America Latina: analisi storica dei conflitti economici e sociali

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI PAVIA

FACOLTA’ DI SCIENZE POLITICHE ED ECONOMIA

CORSO DI LAUREA SPECIALISTICA IN

ECONOMIA, POLITICA E ISTITUZIONI INTERNAZIONALI

TESI DI LAUREA

America Latina: analisi storica dei conflitti economici e sociali

e socialismo del XXI secolo

Relatore:

Prof. MISSAGLIA Marco

Correlatore:

Prof. MUGNAINI Marco

Candidato:

CIANCIO Pierpaolo

340739/79

ANNO ACCADEMICO 2006/2007

Indice

1. Introduzione. 5

2. Quadro storico: l’arrivo degli europei 7

3. Le prime lotte. 16

3.1. Vie di sviluppo alternative all’ ‘eurocentrismo’ 18

4. Una nuova potenza. 21

4.1 Il capitale. 21

4.2 Le lotte. 23

5. L’indipendenza. 27

5.1 Artigas: la prima riforma agraria. 29

5.2 La decolonizzazione (tra imperialismo e federalismo) e la ‘dottrina Monroe’ 31

5.3 Argentina: l’arroganza del porto. 37

5.4 Colombia. 38

5.5 Il Venezuela, chiuso in sé stesso. 38

5.6 Perù e Bolivia. 39

5.7 Ecuador. 40

5.8 L’unico impero: il Brasile. 40

5.9 L’anomalia: il Paraguay. 41

5.10 Un ente per lo sviluppo in Messico: il ‘Banco de Avío’ 42

6. Dopo l’indipendenza. 44

6.1 L’egemonia britannica. 45

6.2 Modernizzazione, imperialismo e capitale. 49

7. “Attenzione il pericolo sta nello yankee in agguato”. 54

7.1 Una rivoluzione dalla natura agraria. 56

7.2 ‘Roosevelt Corollary’ 58

8. Laissez faire. 62

8.1. “Kicks away the ladder”. 65

8.2. Le tariffe aiutano l’industrializzazione. 70

9. Lo Stato latinoamericano. 74

9.1. Il venerdì nero di Wall Street 77

9.2. Sviluppismo. 84

10. Il ‘Clark memorandum’ 88

10.1. Bretton Woods. 89

11. I sicari dell’economia. 95

11.1. Panama: il Canale, Omar Torrijos e Manuel Noriega. 97

11.2. Guatemala: Jacobo Árbenz Guzmán e l’operazione liberatrice. 98

11.3. Ecuador: Jaime Roldós Aguilera, idrocarburi e diritti umani 100

12. Nazional-sviluppismo. 104

12.1. Neo-liberalismo. 106

12.2. Pacchetti di aggiustamento strutturale (SAPs) 108

13. Il socialismo del XXI secolo. 111

13.1. La Rivoluzione bolivariana. 113

13.2. Sviluppo endogeno, cooperative e missioni 118

13.3. La riforma agraria. 124

13.4. Donne, afro-venezuelani ed indigeni 127

13.5. La politica internazionale. 129

13.6. L’acqua in Bolivia, l’Ecuador ed il Cile. 131

14. Conclusioni 137

Bibliografia di riferimento. 143

Articoli e papers. 145

Siti internet 147

1. Introduzione

Nel secondo dopoguerra l’America Latina è a poco a poco entrata nel vortice della crescita economica, sempre più nell’orbita statunitense e delle creature figlie di Bretton Woods. Alcuni autori hanno definito ‘Washington Consensus’ il trittico Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Tesoro statunitense, istituzioni che teoricamente non dovrebbero avere altro in comune che la sede nella città di Washington, ma le cui politiche di fatto si intersecavano più o meno spontaneamente in parecchie circostanze. Altri autori denominano queste relazioni in modo differente, omettendo il Tesoro e sostituendolo con Wall Street: in questo modo il ‘consensus’ cessa di essere proprio di Washington, ma nella pratica lo rimane. Ciò che importa è avere la coscienza di trattare un Continente che si sta relativamente slegando, vuoi per circostanze geopolitiche (guerra in Iraq), vuoi per il declino dell’imperialismo, vuoi per la vittoria (quanto meno momentanea e ancora circoscritta) di un movimento che nasce dal basso, dagli out-out più o meno direttamente di marca statunitense. Caudillo di questo movimento dalle variegate sfaccettature è Hugo Chávez, o meglio, il popolo venezuelano e il suo leader carismatico. Ho detto ‘variegate sfaccettature’, perché la ‘massa’, la ‘moltitudine’ è eterogenea, essendo essa stessa retaggio dell’epoca coloniale e imperiale: gauchos, peónes, llaneros, campesinos, creoli, meticci, indigeni (meglio, autoctoni) e donne. La forbice sociale in America Latina è una delle più ampie del globo, ed anche questa circostanza ha origine con l’arrivo degli europei nei secoli XV e XVI. Da allora gli europei si sono imposti sulle popolazioni autoctone indigene, sterminandole se opponevano resistenza all’avanzata dei conquistadores o usandole come manodopera gratuita.

L’America Latina è ed è sempre stata una regione ricca di materie prime. Se oggi lo è principalmente per il petrolio venezuelano ed i gas boliviani, ieri lo era per oro e argento prima, e per zucchero, caffè, cacao, cotone, caucciù e frutta quando le miniere esaurirono la loro ricchezza: comunque sempre per l’abbondanza di manodopera disponibile a buon mercato. Successivamente, quando gli indigeni erano numericamente insufficienti per lavorare nelle miniere o nelle sterminate piantagioni, inizia la tratta negriera, con il triangolo Europa-Africa-America-Europa. Venne poi l’industrializzazione (con capitale straniero) e orde di disoccupati riempirono i serbatoi delle industrie nascenti. Durante tutte queste fasi le donne, emblema della discriminazione in un sistema, sono sempre state tenute a debita distanza da qualsiasi tipo di integrazione nella società e sfruttate: come fabbriche di manodopera gratuita, come lavoratrici a basso costo o più recentemente mutilate della propria famiglia (mi riferisco ai desaparecidos argentini). Ecco i proletari ed i contadini, i meticci e gli indigeni, e le donne.

Con il declino (o la distrazione) dell’imperialismo statunitense, avvenuto con minimo ritardo rispetto ai crolli economici di alcuni paesi del Cono Sud (riferimento eclatante la débâcle Argentina del 2001) o a situazioni finanziarie disastrose con responsabilità di istituzioni internazionali legate agli USA che approfondiremo nel corso della trattazione, il popolo latinoamericano ha sfruttato il momento storico eleggendo alla presidenza candidati di estrazione proletaria (Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile), indigena (Evo Morales in Bolivia), umile (Rafael Correa in Ecuador), due donne (Michelle Bachelet in Cile e, più recentemente, Cristina Fernández Kirchner in Argentina) e per l’ennesima volta un militare (Ugo Chávez in Venezuela), confidando nell’importante sostegno che i militari hanno dato negli ultimi anni alla popolazione venezuelana in forza della loro peculiarità (status universitario e, ad eccezione della marina, bassa estrazione sociale).

Un vento di cambiamento che soffia sui governi di ambo gli schieramenti e vede istituzioni internazionali come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale perdere credibilità e importanza in uno scacchiere latinoamericano che sembra voler prendere sempre più le distanze da dettami e ricette di politica economica ‘suggerite’ dalle due organizzazioni.

Ripercorrendo la storia del Continente, soffermeremo l’attenzione su problematiche sia economiche che relative la proprietà della terra, per arrivare ad analizzare le potenzialità del Banco del Sur, ente bancario regionale promosso da Chávez ed appoggiato dai premier di Argentina, Ecuador, Bolivia, Paraguay e Brasile. Partendo dalle riserve internazionali dei governi partecipanti, il Banco del Sur finanzierà grandi infrastrutture (come il Gasdotto del Sud) e progetti sociali, inseguendo stabilità macroeconomica e finanziamento allo sviluppo.

Proporremo linee d’intervento ed evidenzieremo possibili difficoltà d’azione, forti di una coscienza storica propria dell’America Latina. Studieremo il ‘socialismo del XXI secolo’ interrogandoci, al di là della propaganda e degli eccessi, sul futuro del Continente, in un contesto globale e temporale in cui il mercato altera le leadership economiche e politiche del secolo scorso.


2. Quadro storico: l’arrivo degli europei

Gli europei approdarono in America Latina con Cristoforo Colombo, nel 1492. Nello stesso anno, i re spagnoli Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia (los reyes catolicòs) riconquistarono Granada dopo otto secoli e scacciarono mori ed ebrei[1]. Le casse del regno spagnolo risentivano della lunga guerra di Riconquista: la scoperta dell’America, delle sue immense ricchezze e di un popolo (non importa se autoctono) infedele, cadeva a proposito. Nel suo primo viaggio, Colombo visitò gli attuali El Salvador e Cuba, e solo nel terzo viaggio (1498) toccò il Continente, l’attuale Venezuela, rendendosi conto della vastità del territorio. Fin da subito i primi coloni sottomisero gli indigeni “infedeli”[2] ed iniziarono a caricare le stive delle navi di ricchezze. “Il pepe, lo zenzero, i chiodi di garofano, la noce moscata e la cannella erano richiesti come il sale per conservare la carne d’inverno senza che imputridisse e perdesse il sapore. I re cattolici di Spagna decisero di finanziare l’avventura dell’accesso diretto alla loro fonte per liberarsi della pesante catena di intermediari e rivenditori che monopolizzavano il commercio delle spezie, delle piante tropicali, delle mussole e delle armi bianche provenienti dalle misteriose regioni dell’Oriente. Anche la brama di metalli preziosi, mezzo di pagamento per il traffico commerciale, spinse alla traversata dei mari maledetti. Tutta l’Europa aveva bisogno d’argento: i filoni della Boemia, della Sassonia e del Tirolo erano già quasi esauriti[3]”.

Ben presto i conquistadores sterminarono gli indigeni: “La popolazione delle isole dei Caraibi smise di pagare tributi per il semplice fatto che scomparve: gli indigeni furono completamente sterminati lungo i fiumi, dove si raccoglieva la polvere d’oro, […] o dissodando i campi oltre ogni limite di resistenza, con le spalle curve sotto i pesanti strumenti di lavoro portati dalla Spagna. Molti indigeni dell’isola Dominicana precorrevano il destino imposto loro dai nuovi oppressori bianchi: ammazzavano i figli e si suicidavano in massa[4]”. Darcy Ribeiro scrive “Quando i conquistatori apparvero all’orizzonte, aztechi, inca e maya erano, complessivamente, settanta-novanta milioni: un secolo e mezzo dopo si erano ridotti a un totale di tre milioni e mezzo[5]”.

Siamo nella prima metà del secolo XVI, e i conquistadores raggiungono il cuore delle Ande, nell’attuale Bolivia, arrivando a Potosì, la più grande riserva d’ argento mai scoperta. Potosì e il cerro (3967 metri sul livello del mare) divennero il centro dell’attività coloniale: “a metà del XVII secolo, l’argento rappresentava oltre il 99 per cento delle esportazioni di minerali dell’America spagnola[6]”. Non solo Potosì, ma anche Zacateas e Guanajuato in Messico.

Venne poi la scoperta di Villa Rica di Ouro Preto, nella regione di Minas Gerais, con capitale Rio de Janeiro. Il secolo è il XVIII, i coloni sono portoghesi, il metallo è l’oro, ma la situazione sembra la stessa: uno scrittore dell’epoca, Francisco Tavares de Brito, nel 1732 definiva Ouro Preto ‘la Potosì dell’oro’[7].

I pochi indigeni sopravvissuti non erano sufficienti ad addossarsi né il duro lavoro delle miniere, né  quello nelle piantagioni. Serviva manodopera, possibilmente a basso costo. Entra in scena un altro continente ricco, l’Africa. Le coste Atlantiche dell’Africa erano già state raggiunte dagli esploratori europei, “la foce del Senegal venne raggiunta per la prima volta da una nave portoghese nel 1444[8]”. La tratta negriera[9] era già praticata “verso i paesi del Golfo Persico e del subcontinente indiano probabilmente dal IX secolo” e solo in “una primissima fase […] s’indirizzò verso il mercato europeo[10]”. Ma la direttrice transatlantica “iniziata dai portoghesi in seguito allo stabilimento di basi commerciali lungo la costa dell’Africa occidentale, acquisisce dimensioni sempre più rilevanti a partire dalla fine del XVI secolo, quando gli schiavi cominciano ad essere impiegati su scala crescente nei nuovi domini coloniali nell’America tropicale ed equatoriale, dove la manodopera indigena scarseggia, a causa del tracollo demografico seguito all’impatto della conquista e ai rigori del dominio europeo (Caraibi, Messico) oppure è già storicamente esigua (Brasile), mentre le condizioni ambientali scoraggiano l’impiego di manodopera europea[11]”.

Fino ad ora abbiamo parlato di metalli preziosi, ma non dimentichiamo che a quei tempi anche alcuni prodotti agricoli erano considerati preziosi: “lo zucchero, che si coltivava in piccola scala in Sicilia e nelle isole di Madera e di Capo verde e si comprava ad altissimo prezzo in Oriente, era un articolo tanto ambito dagli europei da figurare persino nel corredo delle regine, come parte della dote[12]”. Il re dei prodotti agricoli coltivati in America Latina ed (es)portati in Europa era lo zucchero, prodotto non autoctono ma importato dai coloni[13]. La produzione delle colonie spagnole era incentrata nell’estrazione mineraria, e per diverso tempo ai portoghesi rimase un Brasile che nascondeva i suoi tesori e concedeva all’invasore solo legna. “La piantagione, nata dalla richiesta di zucchero delle terre d’oltremare, era un’impresa determinata dalla smania di guadagno del suo proprietario e messa al servizio del mercato che l’Europa stava articolando su scala internazionale. Tuttavia, tenendo conto che in larga misura bastava a se stessa, la sua struttura interna risultava feudale per quanto riguardava alcune caratteristiche predominanti. Del resto, si serviva di manodopera schiavista. Tre fasi storiche diverse – mercantilismo, feudalesimo e schiavitù – si combinavano, così, in una sola unità economica e sociale ma era il mercato internazionale a essere al centro della costellazione di potere di cui il sistema delle piantagioni fece fin dall’inizio parte[14]”. Ci fu lo zucchero nel nord est del Brasile dal secolo XVI fino alla metà del XVII; poi venne il cotone, la cui produzione, nei pressi del porto di São Luís del Maranhão nel nord del Brasile, si intensificò a partire dalla seconda metà del secolo XVIII, e fu per il Paraguay “il principale prodotto d’esportazione[15]” fino alla fine del secondo conflitto mondiale; quindi il caucciù della città di Manaus (sempre in Brasile) nel cuore della foresta Amazzonica, dalla seconda metà del secolo XIX fino ai primi tre lustri del secolo XX; il cacao (fine secolo XVI) sulle terre umide del Carúpano, in Venezuela, che si diffuse a fine XIX anche nel nord est brasiliano e in Ecuador; infine il prezioso caffè, importante merce di scambio per El Salvador, Guatemala, Costa Rica, Haiti, Colombia e, soprattutto, Brasile (nelle colline attorno a Rio de Janeiro e poi, anno dopo anno, spingendosi sempre più nell’interno, verso e oltre il fiume Paranà, fino al territorio paraguagio).

Dunque, metalli (preziosi) e materie prime venivano estratte da schiavi indigeni, africani o meticci e caricati sulle stesse navi negriere alla volta dell’Europa: si chiudeva così il triangolo mercantile Europa – Africa – America – Europa. “La scoperta dell’oro e dell’argento in America, la decimazione e l’assoggettamento alla schiavitù della popolazione indigena, il seppellimento nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie Orientali e la trasformazione dell’Africa in una sorta di parco commerciale per il reperimento di pelli nere, tutti questi sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria[16]”. “Questa gigantesca massa di capitali creò una situazione favorevole agli investimenti in Europa, stimolò lo ‘spirito imprenditoriale’ e finanziò in modo diretto l’insediamento di manifatture che diedero una straordinaria spinta alla rivoluzione industriale[17]”. Nello stesso tempo in cui la colonizzazione delle Americhe permetteva lo sviluppo industriale in Europa, il Cono Sud si vedeva depredato delle proprie ricchezze (forza lavoro autoctona in primis) e costretto a servire il volano industriale della madre patria nell’impossibilità di poter iniziare una propria accumulazione di capitale, processo aggravato dalla grande produzione e invasione di beni manufatti europei.

“E’ un luogo comune sostenere che, siccome è ideologicamente e materialmente dipendente dal lavoro libero e dalla proprietà del lavoratore sul proprio lavoro, il capitalismo è sostanzialmente antitetico alla schiavitù. Da questo punto di vista, la schiavitù risulta un modo di produzione precapitalistico non diverso dal feudalesimo. Se le cose stanno in questo modo, l’apologia capitalistica della libertà è un fattore di progresso e un sinonimo di illuminismo[18]”. Se in linea prettamente teorica questa affermazione sembra in sintonia con l’ideale economico del capitalismo e del (libero) mercato, deve purtuttavia fare i conti con un processo storico di accumulazione originaria del capitale, avvenuto proprio negli anni della colonizzazione delle Americhe. Antonio Negri e Michael Hardt si interrogano sulla possibilità che il sistema coloniale schiavistico rappresenti uno step intermedio tra società indigena primitiva e società capitalistica sviluppata: un passaggio necessario per chi non aveva vissuto il graduale sviluppo europeo. Nonostante ci possano essere analogie tra l’immagine dei lavoratori delle piantagioni caraibiche e gli operai delle prime fabbriche, l’evidenza storica smentisce questa ipotesi. “La produzione schiavistica delle Americhe e la tratta degli schiavi africani non sono tuttavia riconducibili a una transizione al capitalismo. Piuttosto, esse hanno fornito una base relativamente stabile, una sorta di piedistallo di supersfruttamento sui quali il capitalismo si è saldamente impiantato. Non c’è alcuna contraddizione nel fatto che la schiavitù abbia reso possibile il capitalismo in Europa e che il capitalismo europeo non avesse alcun interesse a rinunciarvi[19]”.

