiche. Il
primo passo richiesto dal governo affinché le varie aziende
dimostrassero la serietà delle proprie intenzioni, consisteva nel
rendere l’area geografica assegnata idonea alla creazione di attività
economiche: vale a dire disboscare per mostrarsi seriamente
interessati a sviluppare l’area. Multinazionali prevalentemente
statunitensi (fra le altre Swift, Armour, Dow Chemical, United
Brands, W.R. Grace, Gulf&Western e International Foods), ma anche
tedesche (Volkswagen) e giapponesi (Mitsui), hanno cominciato ad
investire (cioè a disboscare) l’area equatoriale, con l’intento di creare
vasti pascoli per il bestiame. Il governo brasiliano ha stimato che il
38% del disboscamento risalente a quel periodo sia imputabile alla
creazione di vasti allevamenti bovini103: tra il 1966 e il 1983 sono stati
abbattuti quasi 100.000 chilometri quadrati di foresta104. Gli organi
internazionali e non si sono mostrati favorevoli all’operazione,
entusiasmati dai potenziali tornaconto economici legati alla
conversione di una vasta area praticamente improduttiva
(naturalmente unicamente in termini di PIL) in una regione ricca di
allevamenti. Banca Mondiale, InterAmerican Development Bank e
United States Agency for International Development (USAID) hanno
concesso soddisfatte il proprio beneplacito. Da ormai quasi
quarant’anni le multinazionali continuano indisturbate (anzi
incentivate) la conquista della foresta, provocando la reazione di
diversi gruppi sociali. A vestire i panni degli antagonisti
dell’istituzionalizzato status quo sono stati i raccoglitori di gomma, i
primi a fare le spese del continuo disboscamento, in quanto la loro
attività è incentrata nella foresta. Ad unirsi alla protesta non hanno
103 J. Rifkin, op. cit., pag. 222
104 ibidem
30
tardato i piccoli agricoltori, minacciati dall’incontenibile ondata dei
grandi allevatori che si espandevano a dismisura. Per quanto riguarda
il proseguo degli avvenimenti e per completare l’excursus storico,
aggiungo che lo scontro culminò nel 1987 con l’assassinio di Chico
Mendes, “caudillo” dei raccoglitori di gomma. Ciò su cui ritengo
invece più opportuno soffermare l’attenzione sono le conseguenze
delle politiche del governo brasiliano e della Banca Mondiale: oggi il
4,5% dei proprietari terrieri del paese detiene l’81% della terra, mentre
il 70% delle famiglie rurali è privo di terra105.
Il maggior impiego di risorse forestali da parte degli U.S.A. per
soddisfare i propri bisogni di base risulta dunque riconducibile ad una
progressiva conquista da parte delle multinazionali (la maggior parte
delle quali statunitensi) della foresta amazzonica, con l’incentivo dei
governi centro e latino americani (in particolar modo di quello
brasiliano) che hanno cercato ed ottenuto il nulla osta di diverse
organizzazioni internazionali (in primis della Banca Mondiale). Le
conseguenze di queste politiche si sono rivelate distruttive sotto
diversi aspetti: impoverimento generalizzato della società (con
conseguenti attriti sociali), nascita di una ristretta ma influente
oligarchia terriera e un danno ambientale, generato per creare posto
per i bovini, che va “al di là di ogni valutazione”106.
8. La posizione dei governi
La tendenza dei governi, riscontrabile tanto nei paesi sviluppati (ove si
è gia affermata) quanto nei paesi in via di sviluppo (a uno stadio più o
meno diffuso), privilegia la ricerca del cibo a basso prezzo e una dieta
iperproteica. Il comportamento del governo brasiliano è in linea con
l’idea di incrementare sia la popolazione di bovini che la produzione
di cereali e soia destinati all’ingrasso animale, traducibile in
105 ivi, pag. 221
106 J. Rifkin, op. cit., pag. 225
31
concessioni su ettari di terreno pubblico (foresta) al fine di rendere
economicamente produttiva la terra (pascoli e coltivazioni per
l’ingrasso). Negli U.S.A. il governo offre sgravi agli allevatori ed
agricoltori per compensare i crescenti costi (d’irrigazione), e
concessioni a prezzi ridotti per i diritti di pascolo su terre demaniali.