Nel libro primo del Capitale, Marx descrive accuratamente i passaggi che hanno permesso l’accumulazione originaria[20] e, di conseguenza, lo sviluppo industriale europeo, meglio, inglese. “I diversi momenti dell’accumulazione originaria […] vengono combinati sistematicamente in Inghilterra in sistema coloniale, sistema del debito pubblico, sistema tributario e sistema protezionistico moderno[21]”. Per permettere la detenzione da parte dei singoli possessori di denaro o merce di un valore tale da renderli potenziali capitalisti, Marx individua due possibili modalità di intervento dello Stato: da un lato sussidi statali (ne è esempio la Francia di Colbert), dall’altro la creazione delle così dette società Monopolia[22]. Abbiamo già visto in che modo il sistema coloniale permetta l’accumulazione di ricchezze: Marx aggiunge che “al giorno d’oggi il predominio industriale comporta il predominio commerciale. Nel periodo della manifattura vera e propria, invece, fu il predominio commerciale che portò al predominio industriale. Donde il ruolo di primo piano che assunse a quei tempi il sistema coloniale[23]”. Il sistema del debito pubblico ricopre in questo senso una parte fondamentale del quadro. Lo stato diventa debitore verso i cittadini, lasciando in cambio obbligazioni che si possono scambiare sul mercato: il creditore dello Stato, quindi, non si priva di ricchezza. In questo modo viene creata ex-novo della ricchezza che permette lo sviluppo capitalistico, la nascita di società Monopolia, il pagamento di sussidi… Le Banche centrali ricoprono una parte importante nella logica del debito pubblico, in quanto prestano denaro allo Stato ad un determinato tasso d’interesse e allo stesso tempo hanno il permesso di coniare moneta con quello stesso capitale, per prestare liquidità al pubblico, scontare gli effetti e acquistare metalli pregiati. Scrive Honoré Gabriel Riqueti de Mirabeau “Perchè cercare tanto lontano le ragioni del fulgore delle manifatture in Sassonia prima della guerra dei Sette anni? 180 milioni di debito pubblico![24]”.“Insieme ai debiti pubblici è sorto un sistema di credito internazionale che nasconde spesso una delle sorgenti dell’accumulazione originaria di questo o quel popolo[25]”. Vien da se rendersi conto di come sistema del debito pubblico e sistema coloniale si alimentino a vicenda. “Dato che il debito pubblico è basato sulle entrate dello Stato, che ne deve pagare gli interessi annui, ecc., il moderno sistema delle imposte è divenuto l’indispensabile complemento del sistema dei prestiti nazionali[26]”. Viene creata ricchezza senza addossarne il peso sui creditori dello stato, ma mediante la tassazione di tutti i contribuenti: importante dunque capire come viene rivisto il sistema delle imposte, cioè quali beni subiscono un aumento della tassazione, considerando che “l’aumento delle tasse causato dall’ingrandirsi del debito pubblico spinge il governo a nuovi prestiti allorché si presentino nuove spese eccezionali[27]”. Marx continua: “Il fiscalismo moderno, di cui le tasse sui mezzi di sussistenza di prima necessità (e perciò il loro rincaro) costituiscono il punto d’appoggio, racchiude quindi in sé il germe della progressione automatica[28]”. Questa azione che Marx definisce ‘espropriatrice’ è rafforzata dal sistema protezionistico che “fu un mezzo artificiale per fabbricare fabbricanti, per espropriare lavoratori indipendenti, per capitalizzare i mezzi di produzione e di sussistenza delle nazioni per accorciare forzatamente la transizione dal modo di produzione antico a quello moderno[29]”. E oltre a “tartassare il proprio popolo, indirettamente con i dazi protettivi, direttamente con i premi d’esportazione, ecc., […] nei paesi posti sotto il loro dominio distrussero violentemente ogni industria[30]”. Si pose dunque un freno all’industria nelle colonie e s’invasero quei mercati con beni manufatti prodotti nella madrepatria, spesso attraverso la lavorazione di beni primari provenienti a prezzi di favore dalle stesse colonie. Questo vale anche in modo ancor più invasivo per quel che concerne la rivendita nelle colonie di beni primari coltivati nelle stesse e, poi, rivenduti alle popolazioni autoctone sotto l’egida di monopoli commerciali. Riferendosi nella fattispecie alle colonie orientali, ma argomentando dinamiche proprie delle colonie in generale, Marx scrive: “I monopoli di sale, dell’oppio, del betel e di altre merci erano inesauribili miniere di ricchezza. I funzionari stabilivano di persona i prezzi e spellavano a discrezione l’infelice indù. Il governatore aveva la sua parte in questo commercio privato. I suoi favoriti riuscivano a stipulare contratti in base ai quali, più capaci degli alchimisti, riuscivano a creare oro dal nulla[31]”.

Il regno spagnolo risentiva esso stesso, seppur non nell’immediatezza, del boom manifatturiero: “In quel regno dagli enormi e sterili latifondi l’industria moriva sul nascere e l’economia malata non poteva resistere alle conseguenze del brusco rialzo dei prodotti alimentari e delle merci, corollario inevitabile dell’espansione coloniale. L’enorme aumento della spesa pubblica e la soffocante pressione dei beni di consumo nei domini d’oltremare, rendevano più cauto il deficit commerciale e scatenavano un’inflazione galoppante[32]”. Carlo V, Sacro Romano Imperatore, si impegnò nella repressione delle eresie che si diffondevano in Europa e suo figlio, Filippo II, azionò globalmente la macchina dell’Inquisizione. Nel mentre, “nonostante la finzione giuridica del monopolio, la Spagna controllava solo il 5 per cento del commercio con i ‘suoi’ possedimenti coloniali d’oltreoceano: circa un terzo del totale, infatti, era nelle mani degli olandesi e dei fiamminghi; un quarto era sotto il controllo francese; i genovesi ne controllavano più del 20 per cento; i francesi il 10 per cento e i tedeschi poco meno[33]”. Le persecuzioni degli infedeli svuotavano le casse reali di quelle briciole di ricchezza che restavano in Spagna: a queste vanno aggiunti gli sforzi per reprimere le rivolte della borghesia castigliana (la guerra dei Comuneros) e le insurrezioni di tessitori, filandieri e degli artigiani che riuscirono a controllare la regione di Valencia. I ‘capitalisti’ (meglio, rentiers) spagnoli espletavano le mansioni proprie dei finanziari, acquistando titoli di debito pubblico reale e sperperando in lussi improduttivi la ricchezza (che alimentava la crescita economica degli altri regni europei). A mano a mano che i costi dell’Inquisizione e delle repressioni chiedevano più sforzi alle casse reali, la Spagna rivedeva i trattati commerciali con le altre potenze europee, e le navi di rientro dalle Americhe, pur scaricando metalli e materie prime nel porto di Cádiz, trasportavano beni destinati alle economie europee più sviluppate e ripartivano per le Americhe cariche di beni manufatti lavorati altrove.

L’altra potenza padrona di immensi territori in America Latina, il Portogallo, non riuscì ad impiegare in modo più proficuo il flusso di oro proveniente dal Brasile. Accordi commerciali (come il trattato di Methuen[34] del 27 dicembre 1703) con un’Inghilterra già sull’onda della rivoluzione industriale, soffocarono sul nascere la piccola manifattura lusitana e lasciarono spazio ai prodotti inglesi sia nella madre patria che nelle colonie: beni che venivano pagati con l’oro di Minas Gerais[35]. In questo modo anche le industrie brasiliane venivano schiacciate dalla concorrenza inglese. “Nel 1675 [il Portogallo] proibì il funzionamento delle raffinerie di zucchero; nel 1729, dichiarò reato l’apertura di nuove vie di comunicazione nella regione mineraria; nel 1785 ordinò che tutti i telai e le filature brasiliane fossero bruciate[36]”.

“Sull’intero sistema pesa il controllo politico di una burocrazia onnipresente, che imbriglierà il volontarismo dei conquistadores e dei bandeirantes e permetterà […] un’egemonia di lunga durata, mai seriamente minacciata dall’interno e dall’esterno per tre secoli […] I vincoli sono particolarmente pesanti nelle attività commerciali[37]”. La colonia è vista come una gallina da spennare e non come una gallina dalle uova d’oro. Vi sono restrizioni per il commercio tra una provincia e l’altra, la libertà di circolazione è limitata: ma “paradossalmente la Spagna non era in grado di rifornirle [le colonie] adeguatamente […] Il contrabbando diventa allora ‘una forza imperante, un mezzo di ricchezza e di benessere’ e viene esercitato su vasta scala: mercanti inglesi approdano nei porti locali con navi interamente cariche di merci di contrabbando alimentando un’economia sommersa[38]”. Classi sociali razziste basate sul colore della pelle, rifiuto dell’etica del lavoro[39] e pax hispanica[40], completano il quadro dell’America Latina.

“La violenza latente nella società si congiungerà con una memoria storica che predispone le diverse classi ad una rapida militarizzazione. La conquista è opera più della spada che dell’aratro, più dell’iniziativa individuale che di un’aggregazione tenuta insieme da una fede comune come al Nord[41]. Questo individualismo eroico e spesso sfrenato, quel senso di follia e di impeto donchisciottesco, che è sottinteso dalla ricerca dell’oro e della ricchezza, mantengono vivo di fronte all’assolutismo regio uno spontaneo spirito di libertà[42]”.


3. Le prime lotte

Con il passare degli anni, nelle colonie si manifestarono le prime ribellioni. In ordine cronologico, la prima ribellione significativa[43] è condotta da un conquistador basco che si ribella a Filippo II. Si tratta di Lope de Aguirre, colono europeo con un profondo malcontento nei confronti di una corona spagnola “che non ha rischiato nulla nella conquista americana e non ha ricompensato ‘coloro che hanno lavorato e sudato’, che ha impiegato nelle sue guerre europee i guadagni ricavati nelle Indie ‘scoperte da noi’, senza pensare […] alla vecchiaia e alla stanchezza dei conquistatori e al pericolo che ‘essi finiscano per morire di fame’[44]”. Dopo un tentativo fallito di scoprire El Dorado[45], partendo dal Perù sotto il comando di Pedro de Orsua e al servizio del vicerè marchese di Cañete, Aguirre si impadronì della spedizione assassinandone il capo e il successore, nell’intento di tornare a Lima per impadronirsi del Perù, ‘un sufficiente El Dorado’. La sorte del caudillo non si discosta da quella che patiranno nei successivi quattro secoli e mezzo altri ribelli in America Latina, pur mantenendo delle peculiarità: “abbandonato dai suoi soldati, delusi dalla mancata scoperta dell’ El Dorado, viene catturato e decapitato il 27 ottobre 1561[46]”. Aguirre era un dittatore sanguinario, ribelle perché indipendentista: Salvador de Madariaga non lo ritiene degno nemmeno dell’inferno, ma ne sottolinea “la tendenza alla dittatura e al separatismo”, simboli dei tratti politici deteriori del carattere spagnolo. “Con un’intuizione indubbia si definì egli stesso Fuerte caudillo de la Naciòn Maradoña, ossia padrone irresponsabile e anarchico di una nazione immaginaria[47]”. “Lope de Aguirre è il fondatore di una prolifica stirpe, quella dei montoneros faziosi, che hanno devastato l’America spagnola, attaccati alla libidine del potere, il cui strumento di governo è il delitto e la cui teoria politica è il separatismo, brillante vessillo con il quale eccitano la superbia istintiva delle plebi[48]”.

Nel 1749 gli afro-venezuelani di Caracas e della zona circostante si ribellarono alla condizione di schiavitù in cui erano costretti. Nacquero così le colonie autonome di schiavi evasi, realtà non peculiari del Venezuela ma diffuse in tutto il Cono Sud, seppur con tempistiche e nomenclature differenti: in Venezuela si parla di Cumbes, in Brasile di Quilombos ed in altre regioni del Continente di Palenques. Le Cumbes erano zone liberate dalla schiavitù, dove le comunità afro-venezuelane conducevano vita autonoma.

Negli anni Ottanta del Settecento è la volta della prima rivolta indigena. Túpac Amaru II, cacicco meticcio, discendente diretto degli imperatori Inca (e di Túpac Amaru I[49]), capeggiò il movimento messianico e rivoluzionario di maggior rilievo. Nel 1781 Túpac Amaru II cinse d’assedio Cuzco (Perù) capitale del regno Inca e considerata capitale storica del paese, infuocando tutta la regione del Virreinato: proibì la mita[50] a Potosì, decretò la libertà degli schiavi, abolì ogni tipo d’imposta e la spartizione di manodopera indigena sotto qualsiasi forma. “Gli indigeni accorrevano a migliaia sotto le bandiere del ‘padre di tutti i poveri e di tutti i miserabili e derelitti’”, scrive Eduardo Galeano. E’ un preludio della guerra d’indipendenza, ma non ne rappresenta il primo acuto: “Nonostante la rivendicazione retorica da parte dei discendenti dei conquistadores delle vittime dei loro antenati, il movimento indipendentista non si ricollega al passato precoloniale […] La guerra dei nipoti della conquista non è la loro guerra[51]”. Questo canto del cigno indigeno non avrà una seconda edizione, verrà represso con violenza dagli spagnoli (alleati con i creoli[52]) e servirà solo ad alimentare la lunga serie di successive lotte.

3.1. Vie di sviluppo alternative all’ ‘eurocentrismo’

Nell’autunno del 1791 scoppiò la rivoluzione nell’odierna Haiti, colonia francese conosciuta ai tempi della rivolta come Saint Domingue. “Nella seconda metà del secolo [XVIII] il migliore zucchero del mondo cresceva sul suolo spugnoso delle pianure costiere di Haiti […] A nord e a est, Haiti si trasformò in un formicaio di schiavi[53]”: nei soli anni 1786 e 1787 l’arrivo di schiavi è stimato attorno ai 66 mila. Il capo degli schiavi, il generale Toussaint-L’Ouverture, respirava il vento della rivoluzione francese, prese alla lettera la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e si ribellò contro i francesi. “Toussaint-L’Ouverture aveva spinto il progetto oltre il limite che separa il pensiero puro dalla realtà concreta; il diritto dalla sua attualizzazione; la ragione dalla verità[54]”. Questo non vuol dire che gli schiavi e il loro leader dovettero attendere che gli europei insegnassero loro come ribellarsi, come lottare: l’essenza stessa della condizione schiavistica porta con se il germe della ribellione, covato per secoli in milioni di schiavi. Toussaint-L’Ouverture ebbe la capacità di trovare nella retorica propria della rivoluzione francese, la base dialettica e legale per chiedere la libertà di Haiti e degli schiavi, per pretendere la fine dell’aristocrazia razziale[55] e la protezione del diritto di cittadinanza anche per neri, bianchi e mulatti delle colonie. Come Negri e Hardt spiegano chiaramente comparando il pensiero di Toussaint-L’Ouverture a quello di Karl Marx, “il capitalismo rischia di essere rappresentato nei termini di una erronea dicotomia tra la sottomissione al capitale e al dominio britannico da un lato, e il ritorno alle strutture tradizionali della società indiana e la subordinazione ai principi locali dall’altro: la scelta è tra una sottomissione esterna e una sottomissione autoctona[56]”. Marx è convinto dell’esistenza di un’altra strada, che usa inconsciamente lo strumento capitale per scatenare la rivolta: “l’alternativa consiste nel proiettarsi verso una nuova forma di libertà collegata all’espansione delle reti dello scambio globale[57]”. La differenza tra Toussaint-L’Ouverture e Marx si aggancia inesorabilmente all’eurocentrismo: Marx, da ‘buon’ europeo, non vede altra via allo sviluppo europeo (meglio britannico), ed anche le Americhe devono emulare il modello di sviluppo capitalistico per potersi slegare dai vincoli coloniali; Toussaint-L’Ouverture in quanto indigeno, non vede all’orizzonte la sola industrializzazione come via per lo sviluppo, ma cova un ideale che si ricollega alla passata organizzazione sociale indigena attualizzandola al contesto coloniale, nel tentativo di creare una realtà sviluppata e libera, scollegata dal sistema coloniale ma collegata al mondo tramite legami commerciali. Anche un vescovo che si battè in Messico (precisamente, in Chiapas) per i diritti degli schiavi, Padre Bartolomé de Las Casas, restava prigioniero dell’eurocentrismo. Il suo principio, l’umanità è una e gli uomini sono uguali, è di fatto viziato dal potenziale cristiano degli indigeni: “i nativi sono uguali per natura agli europei solo nella misura in cui sono degli europei in potenza, il che significa dei potenziali cristiani[58]”. “La natura degli uomini è la stessa e tutti sono chiamati a Cristo nello stesso modo[59]”. L’umanità è si una, ma variegata e molteplice.

Haiti subì pesanti sanzioni commerciali[60], venne riconosciuta indipendente da Parigi in cambio di un considerevole indennizzo in denaro nel 1825 e vide devastate le proprie piantagioni di zucchero e caffè, passando la leadership produttiva nel settore a Cuba.

In Messico sono due esponenti del basso clero, il sacerdote Miguel Hidalgo e, dopo di lui, il prete José María Morelos, a dar manforte ai malcontenti contadini e meticci. Sono gli anni di Napoleone, la Spagna è invasa dalla Francia nella primavera del 1808 e il 6 giugno Giuseppe Bonaparte è investito della corona reale. “Il 9 agosto si riunisce a Messico un congresso: due tesi sono di fronte, il partito europeo, partigiano del mantenimento del legame con la Spagna e il partito indipendentista[61]”. La situazione è confusa, il vicerè appoggia gli indipendentisti e c’è contrasto tra i criollos e gli spagnoli, i gachupines: questi ultimi portano alla destituzione del vicerè. La borghesia nazionale dei creoli è dalla parte della Spagna, mentre la plebe insorta è per l’indipendenza: Manuel Hidalgo e il suo esercito di contadini e meticci, mise fine ai tributi, distribuì le terre di Guadalajara, decretò la liberazione degli schiavi e cinse d’assedio Città del Messico. Verrà sconfitto militarmente e giustiziato, ma la sua lotta venne portata avanti da José María Morelos, che il 6 novembre 1813 proclama l’indipendenza del Messico, prima di essere sconfitto la notte di Natale dello stesso anno da un altro cattolico, il libertador Iturbide. “Liquidata la rivolta servile di Hidalgo e Morelos, la borghesia nazionale, rassicurata, non s’identifica più con gli interessi della burocrazia spagnola e le sue propaggini locali[62]”. Sei anni dopo “l’indipendenza del Messico risultò essere una faccenda di pura marca ispanica, tra europei e gente nata in America…una lotta politica all’interno della stessa classe dominante[63]”: l’indio encomendado[64] si trasformò in peón e l’encomedero in proprietario terriero.


4. Una nuova potenza

A cavallo tra i secoli XVIII e XIX, la Gran Bretagna (paese all’avanguardia in materia di sviluppo industriale, in Europa e nel mondo) invertì la rotta e fu la prima potenza a battersi per l’abolizione della schiavitù e della tratta negriera. I sostenitori dell’abolizionismo facevano leva su argomentazioni morali, ma queste, da sole, non possono spiegare il cambio di rotta. Altre due questioni sono fondamentali: il capitale e le lotte.

4.1 Il capitale

La manifattura inglese aveva bisogno di mercati internazionali che incrementassero la domanda di beni made in England, e quest’obiettivo era raggiungibile con l’espansione del lavoro salariato anche (ma non solo) nelle colonie spagnole e portoghesi.