Con il Grazing Homestead Act, approvato nel 1916, il governo
federale garantiva 250 ettari di terreno a coloro che l’avessero
destinato al pascolo. Nel 1934 Franklin D. Roosevelt firmò il Taylor
Grazing Act concedendo terreni in affitto agli allevatori a prezzi più
che vantaggiosi107. I canoni versati dagli allevatori, vista la loro natura
di concessionari di suolo pubblico, vengono raccolti dal Bureau of
Land Management (BLM) che utilizza il 56% del ricavato per
finanziare migliorie ai terreni. Come detto, però, i canoni corrisposti
dagli allevatori sono poco più che simbolici ed il BLM spesso non
dispone delle somme necessarie per apportare le migliorie necessarie.
A farsi carico dei costi aggiuntivi (nel 1989 quantificabili in 35
milioni di dollari) sono i contribuenti.
Negli U.S.A. come in Brasile (ma l’esempio sarebbe estendibile a
buona parte del centro – sud America) i governi hanno dunque
incentivato le imprese private ad investire nell’allevamento. Anche
per quanto concerne l’agricoltura sostenibile, l’intervento dell’autorità
centrale appare fondamentale sia per creare le premesse che, in un
secondo momento, per assicurare una gestione appropriata.
Abbandonare la politica della ricerca del “cibo a basso prezzo” a
favore di politiche che ricercano concretamente un aumento della
produzione non solo nel breve periodo, ma, e a maggior ragione, nel
lungo periodo: un’agricoltura che investa sulla terra senza abusarne
ma anzi sfruttando ogni risorsa naturale che essa mette a disposizione
limiterebbe nel lungo periodo i costi ed offrirebbe rese superiori. Fino
ad oggi i governi hanno investito nell’agricoltura per incrementare la
produzione al fine di trovare un equilibrio con il tasso di consumo
107 Un concessionario pagava nel 2000 1,81 dollari al mese a capo, mentre per far pascolare
il medesimo capo su terreni privati la contropartita richiesta sarebbe di 9,50 dollari al mese
32
determinato dalla (crescente) popolazione mondiale; ricercare questi
(auspicabili) obiettivi mediante (discutibili) politiche basate sul “cibo
a basso prezzo”, oltre a non risolvere il problema delle base rese,
hanno comportato l’alterazione del rapporto uomo-natura attraverso la
cattiva gestione dell’acqua, del suolo, della terra e delle altre risorse
biologiche alla base di un’agricoltura produttiva. Prefissarsi tanto
l’aumento della produzione quanto un miglioramento qualitativo della
dieta, e di conseguenza della salute, dei cittadini appare una scelta in
armonia con le politiche del Welfare, che permetterebbe un
allargamento delle opportunità di scelta di ciascuno. La questione del
miglioramento qualitativo della dieta dei cittadini dovrebbe essere
presa in considerazione in modo più attento dai governi, viste le gravi
conseguenze (e i conseguenti costi sanitari) derivanti da una dieta
ipercalorica e iperproteica simile a quella statunitense: secondo un
rapporto del Surgeon General degli U.S.A. più di 1,5 milioni dei 2,1
milioni di decessi registrati nel 1987 possono essere messi in relazione
a fattori alimentari e soprattutto al consumo di grassi saturi e
colesterolo108. La comunità scientifica ha riconosciuto che diete ad
alto contenuto di grassi saturi e colesterolo aumentano il rischio di
contrarre le “malattie del benessere”: patologie cardiovascolari,
tumore e diabete.109 Per dare l’idea della stretta relazione fra consumo
di carne e danni alla salute, Rifkin riporta un’analisi della variazione
del tasso di mortalità della popolazione danese a seguito del blocco
navale imposto nel 1917 dalle potenze alleate: da un momento
all’altro tre milioni di danesi furono costretti a diventare vegetariani
(la dieta imposta dal governo si ridusse a patate e orzo eliminando
quasi completamente la carne) e il tasso di mortalità scese del 34%.