Il lavoro genera salario, ma il lavoro si divide in ‘necessario’ e ‘supplementare’ in quanto il capitalismo è un sistema conflittuale. I salariati percepiscono  una quota di reddito insufficiente a saturare il mercato proprio perché creano plusvalore: è questa la “relazione irriducibilmente ineguale tra il lavoratore in quanto produttore e il lavoratore in quanto consumatore[65]”. Il plusvalore è in parte trattenuto dagli imprenditori sotto forma di profitto, ma questo non può comprendere tutto il plusvalore, perché serve un capitale da reinvestire. “Invece di consumare tutto il plusvalore, i capitalisti devono praticare l’astinenza, in altre parole, devono accumulare[66]”. Ciò che è stato prodotto in più deve essere scambiato su altri mercati per realizzare quel reddito monetario da reinvestire: “Se la classe operaia, la classe capitalistica e i suoi dipendenti non possono garantire un mercato adeguato e, dunque, acquistare tutte le merci prodotte, anche se si è efficacemente realizzato lo sfruttamento ed è stato effettivamente estratto del plusvalore, tutto questo valore non può essere realizzato[67]”. A mano a mano che aumenta la produttività, il capitale variabile (salario) costituisce una porzione sempre più piccola del valore complessivo delle merci: “Questo significa che il potere di acquisto del lavoratore sarà sempre più piccolo di quello delle merci effettivamente prodotte[68]”. Il capitale deve continuamente allargare il suo raggio d’azione: può indurre nuovi bisogni o desideri nei lavoratori, ma questi sono limitati dal salario; può immettere nel proprio mercato nuovi consumatori, ma nemmeno in questo caso si riequilibrano domanda e offerta, strutturalmente ineguali. “Quello dei nuovi proletari sarà sempre un mercato inadeguato per realizzare il valore prodotto, esso può soltanto contribuire a riprodurre il problema su scala sempre più vasta[69]”. Al capitale servono altri mercati per evitare la svalutazione che risulta dalla tendenza alla sovrapproduzione e questi mercati devono per forza essere non capitalistici: “L’espansione della sfera della circolazione al di fuori del quadro direttamente dominato dal capitale disloca questa destabilizzante disuguaglianza […] Il capitale è come un organismo che non può vivere senza spingersi al di fuori dei suoi confini per nutrirsi del suo ambiente esterno. Il fuori gli è necessario[70]”. E per sopravvivere, il capitale inglese doveva esportare in mercati con un esercito di salariati, potenziali compratori. Ma il capitale non ricrea le stesse condizioni che caratterizzano il contesto da cui proviene nelle economie (non capitaliste) che invade, ma “ogni segmento dell’ambiente non capitalistico viene trasformato differentemente, mentre tutti sono integrati organicamente nell’espansione del corpo del capitale[71]”: una volta incorporata nella produzione capitalistica, un’economia cessa di essere utile allo sviluppo del capitale.

Possedimenti britannici (come alcune isole dei Caraibi, Barbados, Giamaica e Montserrat) dove la schiavitù era stata abolita, non reggevano la concorrenza dei paesi che seguitavano ad impiegare manodopera schiavista. Inoltre, bisogna considerare la netta differenza che contraddistingue le colonie del New England dalle altre colonie inglesi: a Boston, come a Newport o a Providence, non attraccavano navi cariche di schiavi, ma navi colme di beni primari provenienti dai Caraibi (di melassa, ad esempio). Le stesse navi salpavano dal nord Atlantico cariche di beni lavorati (seguendo lo stesso esempio, di rum) per approdare in Africa e scambiare i barili con schiavi destinati alle piantagioni caraibiche: se si aggiungono gli impegni nordamericani per il sostentamento dei Caraibi (viveri, legno, materiale destinato agli zuccherifici…) il ciclo è completo, e le tredici colonie avviarono uno sviluppo industriale basato sulla tratta negriera. In altre colonie britanniche era invece proibito fabbricare qualsiasi oggetto (questo è vero, ad esempio, proprio in Barbados, Giamaica e Montserrat): tutto doveva essere acquistato dalla madrepatria.

4.2 Le lotte

Un’altra chiave di lettura dell’abbandono del sistema schiavistico verte sull’importanza delle lotte. Negri e Hardt fanno proprio questo approccio, che parte delle rivolte nelle economie della schiavitù, passa attraverso l’economia imperialista moderna, giunge alla crisi della stessa per entrare nell’era dell’Impero globale di fine XX inizio XXI secolo, teorizzandone, seguendo lo stesso ragionamento, crisi e superamento ad opera della Moltitudine eterogenea ma coordinata di individui. “Di fatto, nessuna argomentazione d’ordine morale e nessun calcolo del profitto prodotto nelle colonie poteva convincere il capitale europeo a smantellare il regime di schiavitù. Fu solo la rivolta degli schiavi a procurare una leva adeguata[72]”. Questa ‘leva adeguata’ è riassumibile nella creazione (non solo potenziale, quanto reale) di un contropotere che minava le basi e la competitività del sistema schiavistico: la rivolta di Haiti fu il momento più decisivo nella storia moderna delle rivolte degli schiavi. “La tesi secondo cui la schiavitù e la servitù sono intrinseche al capitalismo mette a fuoco la relazione tra il desiderio dei lavoratori di sfuggire al comando e agli sforzi del capitale per bloccare le popolazioni entro rigidi confini territoriali[73]”. Un capitalismo agli albori si rimodella per rinviare ed eludere la propria (intrinseca) crisi, abolendo la schiavitù al fine di slegare i nodi che tenevano uniti i focolai ribelli, dispensando lavoro salariato, libertà di movimento e apertura delle frontiere, ma limitando e contenendo allo stesso tempo il desiderio di deterritorializzazione della moltitudine, rimodellandosi continuamente nel tentativo di spostare temporalmente la minaccia potenziale di un contropotere effettivo. “Il desiderio di deterritorializzazione della moltitudine è il motore che guida tutto il processo dello sviluppo capitalistico e il capitalismo è continuamente costretto a contenerlo[74]”. E’ il sistema coloniale stesso a ghettizzare e creare rigidità nei confini tra metropoli e colonia, rappresentando il colonizzato come alterità da collocare e arginare al di fuori dei valori (e confini) della civiltà europea. “La purezza delle identità, in senso biologico e naturale, è della massima importanza, ma la difesa delle frontiere che dovrebbero proteggerlo procura un’ansia profonda […] I confini che proteggono l’integrità dello spazio europeo sono costantemente sotto assedio[75]”. Questa alterità non è un dato oggettivo empiricamente rilevabile in un dato tempo, quanto piuttosto una creazione europea omologata e trascendente spazio e tempo: discipline accademiche come l’antropologia e settori della storiografia ebbero un ruolo fondamentale nella costruzione di questa alterità, tracciando un unico binario di sviluppo lungo il quale collocare le culture extra-europee in uno stadio precedente, primitivo o sottosviluppato rispetto alla società europea. “Le fasi diacroniche dell’evoluzione umana orientate in direzione della civiltà vennero concettualizzate come sincronicamente presenti presso i popoli e le culture primitive diffuse su tutta la terra. La rappresentazione antropologica degli extraeuropei all’interno della teoria evolutiva della civiltà confermò e certificò la posizione preminente dell’Europa e, con ciò, fornì una straordinaria legittimazione al progetto coloniale[76]”. La formazione di un’alterità ‘Altra’ colonizzata e l’isolamento dell’identità, diventarono sempre più assolute e complementari: prima venne la radicalizzazione esasperata dell’Altro, poi, con un processo dialettico, si costruì il Sé positivo del colonizzatore. “Una volta costruito come Altro assoluto, il soggetto coloniale può essere sussunto (cancellato e sublimato) nel quadro di una sintesi superiore. L’Altro assoluto si riflette in ciò che vi è di più proprio. Il soggetto metropolitano diviene se stesso solo in opposizione al colonizzato[77]”. Questa visione binaria risulta però zoppicante a uno sguardo empirico su qualsiasi contesto coloniale: pur riducendo il ragionamento a un semplicistico quanto razziale sguardo su aspetti legati al colore dei popoli, le variabili considerate sono insufficienti a cogliere sia le sfumatura propriamente razziali (bianchi, neri, indigeni, mulatti, creoli…) che il complesso delle divisioni sociali (neri schiavi, neri affrancati, bianchi padroni, bianchi lavoratori, mulatti creoli, indigeni…). La realtà nelle colonie non è riducibile ad un ragionamento duale tra opposti elementi di razza pura. “La nostra tesi – continuano Negri e Hardt – è che non è la realtà a essere strutturata secondo questa semplicistica logica binaria, ma è piuttosto il colonialismo – macchina astratta produttrice di identità e alterità – a imporre divisioni binarie all’universo coloniale. Il colonialismo omologa le differenze sociali sovradeterminandole con una forma di opposizione che le radicalizza al massimo, e quindi, sussume questa opposizione sotto l’identità della civiltà europea[78]”. Quanto finora detto[79] sulla forma dialettica delle rappresentazioni e della sovranità coloniale ci porta a concludere che le identità in lotta non hanno nulla di essenziale, solo nella forma mentis coloniale queste differenze sono assolute produttrici di alterità e identità: “Questa consapevolezza non è, di per se stessa, una politica, ma è comunque il segno che una politica anticoloniale è effettivamente possibile[80]”; inoltre, le identità sono in lotta, una lotta violenta che occorre rinnovare continuamente per sottomettere l’Altro e affermare in questo modo Sé stessi: “Lo stato di guerra generalizzato che sta dietro le rappresentazioni colonialiste non è né accidentale né indesiderato – la violenza è il fondamento stesso del colonialismo[81]”; infine, la dialettica negativa del riconoscimento è atta a creare solo una forma vuota dell’altro: “è solo lo Schiavo che, con la sua lotta per la vita e per la morte, possiede il potenziale di una coscienza piena[82]”.

Per passare dall’analisi dialettica del colonialismo al momento propositivo (concretizzabile) storico, dobbiamo distanziarci dall’analisi di Sartre e di altri autori (specialmente vicini al concetto di ‘negritudine’) che, pur con toni e tematiche affascinanti, permangono nel momento dialettico, trovando in esso stesso e nella cultura la proposta di una strategia ribelle e rivoluzionaria: respingere l’utilità di stabilizzazione ed equilibrio della dialettica negativa europea, tramutandola in un polo positivo creatore di un’essenza culturale unificatricatrice che conduce allo sgretolamento del Sé europeo figlio dell’addomesticamento e della sussunzione dei colonizzati. “Di fatto, la negritudine sembra essere la battuta in levata di uno sviluppo dialettico: l’affermazione teoretica e pratica della supremazia bianca è la tesi; la posizione della negritudine come valore antitetico è il momento della negatività. Tuttavia, questo momento negativo non è in se stesso sufficiente, e questi neri che se ne servono lo sanno benissimo; essi sanno, cioè, che il suo scopo è quello di preparare la sintesi, ossia la realizzazione dell’essere umano in una società priva di razze. Pertanto, la negritudine esiste in vista del proprio superamento; è un momento di passaggio, non un punto di arrivo, è un mezzo e non un fine[83]”.

Distaccandosi da una proposta rivoluzionaria agganciata a congetture dialettiche, autori come Frantz Fanon propongono un’alternativa rivoluzionaria nei termini della violenza fisica. Fanon ritiene che il momento della violenza originaria sia il colonialismo, a cui segue in un secondo momento la reazione del colonizzato alla violenza primaria, che può però assumere aspetti perversi, come manifestare l’aggressività nei confronti della propria gente o di altre popolazioni colonizzate, rievocando residui di dispute tribali o religiose, profezie mitologiche o rituali, o esprimendo semplicemente disagi mentali. Lungi dal suggerire un progressivo abbandono delle spinte violente, Fanon consiglia una simmetrica controviolenza alla violenza insita nel colonialismo, unica terapia possibile per giungere alla liberazione[84]. In accordo con quanto sostenuto da Malcom X nel contesto di oppressione, violenza e ghettizzazione dei neri negli Stati Uniti[85], il momento negativo, ovvero la reciprocità violenta, “non produce alcuna sintesi dialettica, non è una dissonanza che verrà risolta in una armonia futura. La negatività diretta è l’espressione salutare di un antagonismo reale, un autentico rapporto di forze […] Il processo politico costitutivo si inscriverà nello spazio creato dal rapporto di forze e sarà regolato da una dialettica positiva, diversa dalla dialettica della sovranità coloniale[86]”.


5. L’indipendenza

Contemporaneamente ad un lento processo di abolizione della schiavitù, l’America Latina si ribella alla madrepatria e prende piede un lungo processo indipendentista. Siamo agli inizi del secolo XIX e gli effetti delle idee illuministe hanno ripercussioni anche oltre oceano. La vecchia generazione attaccata alle tradizioni spagnole e diffidente verso l’illuminismo inizia a sfoltirsi, mentre si fa sempre più largo una nuova generazione, distante dalla penisola iberica e più aperta alle nuove idee europee. “Sarà la seconda generazione, la giovane generazione a rinunciare ad una vita facile e dolce, a ricercare nell’indipendenza una patria nuova, a giocare a Caracas e a Buenos Aires il tutto per tutto nella lotta contro l’impero[87]”. Si possono rintracciare due distinte vie interpretative del processo indipendentista: la prima fa perno sul fattore economico, che vede la madrepatria sfruttare inefficacemente e soffocare le colonie, impoverendosi (e impoverendole) sempre più a vantaggio della nuova potenza emergente, l’Inghilterra; la seconda strada privilegia il fattore etnico, e vede nelle rivendicazioni della nuova razza creola l’anima dello spirito indipendentista. Quest’ultima tesi appare però poco stabile, in quanto si era già andata formando da tempo nelle colonie una nobiltà creola accettata e riconosciuta a Madrid; inoltre, le insurrezioni del secolo XIX sono prive di un fattore sociale[88], in quanto mosse dalla borghesia urbana, dai proprietari terrieri, dai sacerdoti, da intellettuali…insomma, sicuramente non da o a favore del popolo; infine, “saranno numerosi nelle fila degli insorti i figli di spagnoli e perfino spagnoli di nascita[89]”. Il precursore dei libertadores, Francisco de Miranda, nacque a Caracas da un ricco mercante delle isole Canarie[90]; Simón Bolívar era un aristocratico creolo (con possibili, ma non accertate, origini genovesi); anche Manuel Belgrano era creolo con origini italiane, figlio di un ricco mercante di Oneglia; José de San Martín era figlio del tenente governatore del dipartimento di Palencia, provincia della corona spagnola; e Bernardo O’Higgins era addirittura figlio naturale del viceré spagnolo del Perù, Ambrosio O’Higgins.

Il timore di questi mercanti, proprietari terrieri e borghesi di restare legati ad una potenza in decadenza, è stata una delle principali cause che portarono l’élite sudamericana a ribellarsi contro la madrepatria e ad accettare di buon grado un’influenza (seppur limitata[91]) inglese[92].

La guerra d’indipendenza dura 14 anni, e in parte si sovrappone alla guerra d’indipendenza della Spagna dall’egemonia francese. Si può rintracciare una prima fase così detta ‘separatista’, dal 1808 al 1812 (dall’ingresso dell’esercito francese in Spagna alla Costituzione di Cadiz) e una seconda fase ‘indipendentista’, dal 1813 al 1822 (dal regime assolutista ripristinato da Ferdinando VII all’indipendenza del Brasile[93]). “Se la rivoluzione parte da due centri periferici, Buenos Aires e Caracas, il potere realista avrà il suo quartier generale a Lima […] La guerra dal Sud avrà un carattere offensivo. Buenos Aires non cadrà mai nelle mani del nemico. La manovra affidata all’Esercito del Nord fallirà per tre volte. Toccherà all’esercito delle Ande al comando di San Martín aggirare l’avversario, entrando in Perù partendo dal Cile. Ad Est e a Sud gli argentini riescono se non ad occupare a neutralizzare il Paraguay […] e la base spagnola a Montevideo. In Venezuela e in Colombia i patrioti saranno costretti a lungo nella difensiva e nel 1814 praticamente sopraffatti. Caracas cade due volte in mano al nemico e verrà liberata definitivamente solo dopo otto anni di guerra. Solo a partire dal 1820  […] anche l’esercito indipendentista di Bolívar riuscirà a prendere l’iniziativa ed a marciare su Lima. Nel 1822 a Guayaquil[94] nell’incontro tra i condottieri [Bolívar e San Martín] dei due eserciti di liberazione, San Martín […] cederà la conduzione della fase finale del conflitto al rappresentante del Venezuela[95]”. La guerra di liberazione è l’esca di tre guerre civili distinte: una preventiva in Messico, portata avanti, come già visto, dalla borghesia creola alleata al potere realista contro le masse popolari e contadine fomentate dai sacerdoti Hidalgo e Morelos; una guerra civile nella guerra d’indipendenza in Venezuela[96]; e una disputa anticipatrice del dopoguerra in Argentina, dove si manifestano dissidenze provinciali sulla scia di Artigas.

5.1 Artigas: la prima riforma agraria

L’11 febbraio 1814 un decreto di Buenos Aires dichiara ‘infame, nemico della patria, fuori legge’ il generale José Artigas, il ‘Capo degli orientali’, il liberatore della provincia orientale del vicereame del Plata, odierno Uruguay. Come gli altri libertadores anche Artigas è di estrazione sociale elevata, figlio di un ricco proprietario terriero, e nei primi anni del secolo XIX presta servizio agli ordini della corona spagnola, vigilando la frontiera tra Argentina e Brasile e lottando contro indiani e malfattori. Non appena la spedizione spagnola contro Buenos Aires occupa Montevideo (1806), Artigas prima organizza la guerilla, poi diserta e aderisce alla giunta di Buenos Aires (1810). Come in Messico a seguito di Hidalgo e Morelos, le masse di diseredati, contadini, indigeni, gauchos[97] della montagna ed ex schiavi si ammassano al seguito di Artigas. “La guerra civile argentina è la guerra della campagna contro la città, delle province contro Buenos Aires. La guerra d’indipendenza scatena forze centrifughe che combatteranno la loro guerra interna dietro un fronte esterno sempre più lontano[98]”. Artigas assedia Montevideo, ma non è assistito da Buenos Aires che non condivide la politica federalista del caudillo e oppone la politica centralista del porto alleandosi con Madrid: nel frattempo l’esercito portoghese invade l’Uruguay nell’intento di spostare la frontiera brasiliana. Sono dunque tre i fronti (Buenos Aires, portoghesi, spagnoli a Montevideo) su cui Artigas e la sua ‘carovana di profughi’ giocheranno la battaglia federalista. Altre province argentine sposano la causa federalista tra il 1811 e il 1820: Santa Fe, Corrientes, Entre Ríos, Misiones e Córdoba.

Artigas è un caudillo, ma l’unico caudillo che si batte con disinteresse similmente ai libertadores: il suo obiettivo è il federalismo in antitesi al centralismo del porto di Buenos Aires, un federalismo atto a “gettare le basi economiche, sociali e politiche di una Patria Grande entro i confini dell’ex vicereame del Rio de la Plata[99]”. Il punto di partenza è la prima riforma agraria dell’America Latina, il cui obiettivo fondamentale è “insediare sulla terra i poveri della campagna, trasformando in contadini i gauchos abituati alla vita errante in tempo di guerra e, in tempo di pace, al lavoro clandestino e al contrabbando[100]”: Artigas vuole farne dei proprietari. Il codice agrario del 1815, denominato ‘Terra libera, uomini liberi’, è emanato come “risposta rivoluzionaria al bisogno della nazione di risanare l’economia e d’instaurare la giustizia sociale[101]”: decreta l’espropriazione e la divisione delle terre dei ‘cattivi europei e dei peggiori americani’ e la confisca di quelle dei nemici, senza prevedere indennizzo alcuno[102]; ma le colpe non si tramandano alla progenie: ai figli dei nemici è riservato lo stesso trattamento previsto per i poveri. “Le terre venivano divise in base al principio del ‘i più poveri saranno i privilegiati’ e gli indios, nella concezione di Artigas, avevano il ‘diritto principale’[103]”. Per completare il quadro rivoluzionario, redistributivo e sviluppista allo stesso tempo, Artigas promulga un ordinamento doganale che prevede “forti tasse sull’importazione di merci straniere concorrenziali alla produzione delle manifatture e delle botteghe artigiane locali […] mentre liberalizzava l’importazione dei beni di produzione necessari allo sviluppo economico e metteva imposte insignificanti ad articoli americani come l’erba e il tabacco del Paraguay[104]”.

La sconfitta di Artigas, minacciato e attaccato su tre fronti, invalida tanto la redistribuzione della terra quanto l’ordinamento doganale. Il procuratore del governo, Bernardo Bustamante, celebra la prima costituzione dell’Uruguay, stato sovrano indipendente staccato dalla Patria Grande cara ad Artigas. Gli artefici del ritorno alla situazione pre rivoluzionaria sono i grandi proprietari terrieri ed i ricchi commercianti, l’oligarchia e la borghesia nemiche di Artigas: i nuovi padroni dell’America Latina che con l’indipendenza dispensano costituzioni all’apparenza liberali, mancando però sia dell’iniziativa creatrice per dare impulso alle manifatture locali, sia della volontà di risolvere la questione agraria, consolidando al contrario il latifondo sulla spoliazione.


5.2 La decolonizzazione (tra imperialismo e federalismo) e la ‘dottrina Monroe’

Con la decolonizzazione, l’America Latina si è affrancata dal giogo ispano-portoghese, due nazioni in decadenza ed in forte recessione economica. Come abbiamo visto, i patrioti, seppur disinteressati, sono ‘patrizi’ di estrazione borghese: nelle lotte per l’emancipazione le masse popolari hanno il solo scopo di ingrandire le fila di questo o di quell’esercito. Con l’indipendenza i quattro vicereami dell’impero spagnolo[105] si disgregano in diversi paesi, vanificando l’impegno federalista caro ad alcuni libertadores. “Il concetto di ‘nazione’ dei patrizi latinoamericani somigliava molto all’immagine di un porto attivo, popolato dalla clientela mercantile e finanziaria dell’impero britannico e protetto, in retroguardia, dai latifondi e dalle miniere[106]”. “La nazione sembrava l’unico veicolo della modernizzazione, l’unica strada che potesse condurre alla libertà e alla autodeterminazione […] La sovranità nazionale significava libertà dal dominio straniero e autodeterminazione dei popoli: erano i sintomi della definitiva sconfitta del colonialismo[107]”. Dunque, l’idea imperiale ha la meglio sull’ideale federale: solo l’impero avrebbe potuto tener testa alle grandi potenze mondiali e permettere un dialogo alla pari nei labili equilibri geopolitici resi ancora più critici da un contesto mondiale sempre più globalizzato. Ludovico Incisa di Camerana è ancor più esplicito quando afferma che “i libertadores sono consapevoli che solo un forte potere centrale può evitare la disgregazione di quei grandi insiemi regionali che permetterebbero all’America latina di fronteggiare gli Stati Uniti: un Grande Messico, l’Unione dell’America centrale, la Grande Colombia, un’Unione del Rio de la Plata che includa il Paraguay, l’Alto Perù, ossia la Bolivia, e la Provincia Orientale, ossia l’Uruguay, ed eventualmente confederata con il Cile e il Perù[108]”.

Il cammino degli stati neonati è ricco di imprevisti e pericoli: realtà statuali appena formatesi si ritrovano in un sistema economico mondiale con prospettive non sempre allettanti, e al loro interno il progetto di modernizzazione delega ad un gruppo dirigente il compito di gestirla. “E’ come la Rivoluzione di Febbraio che dovrebbe essere seguita da quella di Ottobre. Ma il calendario impazzisce, l’Ottobre non arriva mai, i rivoluzionari rimangono invischiati nel ‘realismo’ e la modernizzazione finisce per essere controllata dalle gerarchie del mercato mondiale[109]”: l’esatto opposto di quanto auspicato in tempo di rivolta. Negri e Hardt leggono nell’organizzazione interna e nella collocazione gerarchica degli stati novelli nel mercato mondiale, un chiaro preludio alla nuova organizzazione postmoderna globale: “La gerarchia capitalistica globale subordina nel suo ordine stati-nazione formalmente sovrani, ma essa è fondamentalmente diversa dai circuiti imperialisti e colonialisti del dominio internazionale. La fine del colonialismo segna la fine del mondo moderno e del suo sistema di potere […] Qui abbiamo la prima chiara veduta del passaggio all’Impero[110]”. Le nazioni figlie della decolonizzazione nascono deboli, e la frantumazione dell’ideale imperiale è la premessa di un futuro destinato ad essere scritto e condotto nell’orbita geopolitica e geoeconomica anglosassone.

La storia della disgregazione dell’impero messicano rappresenta un chiaro esempio delle difficoltà appena delucidate. Il libertador Iturbide è eletto primo imperatore del Messico a furor di popolo il 18 maggio 1822, con il nome di Agostino I[111]. Meno di un anno prima[112] il futuro imperatore era entrato in Città del Messico con il suo esercito e aveva convinto diverse colonie spagnole non toccate dai movimenti indipendentisti ad annettersi al Messico[113], allargando i confini dell’impero ben oltre le frontiere del vicereame della Nuova Spagna. L’impero sembra consolidarsi, ma in pochi mesi arrivano le prime pressioni straniere extra-europee. Il 19 ottobre 1822 nel porto di Vera Cruz sbarca Joel Roberts Poinsett, rappresentate degli Stati Uniti[114] che si presenta come ‘agente confidenziale’ al servizio del segretario di stato Henry Clay. Poco più di un anno dopo, il quinto presidente degli Stati Uniti, James Monroe, rende nota la dottrina Monroe, esplicitata il 2 dicembre 1823, le cui direttive erano già state impartite al ministro in Messico Poinsett. La dottrina viene presentata come misura difensiva nei confronti di un possibile tentativo europeo di intervenire nei fatti interni degli stati americani, che “non possono più essere considerati come soggetti ad una futura colonizzazione da parte delle potenze europee[115]”. L’effettivo significato della dottrina è inizialmente ambiguo ed alcuni autori (come Ernst May) ipotizzano che il significato che la dottrina è arrivata ad assumere, sia scaturito da pressioni tanto interne quanto internazionali[116]. E’ però lo stesso governo statunitense, con una nota diretta del segretario di stato Clay al ministro in Messico Poinsett datata 29 marzo 1826, a fornire un’interpretazione autentica della dottrina: “Gli Stati Uniti non hanno contratto alcun impegno né fatto alcuna promessa ai governi del Messico o del Sudamerica o ad alcuni di essi, garantendo che il governo degli Stati Uniti non permetterà che una potenza straniera attenti contro l’indipendenza o la forma di governo di queste nazioni, né si sono date istruzioni approvando tale impegno o garanzia[117]”. In poco più di un anno dal suo arrivo in Messico, Poinsett avanza forti pressioni in materia di confini ai consiglieri di Iturbide (in particolare ad Azcarate) affinché vengano vendute agli Stati Uniti le province messicane del nord. Il rifiuto di Iturbide cambia l’opinione che il Ministro in Messico aveva trasmesso a Washington circa l’imperatore: “Il governo del ‘gradevole e simpatico’ imperatore diventa per Poinsett ‘il governo della violenza e dell’oppressione’ [118]”. Lo stesso giorno della dichiarazione Monroe (il 2 dicembre 1823) Santa Anna (nominato nel 1821 da Iturbide comandante generale della provincia di Vera Cruz), respinge un ordine di trasferimento a Città del Messico seguito all’ennesimo insuccesso militare, si solleva e proclama la Repubblica. “L’involucro ideologico delle istruzioni impartite a Poinsett, l’ostentato democraticismo di cui darà prova nella sua missione, nascondono obiettivi egemonici, gli stessi che stanno maturando a Washington e che verranno esplicitati […] il 2 dicembre 1823 […] L’apparente forma anticolonialista della dottrina Monroe, cela infatti il disegno imperiale degli Stati Uniti[119]”. Poinsett è riuscito nel suo intento di sparigliare le carte portando alla disgregazione dell’impero, unico reale antagonista ai desideri egemonici nord americani: Ludovico Incisa di Camerana non esita a definirlo un “autentico precursore della CIA[120]”. Il Congresso decreta la condanna per Iturbide che, infatuato e incoraggiato dalle notizie dei rimpianti che gli giungono dal Messico durante il suo esilio europeo, ritorna in patria il 14 luglio 1824 e sei giorni dopo viene fucilato. L’impero si sfalda: il regno del Guatemala costringe i militari messicani a lasciare il paese e al Messico rimarrà la sola provincia del Chiapas. Santa Anna coprirà diversi mandati presidenziali e “riuscirà a perdere il Texas, la California, e le altre province del Nord, portando la frontiera degli Stati Uniti sul Pacifico, e come se non bastasse permettendo perfino in una serie di incredibili batoste agli eserciti degli Stati Uniti d’invadere il paese e di occupare Città del Messico[121]”.

Nel corso del secolo XIX i tentativi egemonici degli Stati Uniti in America Centrale si intensificano.  Poinsett è stato il precursore inviato al momento opportuno dal segretario di stato Clay e protetto da una carica governativa (ministro in Messico). Intorno alla metà del secolo, il filibustiere William Walker invade con un pugno di mercenari i territori messicani della Bassa California e di Sonora, progettando di conquistare tutta l’America Centrale. Riesce ad impadronirsi di La Paz, capitale della Bassa California, che diventa la capitale della nuova Repubblica della Bassa California, di cui Walker si proclama presidente. Sebbene non sia mai riuscito a conquistare Sonora, tre mesi più tardi decide di unire questa regione alla Bassa California per formare una grande Repubblica di Sonora. La mancanza di rinforzi e un’inattesa resistenza da parte dei messicani, lo costringono alla ritirata. Due anni dopo, Walker viene ingaggiato dai ribelli all’autorità centrale nicaraguese (paese travagliato dalle guerre civili), e, nonostante l’opposizione del governo degli Stati Uniti, il 4 maggio 1855 lascia San Francisco: il 13 giugno sbarca a El Realejo, si nomina ‘colonnello dell’esercito democratico’ ed organizza un esercito (la ‘falange’) col quale sconfigge a La Virgen l’esercito governativo ed occupa la capitale, Granada. Sebbene la spedizione sia contro le leggi che regolano i rapporti internazionali, il presidente degli Stati Uniti, Franklin Pierce, riconosce ufficialmente il governo di Walker il 20 maggio 1856. Il successo della spedizione in Nicaragua sparge tra americani ed europei l’idea che si possa tentare di conquistare altri stati dell’America Centrale (il Guatemala, il Salvador, l’Honduras e il Costa Rica), e Walker stesso “progetta la conquista dell’intera America Latina[122]”. Uno dei principali itinerari dei traffici commerciali fra New York e San Francisco passa in quegli anni dal Nicaragua: le navi attraversano il lago Nicaragua navigando il fiume San Juan, dalle rive del lago i trasporti commerciali raggiungono il Pacifico e s’imbarcano alla volta della California. La gestione commerciale di questo percorso è stata assegnata all’Accessory Transit Company, società fondata da Cornelius Vanderbilt ma controllata dai banchieri Cornelius K. Garrison e Charles Morgan, che hanno sostenuto e finanziato la spedizione di Walker. Vanderbilt, contrariamente a Garrison e Morgan, avanza pressioni sul governo americano affinché ritiri la legittimità al governo Walker: forma una coalizione tra gli stati confinanti col Nicaragua e, con l’aiuto del Costa Rica, invia loro denaro e armi. Nell’aprile del 1856 le truppe del Costa Rica passano il confine del Nicaragua e sconfiggono i mercenari di Walker nella battaglia di Rivas. Nel luglio del 1856 Walker si autoproclama presidente del Nicaragua sulla base di elezioni poco trasparenti. Per rafforzare il suo precario potere politico, Walker chiede l’aiuto dei sudisti americani, dichiarandosi sostenitore dello schiavismo dei neri e revocando il decreto di abolizione della schiavitù in Nicaragua, precedentemente emanato da lui stesso. Nel maggio 1857 Walker è costretto a chiedere la resa: torna in America Centrale quattro anni dopo, ma a Trujillo è fermato dalla flotta inglese[123].

“La dottrina Monroe s’inserisce in un tentativo americano di arrogarsi un merito inesistente ed allarma in particolare Bolívar[124], che ravvisa la fonte di possibili future interferenze[125]”. E non a torto: nel dicembre 1825, Clay invita la Colombia e il Messico a sospendere le azioni dirette a liberare Cuba dal domino spagnolo, e l’anno seguente il neo eletto presidente John Quincy Adams ribadisce il concetto. Bolívar tenta di contrapporre al progetto egemonico statunitense una dottrina latinoamericanista: tra il 22 giugno e il 15 luglio 1826 ha luogo il Congresso di Panama, cui partecipano la Grande Colombia[126], Messico, Perù e le Province Unite del Centro America[127]. L’incontro propone di creare un’unione delle repubbliche, con un esercito comune, un patto di mutua difesa e un’assemblea parlamentare soprannazionale. Il ‘Trattato d’unione, lega e confederazione perpetua’ nato dal Congresso, è però ratificato solo dalla Gran Colombia. Gli Stati Uniti avrebbero voluto partecipare al Congresso, considerate le potenziali ripercussioni di un tale meeting su tutto il Continente: ma nonostante le pressioni di Clay e Adams, gli stati meridionali degli Stati Uniti non stanziarono i fondi o non confermarono i delegati: dei due delegati nordamericani infine confermati, Richard C. Anderson morì sulla strada verso Panama e John Sergeant arrivò quando le discussioni del Congresso erano terminate. L’Inghilterra fu dunque l’unico osservatore straniero.

“I libertadores pensano in grande, auspicano per la propria terra una missione che ha bisogno di grandi dimensioni territoriali per realizzarsi: […] continuamente traditi, insistono tuttavia su temi umanitari come la soppressione della schiavitù, cercando di anticiparla con misure che verranno sabotate o revocate […] Con la loro generazione l’America latina brucia una prospettiva di grandezza e s’inoltra nel tunnel di una decadenza precoce[128]”. Gli anni successivi l’indipendenza vedono nella situazione venezuelana una conferma di quanto detto: “Il dopoguerra è più quello di un paese esausto, dissanguato, sfiduciato, sconfitto che il dopoguerra di un paese vincitore. La missione patriottica indipendentista, sostenuta con un’abnegazione quasi suicida, ad onta della sovrapposizione alla lotta contro il dominio spagnolo di una guerra sociale, s’interrompe per mancanza di forze. Il Venezuela rinuncia ad organizzare la pace americana, abbandona Bolívar ed i suoi grandiosi disegni[129]”. Bolívar aveva sognato di unire tutta l’America Latina, ma questo sarebbe stato possibile solo durante l’espletarsi degli sforzi per l’indipendenza contro il nemico comune: gli spagnoli. La creazione della Gran Colombia è stato il suo tentativo iniziale di creare un singolo stato latinoamericano, ma una volta sconfitto il nemico spagnolo le differenze e le tensioni interne al grande territorio tornano a farsi vive. Bolívar rassegna le dimissioni da presidente della Gran Colombia nel 1830 ed abbandona definitivamente il suo progetto di unificazione. La federazione di fatto si dissolve nel 1830 e viene formalmente abolita nel 1831, quando cioè Venezuela, Ecuador e Nuova Granada si rendono stati indipendenti. La dissoluzione della Gran Colombia segna la fine del sogno di Bolívar ed una vittoria per Pàez: il capo di una tribù nomade, il caudillo con idee nazionaliste, l’idolo dei llaneros ha la meglio sull’esponente patrizio della nobiltà, sul libertador con un grande ideale federativo.

Con l’abbandono della scena politica da parte di Bolívar, la grande patria sognata si divide in “tante nazioni quanti erano gli eserciti, quanti erano i caudillos. Ogni esercito avrà un comandante, la personificazione di una paternità nazionale, che appartiene all’esercito […] Il militarismo puro combatterà il caudillismo pretoriano […] A sua volta il caudillismo pretoriano cercherà di sottrarsi alla protezione dell’esercito, scegliendo una politica populista, favorendo indirettamente il golpismo, l’instabilità del sistema[130]”.

5.3 Argentina: l’arroganza del porto

L’Argentina diventa uno stato solo dopo il governo Juan Manuel de Rosas (1852). Fino a quel momento: l’Argentina è sfaldata in province, in balia delle bande armate che si impadronisco del potere in una o più province. Proprio contro questa realtà di caudillismo provinciale (i cui maggiori esponenti sono stati Facundo Quiroga, padrone della Rioja, ed Estanislao López, padrone di Santa Fé) si batterà Rosas. Importante è la legge doganale del 1835 voluta proprio da Rosas, decisamente protezionista, orientata a proteggere il mercato interno dall’invasione dei prodotti britannici, fortemente tassati. La legge regolamenta tanto i prodotti dell’industria manifatturiera, quanto i beni alimentari (importante per l’economia argentina era la carne secca): Rosas viene dall’oligarchia latifondista ed incorpora gli interessi dei proprietari agricoli a discapito dell’oligarchia del porto di Buenos Aires. A metà del secolo XIX è più che mai sentito il conflitto tra l’unico porto argentino e l’entroterra: Buenos Aires “deteneva il monopolio del reddito doganale, delle banche e dell’emissione di moneta, e prosperava vertiginosamente a spese delle province interne. La quasi totalità del reddito di Buenos Aires derivava dalla dogana nazionale che il porto usurpava a proprio profitto destinandone poi almeno la metà alle spese di guerra contro le province[131]”. Il limite economico della politica di Rosas è l’incapacità di stimolare la borghesia industriale al fine di creare un settore manifatturiero nazionale che possa sfruttare il protezionismo stabilito dalla legge doganale per soddisfare, di conseguenza, la domanda interna. I favoritismi concessi ai grandi latifondisti dell’entroterra contribuiscono a soffocare qualsiasi tentativo di intraprendenza industriale. Completa il quadro la forte opposizione inglese alle politiche adottate da Rosas: ne scaturisce un blocco (1845) voluto da inglesi[132] e francesi sia per le conseguenze economiche della legge doganale, sia per la preoccupazione (tutt’altro che infondata) che Rosas ambisca a trasformare Uruguay e Paraguay in due stati dipendenti dall’Argentina[133].