Anche la possibilità di scelta dei cittadini in materia alimentare è
lasciata in ombra dalle più recenti posizioni degli organi internazionali
(WTO in primis) e dei governi (U.S.A. e, di conseguenza, l’Unione
108 J. Rifkin, op. cit., pag. 197
109 ivi, pag. 196. Il dottor C. Everett Koop ritiene che diete ad alto contenuto di grassi saturi
e colesterolo occupano un ruolo fondamentale in tre fra le dieci maggiori cause di morte:
infarto cardiaco, cancro e ictus.
33
Europea) in materia OGM, al fine di non porre ostacoli al libero
mercato. La recente riapertura delle frontiere dell’Unione agli alimenti
geneticamente modificati stride con le politiche del benessere e riduce
la capacità di scelta di ciascun cittadino.
9. Conclusione
Con questo lavoro ho cercato di presentare il quadro della situazione
agro-alimentare attuale, evidenziando i limiti che presenta in
riferimento a varie tematiche (sostenibilità nel tempo, costi crescenti,
spreco energetico, impatto ambientale e sulla salute pubblica,
persistente fame nel mondo) e ricercando, attraverso studi comparati
fra paesi con tradizioni alimentari ben distinte, le cause da cui
scaturisce l’insoddisfazione dell’attuale modello agricolo.
L’attenzione si è conseguentemente incentrata sugli allevamenti
(intensivi e non) e sulla posizione dominante che la carne e gli altri
alimenti di derivazione animale occupano nell’attuale sistema. In
particolare è stato analizzato il costo in termini proteici di
un’alimentazione prevalentemente carnivora (o iperproteica),
questione che ha assunto estrema importanza in seguito all’affermarsi
della pratica dell’ingrasso animale: il tasso di conversione medio delle
proteine vegetali assunte dagli animali in proteine animali risulta
essere 7 a 1. Nello specifico, ho evidenziato come una notevole
porzione di terra arabile venga sottratta all’alimentazione umana per
garantire il sostentamento dei capi di allevamento. A riguardo ho
riportato i risultati di uno studio delle diverse abitudini alimentari
statunitensi da una parte e cinesi dall’altra: dallo studio è emerso come
la dieta cinese, prevalentemente vegetariana, sia ben più efficiente,
permettendo un’adeguata alimentazione con soli 0,1 ettari di terreno
arabile procapite. Il valore assume maggiore importanza se si
considera che oggi ciascun individuo ha a disposizione, ipotizzando
34
un’equa ripartizione globale, i frutti di 0,3 ettari di terreno coltivabile,
mentre i soli U.S.A. ne impiegano 0,6. Sempre in riferimento allo
stretto legame agricoltura – allevamento (o meglio alla dipendenza di
quest’ultimo dai prodotti della terra) sono emerse le (preoccupanti)
ripercussioni sull’ambiente che mettono in luce i limiti del sistema
convenzionale non solo per quanto concerne prettamente
l’inquinamento (dell’acqua e degli alimenti), ma anche in riferimento
all’insostenibilità della pressione che l’attuale sistema impone alla
terra: il processo di erosione priva a poco a poco il suolo degli
elementi nutritivi (acqua in primis ma anche azoto, fosforo, potassio e
calcio) e dunque della sua fertilità provocando la continua crescita dei
costi di lavorazione e produzione. Di conseguenza è emersa la
necessità di presentare modelli alternativi e sostenibili concreti,
descritti riportando dati relativi ad applicazioni empiriche. Per
permettere un’analisi particolareggiata che evidenzi nel dettaglio costi
e benefici, si è proceduto ad un studio comparato (a parità di
condizioni) fra l’attuale modello e due distinti modelli alternativi, la
non lavorazione – rotazione della terra ed il ridge-planting. Entrambi i
modelli alternativi presentati sono risultati (dati alla mano)
egualmente produttivi alla tecnica tradizionale ma, allo stesso tempo,
economicamente, ambientalmente e qualitativamente preferibili. Per
ultimo, ho cercato di chiarire la posizione dei governi in materia,
ripercorrendo l’origine di politiche governamentali che supportano gli
allevatori tanto nei paesi “sviluppati” quanto in quelli in via di
sviluppo, delineando nuove politiche auspicabili per un’agricoltura
sostenibile sia a livello locale che a livello globale. L’impegno dei
governi resta necessario, ma deve cambiare il tipo di politica agricola
perseguito: la ricerca del cibo a basso prezzo, oltre a non aver dato
risposta al problema della fame nel mondo, ha arricchito pochi e
impoverito molti, tralasciando allo stesso tempo la questione
qualitativa dell’alimentazione dei cittadini. La ricerca del Welfare da
parte dei governi non può prescindere dalla situazione alimentare e
35
deve permettere ai cittadini di scegliere un tipo di alimentazione sano
e sostenibile.