Rosas non adotta politiche radicali come Artigas[134], non esclude gli stranieri dal commercio nel mercato interno, anzi, favorisce inglesi ed irlandesi; non restituisce al paese il reddito doganale che continua ad arricchire solamente Buenos Aires, né mette fine alla dittatura dell’unico porto; entrambi nazionalizzano il commercio interno e rompono il monopolio portuale e doganale di Buenos Aires, ma Rosas non apre alle province la libera navigazione nei corsi d’acqua interni, strada obbligata per il commercio d’oltremare.

Rosas, al contrario di Artigas, non ha nelle sue priorità la questione agraria.

5.4 Colombia

La Colombia[135] vive dopo l’indipendenza un periodo di militarismo puro con il generale Francisco de Paula Santander. A lui si contrappone il generale Mosquera, che mette al centro della scena politica colombiana il bipartitismo liberali-conservatori, che darà luogo a nove guerre civili scaturite dal fatto che l’alternanza non è decisa dalle schede elettorali, bensì dalle armi: il diritto all’insurrezione è reclamato troppo spesso dai tanti generali che si alternano nei due schieramenti.

5.5 Il Venezuela, chiuso in sé stesso

Il Venezuela segue ad osteggiare il ricordo di Bolívar e l’ideale federativo, smettendo di interessarsi al contesto latinoamericano. Páez viene rieletto nel 1838 e rimarrà al potere per otto anni. Gli succedono i fratelli Monagas (il generale José Tadeo e il fratello José Gregorio) che si alternano al potere sfruttando entrambi gli schieramenti politici[136], liberali e conservatori. Nel 1858 sale al potere il generale Julián Castro, esponente dell’oligarchia fondiaria: le masse di colore, ritenute socialmente inferiori, si ribellano e trovano un caudillo che raccoglie la loro lotta, il generale Ezequiel Zamora: “Non ci saranno né poveri né ricchi, né schiavi né padroni, né potenti né diseredati, ma soltanto fratelli che senza abbassare la fronte, si tratteranno faccia a faccia, a tu per tu[137]”, sono le sue parole rivoluzionarie. Zamora adotta la bandiera federale e dopo cinque anni di guerra avrà la meglio, ma non gli resterà né il tempo né il modo di attuare il suo programma, che, nonostante predicasse una nobile giustizia sociale, si trascinava il problema del latifondo senza proporre alternative.

5.6 Perù e Bolivia

Perù e Bolivia epurano progressivamente i rispettivi eserciti dai generali patrioti, tutti o quasi venezuelani, argentini o europei: la loro sostituzione con ufficiali autoctoni, ma spesso provenienti da ranghi realisti o con un lungo passato al servizio dei colonizzatori, provoca “una caduta di professionalità e una rapida degenerazione nel caudillismo pretoriano: l’esercito si divide in bande al servizio dei propri capi[138]”.

Ciò non preclude però la possibilità, almeno per il Perù, di vivere un periodo fiorente: il generale Ramón Castilla, meticcio ed ex ufficiale realista (presidente prima tra il 1845 e il 1851, poi tra il 1855 e il 1862), verrà definito ‘dittatore benefico’. Porta al proprio paese un periodo di pace, mette freno al caudillismo, concede libertà agli schiavi, costruisce strade ferrate, utilizza efficacemente le naturali ricchezza del sottosuolo e stila una Costituzione destinata a durare per più di mezzo secolo.

5.7 Ecuador

L’Ecuador opta nei primi anni della seconda metà del secolo per la monarchia: Juan Antonio Flores interpella senza successo le corti europee alla ricerca di un monarca che possa stabilizzare il paese e frenare il dilagarsi del caudillismo pretoriano.

L’Ecuador vivrà successivamente un esperimento peculiare con la teocrazia di Gabriel García Moreno (1859-1865 e 1869-1875).

5.8 L’unico impero: il Brasile

Il Brasile vive un’esperienza diversa dalle ex colonie spagnole. Elevato al rango di regno all’interno dello stato portoghese il 18 dicembre 1815, revocato dalle corti nel 1821, Pietro I dichiara il Brasile indipendente il 7 settembre 1822. “La monarchia è l’antidoto contro il caudillismo che imperversa nel resto dell’America Latina[139]” e in questo risiedono gran parte delle differenze che contraddistinguono il Brasile. Pietro II dovrà fronteggiare l’unico tentativo di disgregazione dell’impero, la rivolta dei farrapos[140], intercorsa tra il 1835 e il 1845 e capeggiata dal caudillo Bento Goncalves da Silva, il cui progetto è guadagnare una certa indipendenza per il Rio Grande del Sud, obiettivo che raggiungerà in parte.

Con Pietro II il paese si modernizza sotto l’impulso tanto dei settori conservatori, che guardano con interesse il lavoro istituzionale dell’oligarchia agraria in Argentina, quanto dei settori progressisti, affascinati dal processo d’industrializzazione statunitense posteriore alla Guerra di secessione.

Ultimo stato ad abolire la schiavitù (il 13 maggio 1888) grazie alle pressioni della principessa Isabel sul sovrano Pietro II e nonostante le opposizioni del ceto agrario (cui faceva comodo manodopera a basso costo da impiegare nelle piantagioni di caffè), il Brasile diventa repubblica il 15 novembre 1889 a seguito di un colpo di stato militare guidato dal maresciallo Deodoro da Fonseca (che diviene primo presidente del Brasile).

Abolendo la schiavitù Pietro II ha posto le basi dello sviluppo del paese, attirando una massiccia immigrazione, principalmente italiana.

5.9 L’anomalia: il Paraguay

Il Paraguay non partecipa alle guerre d’indipendenza e nel 1814 prende il potere il dottore in teologia José Gaspar Rodríguez Francia, definito il caudillo dei poveri. Il Paraguay diventa con Francia la prima nazione latinoamericana. Francia è con la plebe che ritiene essere la sua unica nobiltà: abolisce la proprietà privata e statalizza tutto (anche il commercio), non ammette stranieri sul territorio (eccezion fatta per i tecnici) e scaccia i colti sostituendoli con coltivatori e ‘lavoratori’, ma alla metà del secolo il Paraguay vanta un tasso di alfabetizzazione molto alto. “Lo sterminio dell’oligarchia rese possibile la concentrazione delle fondamentali basi economiche nelle mani dello stato per condurre una politica autarchica di sviluppo all’interno delle frontiere[141]”: fioriscono industrie in svariati settori e la bilancia commerciale è in attivo: una moneta forte e stabile permette al governo di disporre della ricchezza necessaria per investire nel settore pubblico, senza ricorrere a prestiti dall’estero. “Lo stato praticava un protezionismo geloso (e lo intensificò nel 1864) sull’industria nazionale e sul mercato interno[142]”, risparmiando al mercato la difficile e distruttiva concorrenza con le merci britanniche. La sua dislocazione geografica (senza sbocchi sul mare e chiusa tra Brasile e Argentina[143]), ha abituato il paese a non basare la propria economia sul commercio estero ma, a mano a mano che lo sviluppo si intensifica, aumenta la necessità di aprirsi all’esterno.

Non è tutto oro ciò che luccica: non sono ammesse né le libertà politiche né il diritto di opposizione.

La ‘repubblica platonica’ di Francia è trasmessa al nipote Antonio López e da questi a suo figlio Francisco Solano López, che si troverà costretto a scendere in guerra contro i vicini: si formerà la Triplice Alleanza (Brasile, Argentina e Uruguay) che in sei anni di guerra (1864-1870) avrà la meglio sul valoroso esercito paraguagio. Il ministro inglese a Buenos Aires Edward Thornton si impegna per creare maggiori attriti tra i paesi, descrivendo il Paraguay con termini cruenti e spingendo Argentina e Brasile a invadere l’Uruguay per permettere a Venancio Flores Barrios di tornare al potere nel febbraio 1865. Il massacro di Paysandú è il preludio alla disfatta paraguagia: Solano López aveva infatti minacciato l’intervento militare in caso di aggressione all’Uruguay. Al termine del conflitto la popolazione paraguagia è decimata, e le conseguenze economiche disastrose anche per Argentina e Brasile: i paesi vincitori “uscirono dalla guerra in piena bancarotta finanziaria, il che accentuò la loro dipendenza dall’Inghilterra[144]”.

5.10 Un ente per lo sviluppo in Messico: il ‘Banco de Avío’

Il Messico vive nel secondo quarto del secolo XIX un interessante esperimento che, contestualizzato all’attuale mercato globale e forte della coscienza storica che ne evidenzia i limiti, potrebbe essere ancora oggi, agli inizi del terzo millennio, un importante precursore del Banco del Sur. Per tutto il periodo coloniale, la principale attività economica verteva sull’estrazione mineraria. Raggiunta l’indipendenza nel 1821, in Messico si cerca di dare impulso allo sviluppo manifatturiero[145], in particolare all’industria tessile, già diffusa sul territorio nel periodo coloniale, ma solamente in forma artigianale: l’obiettivo è rendere la produzione di tipo industriale. Il primo progetto orientato in questa direzione è promosso dal ministro degli affari esteri Lucas Alamán, e riguarda la fondazione nel 1830 della prima banca messicana di sviluppo statale, il Banco de Avío[146], il cui fine consiste nello stanziare finanziamenti (credito pubblico) per la promozione dell’industria tessile messicana. L’iniziativa raccoglie le proposte di alcuni imprenditori impegnati nella produzione tessile, favorevoli ad una politica protezionista nei confronti della produzione tessile nazionale, che soffre l’import dei prodotti europei. “Una tassa sui tessuti di cotone doveva permettere al paese di raccogliere il denaro necessario per comperare all’estero i macchinari e le attrezzature tecniche di cui il Messico aveva bisogno per rifornirsi di tessuti di cotone di produzione propria[147]”. In breve tempo si formano e si chiamano dall’Inghilterra e dai vicini Stati Uniti tecnici esperti, si importano dall’Europa, grazie ai finanziamenti statali, macchinari moderni e si riorganizzano le fabbriche al fine di renderle più produttive. Lo stesso Alamán si impegna nella produzione tessile, fondando nella città di Orizaba (Vera Cruz) un’impresa chiamata Cocolapan, la più importante fabbrica messicana del settore. L’industria tessile del cotone si sviluppa significativamente, e i buoni risultati spingono la banca a stanziare finanziamenti anche in altre industrie, dalle fonderie di ferro agli stabilimenti tessili di lana, dalle fabbriche di tappeti a quelle di candeggio della cera.

Il limite di questo progetto è rappresentato dalle modeste dimensioni del mercato interno, ancora legato ad un passato coloniale minerario e latifondista, che non soddisfa l’elevata produzione. La Cocolapan si trova costretta ad affrontare una seria crisi economica, scaturita da spese non previste che si aggravano a partire dal 1841, a causa degli interessi sui debiti contratti. Simili problematiche intralciarono il lavoro di altre industrie: nello specifico, la difficoltà di installare i moderni macchinari importati dall’Europa e di meccanizzare la produzione. In quanto principale creditore di questi progetti, il Banco de Avío affronta una decapitalizzazione che porta al fallimento tanto della banca quanto del progetto.

Il principale merito del ciclo d’industrializzazione[148] intrapreso da Alamán è stato di cogliere la correlazione “tra l’indipendenza politica e l’indipendenza economica” e di “preconizzare, come unica via di difesa contro i popoli potenti e aggressivi, la via dell’energico sviluppo dell’economia industriale[149]”.


6. Dopo l’indipendenza

Con la decolonizzazione e a dispetto di quanto stabilito da Monroe e auspicato dai libertadores (in particolare da Bolívar), l’America Latina diviene un’enorme distesa di terra a disposizione delle potenze europee e statunitensi. Zucchero, cacao, cotone, caffè e caucciù coprono sempre più ettari di terreno, trasformandosi in beni destinati all’esportazione, non lavorati sul posto e che provocano gli alti e bassi economici determinati dall’esterno, squilibri classici di economie incentrate sulla monocoltura. La proprietà della terra è all’origine dei problemi socio-economici che partendo dalla colonizzazione, passando per la nascita degli stati indipendenti ed arrivando fino ad oggi, hanno caratterizzato l’America Latina. “L’appropriazione privata della terra è sempre stata precedente alla sua messa a coltura. Gli elementi più retrogradi [latifondo di tipo feudale] del sistema di proprietà oggi vigente non derivano dalla serie di crisi: sono sorti, invece, nei periodi di maggiore prosperità[150]”. La nuova oligarchia sudamericana si garantisce l’esclusiva proprietà delle terre, attratta dall’alta richiesta mondiale e dai conseguenti facili e cospicui guadagni, ricavati dalla produzione dei beni primari in cui è leader, e ipotecando un’egemonia che persiste nel tempo.

“Nello stesso periodo, la legislazione nordamericana si poneva l’obiettivo opposto per promuovere la colonizzazione interna degli Stati Uniti […] La legge Lincoln del 1862, l’Homestead Act, garantiva a ciascuna famiglia la proprietà di lotti di 65 ettari. Ogni singolo beneficiario s’impegnava a coltivare la propria porzione per un periodo non inferiore ai cinque anni[151]”. Sono gli anni della conquista del west, la frontiera agricola statunitense si espande ma non lascia spazio a vasti latifondi bensì a lotti in mano a piccoli proprietari. Le conseguenze sono un forte richiamo per i contadini (e non solo) europei, un aumento della produzione agricola interna e del potere d’acquisto che sostiene la crescita del settore manifatturiero.

“Questi due contrastanti sistemi di colonizzazione interna mettono in luce una tra le più importanti differenze esistenti tra il modello di sviluppo degli Stati Uniti e quello dell’America Latina[152]”. I coloni nordamericani non hanno attraversato l’Atlantico attratti dal richiamo di immensi tesori al servizio di qualche corona, e non hanno esportato materie prime per arricchire le nascenti industrie europee, ma per permettere la nascita e il fiorire di un settore manifatturiero simile a quello che stava prendendo piede nei loro paesi d’origine. “I coloni del New England […] non agirono mai come agenti coloniali di accumulazione capitalistica europea: vissero, fin dal principio, al servizio del proprio sviluppo e dello sviluppo delle loro nuove terre […] Inoltre, a differenza dei puritani del Nord, le classi dominanti della società coloniale latinoamericana non cercarono mai lo sviluppo economico interno. I loro profitti venivano da fuori, ed erano legati più al mercato straniero che alla loro regione[153]”.

Il crearsi di più poli di potere oligarchico concentrati nelle mani dei pochi grandi proprietari terrieri, senza spazio per la nascita di un settore manifatturiero autonomo e senza possibilità di crescita della domanda interna, limitata dalla negazione della proprietà (e spesso dello stesso lavoro) della terra ai braccianti, lascia intendere il perché si è frantumato in America Latina (al contrario degli Stati Uniti) l’ideale federalista.

6.1 L’egemonia britannica

Abbiamo visto le possibili ragioni che portano l’Inghilterra a battersi per l’abolizione della schiavitù. L’impero britannico sfrutta al meglio l’indipendenza del Continente (“Britain first used unequal treaties in Latin America, starting with Brazil in 1810, as the countries in the continental acquired political indipendence[154]”) insistendo sulla questione relativa al capitale: a poco a poco, il commercio nel Cono Sud diviene realmente libero, e questo produce vantaggi consequenziali per l’Inghilterra. Innanzitutto, l’apertura di questi paesi al capitale e ai beni manufatti made in England, incrementa ulteriormente la produzione delle fabbriche inglesi, capaci di produrre a prezzi più competitivi rispetto alle poche e male attrezzate industrie sudamericane. Questo comporta la rovina delle nascenti industrie manifatturiere locali e lo strangolamento del mercato interno. Si arricchisce l’oligarchia commerciale (portuale) e latifondista, incapace e di certo non invogliata ad investire all’interno degli stessi paesi: o nel settore manifatturiero, sfruttando a vantaggio degli stessi paesi l’abolizione della schiavitù e la formazione di un esercito di salariati, che aumenta la domanda interna di beni e facilita la creazione di un mercato interno; o nel settore primario, diversificando la produzione agricola per permettere: la progressiva indipendenza negli approvvigionamenti alimentari, la creazione di un mercato interno e la stabilizzazione dell’economia, vittima degli alti e bassi caratteristici di un’economia basata sulla monocoltura. Un bene prodotto ed esportato da un solo paese non ha un prezzo regolarizzato: è destinato a salire per via della scarsità che lo contraddistingue e delle scoperte delle scienza. L’aumento della domanda di un bene spinge verso l’alto il prezzo dello stesso: la produzione aumenta realizzando però abbondanza del bene, dinamica che abbassa i prezzi. Dunque, nel paese produttore si registra una crescita, ma il risultato è un suo impoverimento: Jagdish Bhagwati definisce questo fenomeno ‘crescita che impoverisce’ (immiserizing growth)[155] e ne rintraccia le cause nel protezionismo dei paesi importatori e nella saturazione dei mercati. “Il sistema per evitare questo effetto negativo sarebbe stato naturalmente decidere di diversificare le esportazioni e non limitarsi solo a produrre ed a esportare [un solo bene][156]”.

La domanda mondiale di un bene con caratteristiche ‘esotiche’ stimola negli stessi compratori lo sforzo per trovare o una tecnica che permetta di massimizzarne l’utilità o altre regioni del mondo dove poter rivolgere la propria domanda, stimolando in questo modo la produzione nel tentativo di ottenere un prezzo più basso che comporterebbe una riduzione del prezzo mondiale del bene. Inoltre il potere d’acquisto dei beni agricoli prodotti nei paesi in via di sviluppo è debole rispetto al valore dei beni industriali importati dai paesi ricchi, a causa degli intermediari[157] e del protezionismo praticato dai paesi industrializzati[158].

Intorno al 1770 Priestely si rende conto che la gomma cancella i segni di matita sulla carta e nel 1840 Charlies Goodyear e Hancock inventano contemporaneamente il processo di vulcanizzazione del caucciù: da qui parte la diffusione industriale della gomma ed il boom economico di Manaus, patria dell’albero della gomma. Nel 1913 Sri Lanka e Malesia[159] aumentano la produzione di caucciù tanto da provocarne il crollo del prezzo mondiale[160]. Lo stesso discorso si può fare per il cacao: il prezzo è salito negli ultimi decenni del secolo XIX in concomitanza con l’aumento della domanda di cioccolata in Europa e Stati Uniti e con il progresso industriale che ha incrementato la produzione di cacao in Ecuador, Venezuela e, soprattutto, Brasile (capitale del cacao era Salvador Bahía de Todos los Santos, già capitale dello zucchero: altro alto e basso). Negli anni Venti del secolo XX, l’attuale Ghana, allora colonia inglese col nome di Costa d’Oro, ruba il primo posto al Brasile nella produzione di cacao: “Gli inglesi avevano infatti sviluppato le piantagioni di cacao su larga scala e con metodi moderni[161]”. Nel caso del cotone, le eccedenze agricole nordamericane, risultato di forti sussidi concessi dallo stato ai produttori, hanno invaso il mercato a prezzi di dumping[162] provocando il crollo della domanda mondiale di cotone sudamericano (paraguagio, soprattutto).

Raùl Scalabrini Ortiz[163] riporta una significativa frase del visconte di Chateaubriand, ministro degli affari esteri francese ai tempi di Luigi XVIII: “Al momento dell’emancipazione, le colonie spagnole diventarono una specie di colonie inglesi[164]”. Dal momento dell’indipendenza l’Inghilterra elargisce numerosi prestiti ai governi indipendenti, e nello stesso tempo nascono su territorio inglese diverse società per lo sfruttamento delle risorse naturali presenti in America Latina: verso la metà del secolo appaiono le ferrovie inglesi a Panama e si inaugura la prima linea tranviaria in Brasile ad opera di un’impresa britannica. Dunque, una serie di impegni (e sprechi) finanziari contratti dalle nazioni latinoamericane si vanno sommando, gravando sulle deboli economie di questi stati da poco liberatesi dall’oppressione coloniale, pericolosamente libere sul mercato mondiale. La storia successiva all’indipendenza dell’America Latina è una storia di guerre civili e di guerre tra stati, di lussi sfrenati per una borghesia parassitaria non dissimile da quella coloniale iberica, di importazioni dai paesi più sviluppati, di impegno per modernizzare il Continente (seppur a uso e consumo prevalentemente straniero): ciò porta a ricorrere a continui prestiti internazionali che l’Inghilterra elargisce di buon grado. Si formano così i primi esempi moderni di trappola del debito, che strozzano l’economia sudamericana (eccezion fatta, e ne abbiamo discusso in precedenza le ragioni, del Paraguay) costretta a contrarre nuovi prestiti per estinguere debiti precedenti appesantiti dagli interessi. Ulteriore conseguenza, le ragioni di scambio dei paesi sudamericani peggiorano e queste flessioni sono compensate con ulteriori prestiti. Molti di questi vengono stanziati per modernizzare i paesi, spesso per costruire linee di comunicazione ferrate dai centri di produzione verso i porti, al fine di agevolare i tempi di trasporto interno: queste opere, realizzate ricorrendo ai debiti, avvantaggiano più che altro i paesi destinatari dell’export che, oltre ad essere gli stessi che stanziano i prestiti (con relativi interessi), beneficiano del ridursi dei costi di import[165]. L’Europa importa beni grezzi, il cui trasporto è più facile e quindi meno costoso dei beni lavorati: le imprese straniere non investono dunque in imprese sul territorio latinoamericano, se non nelle attività orientate all’estrazione o produzione e trasporto, eliminando in questo modo una possibilità di sviluppo. I beni grezzi alimentano invece le fabbriche europee che poi mettono sul mercato latinoamericano le merci finite, causando l’ulteriore ostacolo allo sviluppo più volte spiegato, non dissimile da un potenziale effetto negativo dello spillover che soggiace in epoca globale alle multinazionali (o comunque ad ogni impresa estera) che operano nei paesi in via di sviluppo (o sottosviluppati): “In linea di principio, potremmo anche trovare situazioni in cui lo spillover è dannoso: ad esempio, può accadere che l’imprenditoria locale venga tolta di mezzo, o inibita[166]”. La soluzione proposta da alcuni economisti contemporanei come Bhagwati appare incerta se rapportata alla situazione latinoamericana del dopo indipendenza: “Tenendo conto della differente qualità dei prodotti e del fatto che si rivolgono a clienti distinti, le imprese locali e quelle straniere finiranno probabilmente per rifornire mercati diversi[167]”. Lungi dal creare i più ovvi effetti positivi generati dallo spillover, le imprese britanniche che esportano beni finiti sul mercato latinoamericano o che installano le prime fabbriche (siano esse estrattive, legate alla produzione agricola o alla comunicazione) in loco, soffocano sul nascere le piccole industrie locali senza la possibilità per queste di rivolgersi ad una fetta di mercato in forza della diversa ‘qualità’ dei prodotti, con le dovute riserve se si considera il settore informale, che persiste però ad uno stadio di sussistenza artigianale pre-industriale, senza possibilità né di ingresso sul mercato mondiale, né di sviluppo (modernizzazione) ed espansione nel mercato interno.

6.2 Modernizzazione, imperialismo e capitale

E’ comune rintracciare nella storia dei paradigmi economici che si sono susseguiti dal Medioevo ad oggi, tre ‘distinti’ momenti caratterizzati da un ‘distinto’ settore predominante: agricoltura e sfruttamento delle materie prime contraddistinguono la produzione primaria; industria e fabbricazione di beni durevoli segnano il passaggio alla produzione secondaria e dunque ‘modernizzazione’; servizi, comunicazione e informazione in ultimo, sono propri della produzione terziaria, ad indicare l’epoca della ‘postmodernizzazione’ o ‘informatizzazione’. Questo approccio è di natura quantitativa, tiene cioè essenzialmente in considerazione il numero di individui impiegati nei diversi settori ed il valore prodotto in ognuno di essi. Sono tralasciati indicatori di natura diversa, in grado di cogliere cambiamenti qualitativi e/o gerarchici. Inoltre, sono ricorrenti errori dettati proprio dalla natura quantitativa degli indicatori, che possono portare ad identificare la condizione di due paesi fotografati in momenti temporali distinti. “Si crea così l’illusione dell’esistenza di un’analogia nello sviluppo storico, in base alla quale un sistema politico occupa, nella sequenza dello sviluppo, la medesima posizione o il medesimo livello che era stato occupato da un altro sistema in un periodo precedente, come se tutti i sistemi fossero allineati insieme in uno stesso movimento[168]”. Non ci può essere analogia tra la situazione che viveva l’Inghilterra nel secolo XIX durante la fase di modernizzazione, e la situazione di un paese in via di sviluppo nel secolo XX o XXI: l’Inghilterra passava alla produzione secondaria, ma la produzione agricola costituiva ancora il settore predominante, tanto in Inghilterra quanto nel mercato mondiale. Oggi la situazione è invertita: un paese povero si modernizza in un contesto globale in cui l’agricoltura è subordinata all’industria.

Con l’avvento delle forze di Bretton Woods, la ‘teoria dello sviluppo economico’ idealizza l’approccio quantitativo, ponendo lungo un continuum dello sviluppo tutte le economie nazionali e adottando come unico mezzo per ‘svilupparsi’ le politiche economiche caratteristiche delle economie più sviluppate. Le uniche variabili prese in considerazione sono il tempo e il livello di sviluppo. “La teoria dello sviluppo economico non tiene conto del fatto che le economie dei cosiddetti paesi sviluppati non sono riducibili ad una serie di fattori quantitativi e non sono caratterizzate esclusivamente dalle loro strutture interne, ma, soprattutto, dalle loro posizioni di dominio nel sistema globale[169]”. William Arthur Lewis elabora nel secondo dopoguerra un modello di crescita (denominato ‘modello di Lewis’) che assume come tappa fondamentale ‘l’esodo dalle campagne’, preludio dello sviluppo industriale: quando la produzione nelle campagne è tale da permettere uno spostamento della forza lavoro dalle campagne alla città, si creerà nelle città quell’abbondanza di manodopera a basso costo disponibile per il lavoro in fabbrica. Ora, un’analisi puramente quantitativa considera unicamente la percentuale di lavoratori che si spostano dalla periferia alla città in cerca di impiego, trascendendo un’analisi sui cambiamenti qualitativi della vita dei migranti: premesso che si abbandonano le campagne a seguito di una saturazione del lavoro primario e in forza di una produzione agricola sufficiente a sostentare tanto le campagne quanto le città, da cosa sono spinti i braccianti disoccupati a spostarsi? E cosa li aspetta in città?

A queste analisi quantitative si sono opposti i ‘teorici del sottosviluppo e della dipendenza’, convinti che il livello di sviluppo di una determinata economia dipenda in gran parte dal grado occupato dalla stessa nella gerarchia del sistema-mondo capitalistico. L’errore in cui questi stessi teorici incappano, segue la stessa illusione denunciata nelle teorie dello sviluppo: i paesi che si sono industrializzati grazie al colonialismo e all’imperialismo costringono oggi i paesi sottosviluppati a persistere in una condizione di sottosviluppo, ed avendo vissuto le tappe fondamentali dello sviluppo in relativo isolamento, anche i paesi poveri devono oggi procedere nella stessa condizione, vale a dire in relativo isolamento. “Questo sillogismo pretende un atto di fede nel fatto che, in un modo o nell’altro, le leggi dello sviluppo economico trascendano le differenze in cui si articola l’evoluzione storica[170]”. Appare evidente che nell’attuale sistema economico vi sia una disarticolazione di tutte le economie, rendendole inevitabilmente imbrigliate e dipendenti dal sistema mondiale.

Come visto nel capitolo 4.1, durante la modernizzazione il capitale si appropria dell’economia mondiale. Mezzo di questa espansione è l’imperialismo. “Con quanta maggior energia, potenza d’urto e sistematicità l’imperialismo opera all’erosione delle civiltà non capitalistiche, tanto più rapidamente toglie il terreno da sotto i piedi all’accumulazione del capitale[171]”. “L’imperialismo era un sistema a cui era assegnato il compito di soddisfare i bisogni e di garantire gli interessi del capitale in questa fase della conquista globale[172]”. Lo stato-nazione aveva assunto il ruolo di garante dell’ordine imperialista[173]. Allo stesso tempo però l’imperialismo argina il pieno sviluppo del capitale, traccia delle frontiere che dividono la società capitalistica dalle altre economie, creando limitazioni a quelle libertà (di circolazione di merci, capitale e lavoro) preludio del mercato globale. La produzione nel secondo dopoguerra non è regolata da equilibri di mercato: gli stati a capitalismo avanzato controllano le politiche redistributive, la libertà di movimento dei capitali, l’ampliamento della spesa pubblica e la creazione del welfare state, che assieme ad un certo livello di dirigismo garantiscono per più di due decadi tassi di crescita relativamente alti. “Lo stato diveniva un campo di forza che assorbiva al proprio interno i rapporti di classe, e le istituzioni della classe operaia, come i sindacati e i partiti politici della sinistra, godevano di un’effettiva influenza nei suoi apparati[174]”. Il capitale deve andare oltre l’imperialismo anche a causa della crisi insita nell’imperialismo stesso: alla fine le possibilità di espandersi si esauriscono. “L’imperialismo è tanto un metodo storico per prolungare l’esistenza del capitale, quanto il più sicuro mezzo per affrettarne obiettivamente la fine[175]”. Il momento di cambiamento arriverà con la conferenza di Bandung nel 1955: si prende coscienza sulla scena internazionale della forza delle lotte di liberazione nazionale, che hanno reso alcuni stati (meglio, nazioni) potenti strumenti antagonisti (antimperialisti), ancor più destabilizzanti per via di ‘pericolose’ alleanze. L’imperialismo dovrà dunque privarsi dello stato-nazione, strumento utilizzato fino a quel momento come garante dello status quo, e potrà permetterselo in forza delle istituzioni di Bretton Woods (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e, poco dopo, l’Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio), capaci di ricostruire su scala mondiale una struttura giuridico-economica simile a quella costruita dagli stati.

Alla fine degli anni Sessanta, il capitale dovrà affrontare un periodo di crisi: “La caduta del saggio di profitto e la destabilizzazione dei rapporti di potere verificatesi in quel periodo sono i risultati del confluire e dell’accumularsi degli attacchi anticapitalistici e proletari al sistema capitalistico internazionale[176]”. E’ questa una fase congiunturale provocata dalle lotte che, come sostenuto da Marx, costringerà il capitale a subire una svalutazione complessiva e a procedere ad una riorganizzazione completa dei rapporti di produzione. Queste lotte sono la manifestazione di un forte malcontento dei lavoratori nei confronti di un modello produttivo incentrato sugli aumenti di produttività del lavoro in fabbrica, che si esplicita nella rivendicazione della sfera del non-lavoro e nell’opposizione al sistema disciplinare proprio delle fabbriche. I tre caratteri del mercato del lavoro che si erano andati delineando (separazione dei gruppi sociali, fluidità e gerarchie immanenti al mercato del lavoro astratto), vengono osteggiati dalla crescente rigidità e dall’uniformità delle richieste (welfare e salario sociale garantito) della forza lavoro. “L’improvviso aumento del costo delle materie prime – in particolare, delle fonti di energia e di alcune risorse agricole – verificatosi negli anni Sessanta e Settanta, fu il sintomo di questi nuovi desideri e della violenta pressione che il proletariato mondiale esercitava sul salario[177]”. La crisi attraversa due fasi. La prima copre gli anni Sessanta e coinvolge le pietre angolari di Bretton Woods: gold exchange standard, circolazione del capitale relativamente libera, costruzione di un forte mercato dell’eurodollaro, consolidamento di un regime di cambi fissi che coinvolge parte dei paesi ricchi. Micce sono il fallimento della guerra in Vietnam e la stagflazione[178]: la crisi riguarda l’accumulazione di capitale, le entrate crollano mentre la spesa sociale cresce di anno in anno, provocando gravi crisi fiscali in diversi stati (tra cui l’Inghilterra, costretta nel 1975-1976 a chiedere aiuto al FMI), alta disoccupazione ed inflazione elevata. La seconda fase ha come emblema l’abbandono della convertibilità del dollaro in oro dichiarata dal presidente Nixon nell’agosto 1971 ed il conseguente rincaro sugli import di provenienza europea. “L’embedded liberalism, che a partire dal 1945 aveva prodotto alti tassi di crescita, se non altro ai paesi a capitalismo avanzato, aveva chiaramente esaurito la sua spinta. Se si voleva superare la crisi, occorreva trovare un’alternativa[179]”. Le élite politiche ed economiche devono trovare un’alternativa per frenare la richiesta di potere della classe lavoratrice, che giovando di un ventennio di riforme sociali vuole sfruttare la crisi economica per spingere il sistema in una direzione diversa dal capitalismo. I promotori del libero mercato vorrebbero relegare lo stato al di fuori delle dinamiche economiche, in modo da permettere alle aziende di esprimersi senza restrizioni nell’arena internazionale, lasciando al mercato il compito di trovare un equilibrio e di premiare l’intraprendenza e la flessibilità degli attori. “Il mondo capitalista avanzò a tentoni verso il neoliberismo attraverso una serie di giravolte ed esperimenti caotici che riuscirono di fatto a convergere in una nuova ortodossia solo con la formulazione di quello che negli anni novanta sarebbe stato poi definito il ‘consenso di Washington’[180]”.


7. “Attenzione il pericolo sta nello yankee in agguato[181]

Sono due indios a cambiare la scena messicana della seconda metà del secolo XIX. Nel 1854 scoppia la rivoluzione (‘di Ayutla’) contro ‘Sua Altezza Serenissima’ Santa Anna, richiamato per l’ennesima volta a riordinare il paese, ormai ridotto a meno della metà del suo territorio dopo la stipulazione del Trattato di Guadalupe-Hidalgo (febbraio 1848) con gli Stati Uniti[182], seguito alla sconfitta dell’esercito di Santa Anna nel 1847 (guerra messicano-statunitense). Mandato in esilio il dittatore, il Messico vive la Guerra di Riforma (dicembre 1857 – gennaio 1861) che vede i liberali sferrare un significativo attacco ai conservatori, decisi ad abrogare la Costituzione del 1857 e a confermare Ignacio Comonfort alla presidenza mediante il ‘Piano di Tacubaya’. Dopo un periodo di governo parallelo (i conservatori a Città del Messico ed i liberali a Vera Cruz) gli insorti, forti dell’appoggio dei moderati, vincono e Benito Juárez insedia il suo governo a Città del Messico. Braccio armato dello zapoteca[183] e uomo politico Benito Juárez è il ‘quasi mixteco[184]’ Porfirio Díaz. Tra il 1862 e il 1867 i due indigeni arginano un tentativo di ingerenza (l’ ‘Affare Massimiliano’) dell’impero francese di Napoleone III (sostenuto da belgi ed austriaci), alleato dal 1861 con Spagna ed Inghilterra (Trattato di Londra del 31 ottobre), scatenato dal mancato pagamento da parte del governo Juárez degli interessi sui debiti maturati durante le guerre di Ayutla e di Riforma, e dalle continue dispute dei liberali messicani con il clero. Cacciati gli invasori, ripristinata la Costituzione del 1857 e moderato il potere della Chiesa, Juárez è rieletto per un altro periodo di presidenza nonostante il divieto sancito dalla stessa Costituzione. Alla rielezione si oppone proprio Porfirio Díaz che, morto Juárez, scatena una forte ribellione al successore Lerdo de Tejada: nonostante diverse sconfitte, Díaz prende il potere nel 1876 tenendolo fino al 1911, con un’unica interruzione tra il 1880 e il 1884, quando per coerenza con quanto rimproverato a Juárez, lascia il potere a Manuel Gonzáles. In seguito, per garantire continuità e stabilità al governo, modifica la Costituzione per poter essere rieletto.

Durante il suo lungo governo, riducibile a dittatura, Díaz modernizza il paese, sviluppando industria, commercio e trasporti tanto da creare un miracolo economico: “Díaz si serve di un’élite di tecnici e di professionisti, i científicos. Grazie ad essi il Messico realizza un balzo in avanti: la produzione industriale aumenta al ritmo del 6,4% all’anno. Il valore delle esportazioni aumenta venti volte. Comincia l’estrazione del petrolio. Lavori pubblici e nuovi servizi cambiano il volto delle città. Il paese si apre ai capitali ed al personale straniero[185]”. All’interno Díaz usa pugno duro contro banditismo e caudillismo, garantendo in questo modo al Messico il periodo detto ‘pace porfiriana’. “Il miracolo economico non è un miracolo sociale: l’84% della popolazione è analfabeta, la mortalità infantile colpisce un neonato su due; la popolazione si raddoppia, passando da otto milioni a quindici milioni di anime, ma il tenore di vita non fa progressi. Il ceto medio è ancora ristretto[186]”. Nonostante fosse lui stesso indios, Díaz non riforma la società né migliora la condizione delle classi subalterne, costrette in una condizione quasi servile, e la classe borghese che si viene formando durante il suo governo è un’oligarchia d’affari, prevalentemente straniera, e dunque estranea e disinteressata ai problemi locali. Una stabile amministrazione tecnocratica attira gli investitori stranieri e facilita il progresso industriale.

Nel 1895 viene emanata una legge sull’esproprio delle terre incolte che, lungi dal sottrarre ai grandi latifondisti appezzamenti incolti da ridistribuire ai nullatenenti, stimola l’oligarchia agraria a scorticare i piccoli appezzamenti privati. In particolare, vengono intaccati ancora per una volta i vasti possedimenti ecclesiastici e gli ejidos: sono questi dei lotti di terra adibiti ad uso collettivo, di grande importanza nella vita agricola messicana. Gli ejidos si creano mediante l’espropriazione delle terre che superano i limiti della piccola proprietà e sono affidati ad un gruppo di persone che li utilizzano in comune[187]. Questa pratica, sostituita durante la colonizzazione spagnola con il sistema delle encomiendas[188], verrà riproposta negli anni successivi alla Rivoluzione, col proposito di restituire la terra al popolo per mettere fine ai grandi latifondi esistenti ed ampliati durante gli anni della ‘pace porfiriana’, permettendo al popolo stesso di sfruttare e lavorare la terra. Inoltre, si formano delle compagnie di bonifica (denominate compañías deslindadoras), spesso in mano straniera, con il fine di unire ai propri possedimenti lotti di proprietà indigena considerati malsani.