36
Appendice
a Il lavoro è stato calcolato pari a 10 ore per il maggior dispendio di
tempo dovuto alle lavorazioni del suolo
b Trasporto di macchinari, carburante e fertilizzanti azotati
c Raccolto medio di tre anni
d Il consumo energetico giornaliero per la manodopera è stato
calcolato di 3.500 kcal
e Il consumo energetico per materiali metallici e per i macchinari è
stato calcolato di 18.500 kcal/kg più un 46% per le riparazioni
f Si considera un consumo di carburante composto da parti uguali in
volume di benzina e gasolio. Un litro di benzina equivale a 10.000
kcal e un litro di gasolio 11.400 kcal. Tale valore comprende anche
l’energia spesa per l’estrazione e la raffinazione
g Azoto = 21.000 kcal/kg
h Fosforo = 6.330 kcal/kg
i Potassio = 2.500 kcal/kg
j Calce = 315 kcal/kg
k Seme ibrido = 24.750 kcal/kg
l Si è calcolato che il costo energetico per insetticidi e diserbanti è di
1.000.000 kcal/kg
m Comprende il costo energetico per l’elettricità
n Sono state aggiunte 275 kcal/kg per il trasporto di mezzi dell’azienda
o Si è stimato che un Kg di mais equivale a 4.000 kcal
p Costo del lavoro pari a 5$/ora
q Usda (1984a)
r Litro = 0,33$
s Azoto = 0,53$
t Fosforo = 0,51$
u Potassio = 0,27$
v Calce = 0,15$
37
w Usda (1984a)
x Costo trattamenti insetticidi e diserbanti pari a 10$/kg (materiale e
distribuzione)
y Kwh = 0,07$
z Trasporto = 0,10$/kg
aa Il sistema della non lavorazione richiede meno lavoro rispetto a
quello convenzionale
bb Nel sistema della non lavorazione e nel ridge-planting la spesa
energetica è più bassa del 20% poiché occorre una minor potenza per
le lavorazioni
cc E’ necessario un 40% in meno di carburante
dd Si calcola che vengano usate le stesse quantità di N, P, K e Ca.
ee In questo sistema si usa il 15% in più di sementi per ovviare alle
maggiori fallanze
ff Non sono stati usati insetticidi perché il mais era in rotazione con la
soia
gg Occorre il doppio di diserbante se paragonato al sistema
convenzionale
hh Occorrono 5 ore di lavoro in più per raccogliere e spandere 27 t di
letame
ii Sono state applicate 27 t di letame bovino per fornire 152 kg di azoto
jj Il letame apporta 42 kg di fosforo
kk Il letame apporta 81 kg di potassio
ll Per controllare le erbe infestanti sono stati usati sarchiature e
inerbimenti
mm Sono stati usati circa 10 kg di seme per l’inerbimento
nn Non è stato utilizzato nessun erbicida
oo Per raccogliere e distribuire una tonnellata di letame sono necessari
circa 1,9 litri di carburante
pp Il valore del letame è pari a quello del carburante speso per la sua
raccolta e distribuzione
qq Un kg di seme per inerbimento è stato valutato 1$
38
Bibliografia di riferimento
· Jeremy Rifkin, “Ecocidio”, ed. Mondatori, 2002
· David Pimentel, “Il futuro sostenibile”, ed. Vallecchi, 1993
· Frances Moore Lappé, “Diet for a small planet”, ed.
Ballantine Books, 2002
· Peter Singel, “Liberazione animale”, ed. NET, 2003
· Carlo Consiglio e Vincenzino Siani, “Evoluzione e
alimentazione”, ed. Bollati Boringhieri, 2003
· Charles Patterson, “Un’eterna Treblinka”, ed. Riuniti, 2003
· Articoli tratti dall’ International Food Policy Research Institute
(IFPRI), http://www.ifpri.org

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