A lungo andare, gli anni di ‘pace porfiriana’, le irrisolte questioni sociali (con la questione agraria in primo piano) e la monopolizzazione della scena politica, stancheranno una popolazione giovane: ne scaturirà una rivoluzione che il dittatore non combatterà. Dal suo esilio a Parigi metterà in guardia i suoi connazionali sul vero pericolo incombente: gli Stati Uniti d’America.

7.1 Una rivoluzione dalla natura agraria

Leaders indiscussi della rivoluzione messicana scoppiata nel 1910 sono due caudillos: Pancho Villa a nord ed Emiliano Zapata a sud. Entrambi di umile estrazione, ‘bandito giustiziere’ figlio di un mezzadro il primo, ex contadino poi commerciante (e domatore) di cavalli il secondo, Villa e Zapata fomentano le masse di braccianti, contadini ed indios del Messico, nell’intento di porre fine ad un lento processo di espropriazione delle terre ai danni dai piccoli proprietari e di ridistribuirle ai contadini. La rivoluzione non è accesa da nessuno dei due caudillos, ma da un borghese, Francisco Madero, che ha altre priorità: impedire a Porfirio Díaz di farsi rieleggere per l’ennesima volta. Come detto, Díaz non combatte ma si ritira in esilio, e Madero l’ 1 ottobre 1911 viene eletto presidente e il 6 novembre si insedia a Città del Messico. Ma la riforma agraria non è nelle priorità del ricco borghese: Zapata emana allora il Piano di Ayala (25 novembre) che misconosce il governo di Madero, accusato di tradire la causa dei contadini, nomina Pascual Orozco leader della rivoluzione, sancisce l’esproprio della terra e della sua proprietà dai latifondisti ai contadini ed ai cittadini, e conferma la natura agraria della rivoluzione[189]. Madero raggiunge un alto livello d’impopolarità e, tradito dal comandante Huerta in combutta con l’ambasciatore statunitense Henry Lane Wilson, viene assassinato. Mentre nei territori meridionali si infoltiscono sempre più le fila armate fedeli a Zapata, ed al nord si forma un esercito costituzionalista capeggiato da Venusiano Carranza e dal comandante militare Alvaro Obregón, Villa e Zapata vincono Huerta, impadronitosi della presidenza, e lo costringono a lasciare il paese (luglio 1914). A questo punto i due caudillos sferrano un attacco a Carranza, il cui esercito (troppo distante dal popolo) “è una copia dell’esercito regolamentare[190]”, costringendolo a lasciare Città del Messico. A questo punto le città messicane sono in balía della campagna, ma Villa e Zapata non hanno l’esperienza e la capacità di riorganizzare uno stato, né sono uomini da città: entrambi si ritireranno[191]. Carranza cercherà di impossessarsi del potere, ma nel 1920 è battuto da Obregón, che diventa il primo presidente eletto. A fine mandato, Obregón trasmette il potere al generale Plutarco Elías Calles che quattro anni dopo, quando Obregón verrà rieletto, lo assassinerà. Calles, oltre ad attaccare duramente la Chiesa (il 31 luglio 1926 il culto cattolico è sospeso in tutto il Messico), si impegna a sedare le basi del caudillismo messicano nell’intento di stabilizzare il paese: ed è per questo che decide di fondare nel 1929 un partito governativo, il Partito Nazionale Rivoluzionario (PNR). Pur essendo convinto che “tutto sommato il minifondo è peggio del latifondo[192]”, sotto l’amministrazione Calles “la redistribuzione delle terre che ha beneficiato un milione di persone, la quarta parte della forza lavoro contadina, prosegue[193]”. Nel 1934 prende il potere Lázaro Cárdenas che ripropone, come stabilito dalla Costituzione del ’17, l’ejidos al posto della piccola proprietà: “l’effetto d’insieme è positivo socialmente (la metà delle terre coltivabili passerà agli ejidos) e tramite gli amministratori delle cooperative il partito acquisirà un controllo capillare delle zone rurali[194]”. La rivoluzione distribuisce 7,6 milioni di ettari tra 800 mila contadini, in un paese che nel 1930 è ancora completamente rurale e conta 3,6 milioni di persone che vivono della terra (il 70% dei 5.165 milioni di messicani che formano la popolazione economicamente attiva)[195].

Se Calles si era orientato verso un’ideale anticomunista e pro-fascista, Cárdenas opterà per la strada opposta, che pur sposando un ideale antifascista, non escluderà una politica nazionalista “che porterà alla rottura delle relazioni con la Gran Bretagna a causa dell’espropriazione delle compagnie petrolifere straniere[196]”: per evitare l’aggiramento delle Sette Sorelle, Cárdenas non avrà scrupoli nel rivolgersi ai paesi fascisti.

7.2 ‘Roosevelt Corollary’

Nel 1904 Theodore Roosevelt, presidente degli Stati Uniti, modifica la Dottrina Monroe, asserendo il diritto degli Stati Uniti ad intervenire nei piccoli stati dell’America Centrale e dei Caraibi al fine di stabilizzare la situazione finanziaria di questi paesi[197]. Lo spirito di questo corollario è allontanare la minaccia di un’ingerenza europea nell’eventualità (neppure troppo remota) di difficoltà da parte di queste nazioni a saldare i debiti contratti con i governi d’oltre Atlantico ed i crediti delle nascenti multinazionali. Dunque, più che di ‘corollario’ dovremmo parlare di ‘modifica’ della dottrina Monroe, con l’annuncio da parte di Roosevelt della Big Stick Diplomacy[198]: grazie al potenziamento della forza navale, l’esercito statunitense assume unilateralmente il ricorso all’uso della forza come mezzo per controllare gli stati americani qualora non siano in grado di mantenere l’ordine interno, e per portare a compimento una politica estera aggressiva. Da questo momento si susseguono nella storia americana numerosi tentativi (spesso vincenti) di intromissione statunitense nella politica interna degli stati latinoamericani, al fine di sostituire pedine scomode in posizioni strategiche con persone legate a Washington: il primo eclatante esempio riguarda la costruzione del canale di Panama, avviata sotto l’egida di Roosevelt nel 1904.

Dal 1881 la Colombia, allora comprendente l’attuale stato di Panama, intratteneva relazioni con la Francia circa la possibile costruzione di un canale a livello del mare nella provincia di Panama. I lavori iniziarono l’1 gennaio 1880 e si protrassero fino al 1889 senza esito, a causa dello scarso investimento nello studio del territorio effettuato dai francesi[199]: il progetto venne abbandonato. Gli Stati Uniti si stavano già interessando alla costruzione nella regione di un canale, ma inizialmente le attenzioni erano incentrate sul Nicaragua. Nel 1898 Philippe Bunau Varilla, capo del French Canal Syndicate, spinge William Nelson Cromwell a convincere il Congresso statunitense a spostare l’attenzione su Panama, ed il 19 giugno 1902 il senato vota a favore della costruzione di un canale a Panama. L’estate successiva il quotidiano di Panama ‘El lápiz’, in seguito a pressioni dei militari comandati dal generale José Vásquez Cobo (fratello del ministro della guerra), pone all’attenzione dei liberali del governo conservatore di Bogotà le ripercussioni economiche che le proteste contro il governo colombiano portano alla regione panamense, possibile beneficiaria degli investimenti nordamericani: di lì a poco i liberali sposano il movimento separatista. Il 22 gennaio 1903 i segretari di stato nordamericano (John M. Hay) e colombiano (Tomás Herrán) firmano un trattato (Hay-Herran Treaty) che concede agli Stati Uniti una licenza (rinnovabile) di 99 anni su una striscia di terra lunga 6 miglia, in cambio di una somma in denaro una tantum e di un forfettario annuo. Gli Stati Uniti ratificano il trattato il 14 marzo, ma l’iter è bloccato il 12 agosto dal senato colombiano: la mancata ratifica dà maggior peso alle voci indipendentiste, sposate da chi ha interessi nella costruzione del canale, Stati Uniti in primis. Con l’appoggio dei liberali e dell’esercito, e forte dell’approvazione nordamericana, nel novembre 1903 Demetrio H. Brid, presidente della municipalità di Panama, diventa de facto presidente di Panama, prima di lasciare nel febbraio seguente il posto a Manuel Amador Guerriero, primo presidente costituzionale. Per l’aiuto offerto alla causa separatista, il governo panamense concede a Washington il controllo della Zona del Canale di Panama. Comprato il materiale di lavoro francese, il 4 maggio 1904 l’amministrazione Roosevelt da il via ai lavori, conclusi, con il solo uso di manodopera statunitense[200], il 15 agosto 1914.

La storia di Panama è solo uno, seppur vistoso, dei tanti tasselli che ripercorrono la cronologia delle ingerenze nordamericane nella politica dei paesi vicini, avviate con la dottrina Monroe e proseguite lungo i secoli XIX e XX. “Meno ipocrita, il presidente Taft dichiara nel 1912: ‘L’emisfero intero ci apparterrà, così come ci appartiene già moralmente per la superiorità della nostra razza’[201]”. A inizio secolo gli Stati Uniti riescono a collegare Atlantico e Pacifico, e l’articolo 6 di un nuovo trattato d’alleanza con Panama datato 1926 “conferisce a Washigton diritti speciali in tempo di guerra, facendo virtualmente di Panama, dal punto di vista militare, un nuovo stato dell’Unione[202]”. E’ con riferimento alla realtà storica di questi paesi che viene usato il termine ‘Repubblica delle Banane’: le imprese nordamericane che, come la United Fruit Company (Ufco)[203], possiedono vastissime distese di terra nei territori settentrionali dell’America Latina sfruttate (a monocultura) per la produzione (intensiva) di frutta o altri beni per il mercato esterno, rappresentano di fatto il potere, forti del tornaconto di Washington nel difenderne e garantirne gli interessi[204]. “Senza alcuna parvenza di conquista territoriale o di dichiarazione di guerra, lo status di una repubblica latina indipendente diventa inferiore a quello di un semplice stato degli Usa, in cui l’intervento del governo federale di Washington si esercita soltanto in casi molto limitati e richiede comunque l’autorizzazione del Congresso federale[205]”.

Il Nicaragua, già al centro dell’interesse nordamericano nel secolo XIX come possibile sede di un canale, torna nel vortice dei marines nel 1912: Adolfo Diaz è eletto presidente e contratta un prestito “fornendo come garanzia le entrate doganali e accettando un controllore generale americano delle dogane, nominato dai banchieri di New York con il beneplacito del Dipartimento di stato[206]”. Fino al 1925 a Managua rimarrà insediata una guarnigione americana.

L’Honduras, importante centro degli interessi della United Fruit, riceve diverse spedizioni nordamericane (nel 1903, 1905, 1919 e 1924).

La Repubblica di Haiti si vede imposta dall’ammiraglio William B. Caperton una convenzione “le cui clausole […] consegnavano agli americani l’amministrazione civile e militare, le finanze, le dogane e la banca di stato (sostituita dalla National City Bank)[207]”.

Cuba e la Repubblica Dominicana hanno subito simili ingerenze nel primo quarto del secolo XX.


8. Laissez faire

Con l’affermarsi sulla scena mondiale delle forze di Bretton Woods, si consolida globalmente  (rectius, nelle zone di influenza geo-politica statunitense) l’ideale del libero mercato, incentrato sull’economia neo-liberista o marginalista, che riprende le riflessioni di uno dei padri dell’economia politica, Adam Smith. “La ‘mano invisibile del mercato’ è considerata il fulcro della tradizione liberale, da Adam Smith in poi, che coniuga la libertà d’azione in campo economico con le libertà politiche[208]”. C’è dunque piena fiducia nel mercato, che se lasciato libero da vincoli (artificiali) posti dagli stati, tende per sua stessa natura ad una situazione di equilibrio: “Il ‘miracolo del mercato’ consiste per l’appunto nel far sì che, in presenza di una molteplicità di acquirenti e di venditori (tale da garantire la concorrenza perfetta), si giunga automaticamente alla posizione di equilibrio, con prezzi che assicurano l’eguaglianza tra domanda ed offerta e quindi con un’allocazione ottimale delle risorse tra i vari utilizzi possibili[209]”. Il mercato in se stesso non ha imperfezioni se non nel breve – medio periodo: disoccupazione, problemi ambientali e bassi investimenti ad esempio in istruzione, tendono a scomparire nel lungo periodo. Ogni operatore è visto come homo oeconomicus[210] monodimensionale che persegue l’interesse personale in un mercato perfettamente concorrenziale, privo di rendimenti crescenti sia nel consumo che nella produzione[211]; viene respinta qualsiasi interferenza al libero mercato[212], esaltato a prescindere da considerazioni sul regime politico prevalente. “La teoria marginalista dell’equilibrio economico generale è giunta a concludere che l’equilibrio di prezzi e quantità non è unico […] e non è stabile se non sotto condizioni assai restrittive[213]”.

Un’interessante analisi storica del ‘mito della mano invisibile’ è proposta da Roncaglia. Partendo dalla cultura illuminista del Settecento, Roncaglia rintraccia due distinte correnti, l’esprit de système e l’esprit de finesse, riassumibili nell’ “utilizzo della ragione per l’analisi critica e il rifiuto o l’accettazione consapevole e sempre provvisoria delle tesi proposte nel dibattito” la prima, e nell’ “esaltazione della Ragione […] come costruttrice di veri e propri sistemi intellettuali[214]” la seconda. Da queste correnti nascono due diverse idee di liberismo: una (nata dall’esprit de système) riduce il liberismo unicamente a valutazioni economiche e trova espressione nella teoria neoclassica retta dal mito della mano invisibile; l’altra, propriamente smithiana, “vede nel mercato una istituzione sociale delicata, che va sostenuta nel suo funzionamento attribuendo importanza alla moralità e alla legalità dei comportamenti[215]”. Smith non differenzia liberismo economico e liberalismo politico: il libero perseguimento dell’interesse personale non è limitato alla sfera economica, ma coinvolge inevitabilmente ogni campo. La negazione delle libertà politiche entra necessariamente in conflitto con la libertà economica. Nel Cile di Pinochet sono state attuate alla lettera le ricette economiche della Scuola di Chicago, vale a dire neo-liberiste: ma una dittatura non ha sostenibilità sociale, e per un liberale ‘smithiano’ senza liberalismo non può esserci liberismo. Con gli anni del Terrore la distinzione tra liberalismo e liberismo viene meno ed il libero mercato è identificato con la sola libertà di decisione dell’operatore in campo economico: di conseguenza “lo Stato appare in tal modo come un nemico del mercato […] piuttosto che come un complemento essenziale al suo buon funzionamento[216]”. Smith non crede nella mano invisibile, nominata una sola volta ne ‘La ricchezza delle nazioni’ (“senza mai peraltro riferirla a una pretesa capacità di autoregolazione del mercato[217]”), e non ritiene affatto il mercato autonomo e autoregolatore: in altre parole, considera la necessità di interventi (statali[218]) che regolino quella delicata istituzione sociale che è il mercato. Per spiegare più chiaramente l’origine dell’errore, Roncaglia considera due posizioni distinte all’origine del pensiero economico: la prima, da cui deriva la moderna teoria marginalista e il mito del mercato, ruota attorno al problema della scarsità e dell’utilità (dalle risorse iniziali, alla soddisfazione di bisogni e desideri); l’altra, da cui sgorgano le reazioni antineoclassiche contemporanee, ha al centro il tentativo di comprendere un’economia di mercato basata sulla divisione del lavoro (processo circolare di produzione e consumo). L’origine dell’errore è in un articolo di Stigler del 1951[219], reo di aver letto Smith “con gli occhiali della sua epoca […] Si va affermando il concetto di mercato come meccanismo autoregolatore, che – secondo il ‘teorema di Pareto’ – in condizioni di concorrenza perfetta assicura automaticamente il conseguimento di situazioni ottimali […] Il concetto di mercato di Smith e degli economisti classici, invece, è radicalmente diverso[220]”. “Il mercato non è il semplice insieme di atti di scambio: è un vero e proprio sistema istituzionale, ossia un insieme molto complesso di norme, consuetudini e costumi sociali che indirizzano il comportamento degli individui[221]”. “In presenza della divisione del lavoro, il problema che si pone è piuttosto quali requisiti debba avere l’economia di mercato per garantire che il perseguimento dell’interesse personale abbia un esito socialmente positivo[222]”.

Abbiamo dunque rintracciato due idee di libertà economica: la prima, affermatasi sulla scena internazionale, si basa sul mito della mano invisibile e dell’infallibilità del mercato, cioè sul laissez faire, laissez passer; la seconda, si basa invece sulla tesi smithiana incentrata sull’interesse privato, non egoistico né limitato alla sfera economica, che può avere conseguenze positive per la collettività qualora il mercato, in forza di interventi dell’autorità pubblica atti a contenere incertezza e tensioni sociali, ed a sostenere l’attività produttiva, svolga un ruolo positivo. In questioni cruciali in campo economico (e non solo) come la disoccupazione, la proposta marginalista si limita a considerazioni circa i problemi frizionali di breve periodo scaturiti dalla non perfetta concorrenza nel mercato del lavoro, probabilmente causata da salari troppo elevati e dalle pressioni sindacali: il saggio del profitto è visto come il prezzo del fattore di produzione del capitale, e dunque una situazione di disoccupazione porta ad una riduzione dei salari che induce gli imprenditori ad impiegare più forza lavoro e meno capitale. Il liberismo smithiano accetta e riconosce situazioni di disoccupazione, rintracciandone la causa nelle aspettative degli imprenditori, ed innestandosi: o alla critica keynesiana, teorizzando la differenza tra salario monetario (oggetto della contrattazione lavoratori – imprenditori) e salario reale, lasciando ampio spazio al concetto di incertezza; o alla critica sraffiana, che evidenzia come “in un’economia basata sulla divisione del lavoro, in cui quindi esistono più merci, non può essere attribuita validità generale alla relazione inversa tra salario reale e occupazione […] valida solo in un ipotetico mondo a un solo bene[223]”: in un mondo a più beni il rapporto capitale – lavoro può sia aumentare che diminuire quando il salario reale diminuisce, e così cade il meccanismo neoclassico di aggiustamento automatico di un’economia di mercato verso la piena occupazione.

8.1. “Kicks away the ladder[224]

Nell’ultima decade del secolo XVIII, il segretario del tesoro statunitense, Alexander Hamilton, avanza delle proposte in materia di dazi doganali che vanno in direzione opposta rispetto alle sollecitazioni verso un’apertura dei mercati avanzate da Adam Smith ne ‘La Ricchezza delle Nazioni’. Nel ‘Report on Manifactures’ presentato al Congresso nel 1791, Hamilton esprime le sue convinzioni circa la necessità di fissare dazi doganali tali da permettere la salvaguardia delle piccole fabbriche manifatturiere statunitensi, che in condizioni di libero mercato sarebbero state soffocate dalla concorrenza delle più avanzate industrie europee, specialmente britanniche. Propone dunque una serie di misure, quali dazi doganali, sussidi, sgravi fiscali per l’importazioni di beni necessari per gli inputs dell’industria manifatturiera ed investimenti pubblici nei trasporti: il tutto per incoraggiare le piccole industrie nordamericane. “In technical terms, infant industry protection can be understood as a solution to the problems of knowledge transfer and learning. In the standard economic literature, transfer of production technology (and other pieces of knowledge) is assumed to be costless and instantaneous, as technologies are seen as ‘blueprints’ that can be taken ‘off-the-shelf’ and applied at no cost. However, in the real world, it takes time and, more importantly investment in technological capabilities, for firms in technologically-backward countries to absorb advanced technologies[225]”. In altre parole, se un paese in via di sviluppo entra in un contesto di libero mercato prima di avere conoscenze e capacità tecnologiche sufficienti, potrebbe diventare leader della produzione mondiale di beni primari, ma con scarse possibilità future di specializzarsi in settori tecnologicamente più avanzati: il rischio è restare ancorati ad un settore di produzione che perpetui nel tempo una certa divisione internazionale del lavoro. Sebbene il protezionismo sia stato usato per la prima volta in modo sensibile dall’Inghilterra, prima potenza mondiale grazie alla rivoluzione industriale, sono gli Stati Uniti a diventare “the bastion of modern protectionism[226]”: dagli inizi del secolo XIX fino agli anni Quaranta, le tariffe nordamericane variano tra il 20 ed il 50 per cento. Successivamente c’è un periodo di relativo free trade, denominato liberal episode, che si protrae dal 1846 al 1861, ma le tariffe rimangono comunque a livelli più alti dei paesi dell’Europa centrale. Negli anni Settanta i dazi tornano ad oscillare tra il 40 ed il 50 per cento[227] e rimangono su questi livelli fino alla prima decade del secolo XX: negli anni del primo conflitto mondiale gli Stati Uniti abbassano i dazi (secondo periodo liberale tra il 1913 e il 1929), ma già verso la metà degli anni Venti tornano a superare il 35 per cento, per schizzare poi al 48 per cento nel 1931 a seguito della Grande Depressione e del Smoot-Hawley Tariff del 1930, “the most visible and dramatic act of anti-trade folly[228]”. “It was only after the Second World War that the United States starter to move to sustained trade liberalization, having successfully established its industrial dominance behind protectionist barriers[229]”. Tra il 1816, primo anno con alti dazi, e la fine della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti hanno tenuto le tariffe doganali medie sui prodotti manifatturieri più elevate al mondo: “we can say that the United States industries were the most protected in the world for over a century[230]”. Akyüz ritiene che l’evidenza mostra una chiara correlazione tra protezionismo e crescita economica negli Stati Uniti lungo tutto il secolo XIX fino alla Seconda Guerra Mondiale: “although it is true that the correlation between high tariffs and economic growth does not imply causality and there are many other factors than infant industry protection that contribute to rapid growth, it is notable that not only was the correlation valid for several Western European countries, but also it was robust after taking into account other factors affecting growth in cross-country regressions[231]”. Gli Stati Uniti iniziano dunque solo nel secondo dopoguerra, conquistata la leadership economica, a farsi promotori del libero scambio, confermando la metafora di List “kick away the ladder”.

Tratto da Yilmaz Akyüz, “The WTO negotiations on industrial tariffs: what is at stake for developing countries?”, TWN Trade & Development Series, n. 24, maggio 2005, Ginevra, p. 9

Il grafico mostra le tariffe medie applicate dagli Stati Uniti sui beni industriali dal 1792 (anno successivo alla presentazione al Congresso del Report on Manifactures di Alexander Hamilton) al 1980. L’andamento delle politiche commerciali appare evidente, caratterizzato da una forte crescita iniziale, che raddoppia la tariffa media applicata nei primi vent’anni considerati (dal 12,5% nel 1792 al 25% nel 1812), per poi incrementare ulteriormente di 15 punti percentuali 8 anni dopo (40% nel 1820): da questo momento e per il successivo secolo, il grafico evidenzia un mantenimento di tariffe eguali o superiori al 37,5%. I valori percentuali considerati si riferiscono unicamente all’ammontare delle tariffe in quel determinato anno considerato, e non ad una media delle tariffe applicate dagli USA nel lasso di tempo tra un rilevamento e l’altro: i valori non sono di conseguenza influenzati da tariffe anomale fissate da Washington tra un rilevamento e l’altro. Le due brevi svolte verso un regime con dazi relativamente piú contenuti, avvenute la prima tra il 1846 ed il 1861, e la seconda tra il 1913 ed il 1929, non sono rilevate dal grafico e, come appena chiarito, non ne influenzano l’andamento, che resta basato sulle date scelte, ad evidenziare le alte barriere dietro cui gli Stati Uniti hanno difeso fino al secondo dopoguerra la propria industria.

L’Inghilterra, come visto, è il primo paese ad adottare un regime protezionista, gli Stati Uniti non hanno mai conosciuto un periodo di libero mercato della stessa intensità del free-trade period inglese (1860 – 1932). Tra la riforma della politica commerciale del primo ministro inglese Robert Walpole nel 1721 fino all’abrogazione delle Corn Laws nel 1846, l’Inghilterra ha attuato una aggressiva politica di difesa della propria manifattura. “Tariffs on manufactured imports were brought down to zero by the 1860s from levels as high as 50 per cent in the 1820s […] In the interwar period, there was a proliferation of tariffs and non-tariff barriers, including in Britain which started to feel the competitive pressures from the newly emerging industrializes, notably German and the United States, and eventually resorted to high tariff barriers on the eve of the Second World War[232]”. La Tariff Reform League promossa da Joseph Chamberlain nel 1903 è un evidente esempio della perdita di leadership nel settore manifatturiero: il periodo del libero commercio si conclude per gli inglesi nel 1932, con la reintroduzione su larga scala dei dazi doganali o di simili interventi protezionistici.

Esempi analoghi di uso degli strumenti di politica commerciale si rintracciano in tempi e con tecniche diverse in tutti i paesi sviluppati. Analizzando i momenti in cui i governi hanno fatto ricorso ad una politica commerciale protezionista, emerge una corrispondenza tra periodi di alti dazi (o restrizioni simili) e crescita economica. Se affermare che le tariffe a protezione delle industrie emergenti apportano benefici diretti all’economia del paese che le adotta può essere male interpretato, diciamo comunque che i paesi oggi sviluppati hanno beneficiato delle esternalità positive dei dazi, che di certo non ne hanno intralciato lo sviluppo: “There is no [in corsivo nel testo] statistical evidence that higher tariffs were associated with lower growth bifore the SWW among today’s developed countries[233]”. Le percentuali usate in precedenza per analizzare l’esperienza statunitense si basano sulla tariffa media, strumento che non coglie altre tecniche di protezione delle industrie nascenti. Una tariffa media con valore basso può coincidere ad esempio con tariffe alte in determinati settori strategici di sviluppo. Fino al secondo conflitto mondiale vi è considerevole flessibilità nell’adozione dei dazi, utilizzati dai governi in non in modo omogeneo, ma adeguato alle circostanze storico – politiche del momento: l’aumento delle tariffe sugli import alimentari registrato negli anni Settanta del secolo XIX in Europa, è da leggere come scelta politica in difesa del settore agricolo europeo, minato dell’aumento dell’export agricolo dall’altra sponda dell’Atlantico, dovuto all’invenzione delle navi frigorifero. Questo ed altri esempi simili mostrano che “is absolutely necessary for countries to be able to raise and lower tariffs according to changing circumstances[234]”. Le tariffe medie non tengono conto delle misure alternative ai dazi (restrizioni quantitative al commercio, sussidi all’esportazione, agevolazioni per l’import di aiuto allo sviluppo nel settore incentrato sull’export, industrie di stato o con partecipazione statale, monopoli, cartelli, crediti diretti, aiuti per la ricerca e lo sviluppo, regolamentazione degli investimenti esteri e dell’importazione di tecnologia, promozione di istituzioni per la cooperazione pubblica e privata). Anche gli accordi bilaterali di libero commercio non vengono catturati dalle tariffe medie. Va detto inoltre che tutte le misure protezionistiche usate dai paesi oggi sviluppati grosso modo tra la seconda metà del secolo XIX e la prima metà del secolo XX, devono essere riviste tenendo conto della limitata differenza in termini di produttività esistente all’epoca tra i paesi: “The productivity gap between today’s development countries and the developing countries is much greater than that exsisting between the more developed of today’s developed countries and the less developed among them in earlier times[235]”. Infine, i mercati nel periodo considerato vantano una protezione naturale maggiore, dovuta agli alti costi di trasporto e d’informazione dell’epoca.

La mancanza di reale autonomia comporta armonizzazione tra l’economia commerciale della madrepatria e quella delle colonie, o tra quella di un stato imperialista ed i paesi sotto la sua sfera d’influenza, le semi-colonie. Lungo tutto il secolo XIX fino alla seconda guerra mondiale, l’America Latina ha mantenuto dazi relativamente alti, nonostante l’Inghilterra promuovesse in quegli anni il libero scambio[236]: questa apparente incongruenza si spiega con il passaggio dell’America Latina sotto la sfera d’influenza statunitense, diventato il maggior partner commerciale del Cono Sud. Come già visto, Washington mantiene alti dazi doganali (con due eccezioni) fino alla metà del secolo XX: questa condotta influenza l’economia latinoamericana. “Political and military power also exerted a strong influence over the tariff policies of independent but weak states through the so-called unequal treaties […] Since the main objective in such instances was to make the weaker states open their markets, such treaties did not always promote harmonization, particularly when the imposing countries were protectionist[237]”. Gli stati dell’America Latina si trovano nella situazione di semi-colonie statunitensi, soggette a trattati commerciali ineguali, senza potere decisionale in materia di tariffe, che possono imporre solo nominalmente, tra il 3 ed il 5 per cento. I paesi più forti del Cono Sud, riescono a tornare ad avere libertà tariffaria alla fine del secolo XIX: Chang rintraccia una correlazione positiva tra prodotto interno lordo della regione latina e libertà in politica tariffaria: “Per capita GDP growth accelerated in Latin America after the 1870s, from 0.1 per cent during the period 1820-70 to 1.8 per cent during the period 1870-1913, when most countries in the region acquired tariff autonomy with the expiry of the unequal treaties[238]”.

8.2. Le tariffe aiutano l’industrializzazione

Qual è la discriminante, o la variabile più influente, che determina lo sviluppo di un paese? La domanda, di per sé già complessa, lo sarebbe ancor di più se posta in modo più specifico: premesso che non è sufficiente avere né grandi ricchezze naturali né risorse umane ben formate, qual’è la discriminante? Senza politiche attive atte a promuovere e supportare le ricchezze di un paese, disporre di abbondanti risorse naturali può rivelarsi dannoso alla diversificazione della produzione, che corre il rischio di restare incentrata su beni non lavorati. D’altra parte, nonostante un’economia incentrata nella produzione di beni lavorati sia relativamente più incline alla crescita, le possibilità di mantenere nel tempo un alto livello di sviluppo mediante la specializzazione e la diversificazione del settore primario, appaiono limitate. Sono questi i termini con cui Yilamz Akyüz (2005) spiega le ragioni per cui lo sviluppo di un paese deve inevitabilmente coinvolgere l’industria manifatturiera. “Manufactures offer better growth prospects not only because they allow for a more rapid productivity growth and expansion of production, but also because they avoid the declining terms of trade that have resources can delay industrialization, but in general they cannot reach high income levels without a strong industrial base[239]”.

Il momento iniziale di industrializzazione di un paese è caratterizzato da una progressiva specializzazione nel settore legato allo sfruttamento delle risorse naturali ed in quello che si avvale di abbondante manodopera unskilled. Questo stadio è seguito da una diversificazione delle opportunità di impiego lungo un ampio ventaglio di attività tecnologicamente avanzate, accompagnata da una crescita dell’integrazione interna stimolata da una densa rete di collegamenti tra i settori. Si passa poi al momento in cui l’industrializzazione è matura, con il ritorno della specializzazione settoriale che sanziona l’assorbimento del gap tecnologico. Questo schema trova conferma empirica anche se si guarda all’evoluzione dell’allocazione settoriale del lavoro durante il percorso di sviluppo di un paese: si può dire che “robust evidence that economies grow throught two stages of diversification. At first, labour is allocated increasingly equally between sectors, but there exists a level of ‘per capita’ (in corsivo nel testo) income beyond which the sectoral distribution of labour inputs starts concentrating again[240]”: cioè, la concentrazione settoriale del lavoro in relazione al reddito pro-capite segue il corso di una U capovolta. Dunque, le imprese più dinamiche e specializzate dovrebbero essere promosse assieme a quelle che richiedono maggior uso di tecnologia, per permettere alle industrie basate sulle ricchezze naturali e sull’uso intensivo di forza lavoro, di spingere verso l’alto l’economia: queste ultime dovranno però competere con le industrie giá presenti sul mercato mondiale e con le relative economie piú mature. Immettersi sulla scena mondiale sará per le nuove imprese estremamente piú difficile in condizioni di libero mercato. Se, al contrario, le nuove imprese fossero protette da tariffe ed altre forme di sussidi, riceverebbero lo stesso aiuto concesso alle altre imprese, ed in questo modo potrebbero sfruttare la protezione per prepararsi ad affrontare un contesto di free-trade: in questa situazione le imprese piú dinamiche scalzerebbero dalla scena mondiale le meno efficienti. “In this process, imports from more advances economies allow new goods and technology to be introduces in less advanced economies. Next stage is to promote indigenous industries to replace imports in meeting domestic demand, to be followed by exports[241]”. Sviluppare l’industria implica un ricorso a politiche di intervento a salvaguardia delle imprese nascenti: ad uno stadio iniziale non sará necessario riccorrere a tariffe sui prodotti per i quali l’economia del paese in considerazione dipende dalle importazioni; successivamente, appena l’industria indigena si sarà stabilizzata, si introducono tariffe a sostegno dell’industria nascente, che verranno poi rimosse una volta raggiunto uno stadio di sviluppo maturo.

Quanto detto finora suggerisce un modello di tariffe ottimali da adottare durante il periodo di sviluppo. In accordo con una classificazione dell’UNCTAD[242], Akyüz rintraccia quattro diverse categorie di industrie (incentrate: sulle ricchezze naturali e sull’abbondante impiego di manodopera non qualificata la prima; sulla produzione di beni con basso, medio ed alto impiego di tecnologia e lavoro qualificato, le altre[243]) e ritiene, per le ragioni enunciate in precedenza, che ad uno stadio iniziale di sviluppo le industrie a basso e medio uso di tecnologia godano di maggior protezione rispetto all’industria basata sulle risorse naturali e su abbondante forza lavoro. Con l’avvento di un primo periodo di sviluppo, nel momento in cui la produzione si sposta verso beni a piú alto impiego di tecnologia, sará l’industria con abbondante uso di tecnologia e lavoro qualificato ad essere più protetta, mentre nei settori basati sulle risorse naturali e su manodopera non qualificata le tariffe tenderanno verso lo zero, avendo l’industria raggiunto la propria maturitá.

L’idea suggerita da questo modello consiste nel porre barriere doganali laddove si sta incentrando la produzione, lasciando liberi di oscillare nel mercato mondiale tanto i settori meno tecnici (in precedenza protetti) dove si è ormai giunti ad uno stadio di maturitá dell’industria, quanto i settori ad alto impiego di tecnologia, non ancora sviluppati nell’industria nazionale, sui quali risulta conveniente mantenere bassi dazi per favorire l’import di alta tecnologia, che allo stadio di sviluppo considerato non risulta concorrenziale. Ovviamente, il processo analizzato differisce di paese in paese a seconda di variabili quali la collocazione geografica, l’estensione e le dotazioni iniziali: l’industrializzazione non segue una determinata linearitá, mantenendo una significativa concentrazione settoriale tanto nei primi quanto negli ultimi momenti di sviluppo, ed offrendo invece un’alta diversificazione per tutti i rimanenti momenti di crescita. Inoltre, anche se non risulta efficiente avere ad un tempo tutte e quattro le tipologie di industria in funzione, il settore ad alto impiego di lavoro non qualificato è spesso mantenuto protetto anche nelle economie con un’industria matura.

Un altro studio[244] affronta l’argomento con strumenti diversi, distinguendo le tariffe che proteggono beni a basso, medio ed alto valore aggiunto: ogni paese tasserá prevalentemente quei beni con valore aggiunto correlato al proprio livello di sviluppo. Anche in questo caso la teoria si rifà a dati empirici e presenta interessanti eccezioni: i paesi sviluppati tendono a tassare anche quei beni (con un grado di valore aggiunto medio-basso) richiesti dai paesi in via di sviluppo, e i paesi poveri ed in via di sviluppo impongono alte barriere ai beni ad alto contenuto tecnologico, nonostante non vi sia ancora un mercato interno di questi beni da preservare.

Per concludere, l’evidenza mostra che la risposta alla domanda posta a inizio capitolo tende inevitabilmente ad includere tra le variabili considerate le tariffe doganali, e più precisamente l’opportunità con cui i governi dei paesi oggi sviluppati hanno utilizzato questo strumento ora per proteggere, ora per lasciare libere sul mercato mondiale le proprie industrie. Non appare seguita alcuna sequenza prestabilita di comportamenti: piuttosto, vengono comparati i rischi per l’industria nascente di un’economia libera con i costi del protezionismo, in un’ottica di lungo periodo e utilizzando misure relative alle condizioni tanto dell’industria interna nascente quanto del libero mercato, in quel particolare momento storico. La logica dei comportamenti apparentemente ‘anomali’, ad esempio paesi sviluppati che impongono tariffe sull’agricoltura, è da leggere nella logica del “kicks away the ladder”.


9. Lo Stato latinoamericano

“La formazione dello Stato in America Latina è […] profondamente segnata dal modo di inserimento nell’economia-mondo che la contraddistingue[245]”. Gli stati che si formano nel corso della prima metà del secolo XIX portano con sé il retaggio della storia coloniale che contraddistingue in modo netto la forma-stato latinoamericana, caratterizzandone le basi patriarcali e schiavistiche, e traducendosi inizialmente in potere oligarchico, poi corporativo ed infine, nazional-sviluppista. “La società feudale della penisola iberica si riproduce così in America Latina lungo due linee, intrecciate l’una con l’altra. Una prima linea è l’instaurazione di rapporti sociali di tipo patriarcale-coloniale che agiscono su un corpo sociale (nativo) sistematicamente annientato attraverso due meccanismi: il puro e semplice sterminio (per spada o contaminazione) e il meticciato […] Una seconda linea è quella che deriva dalla ‘autonomizzazione relativa’ del commercio triangolare coloniale che si trasforma in ‘tratta degli schiavi’, figura di colonizzazione specifica dell’Atlantico meridionale[246]”. Questi tratti rendono, come abbiamo già visto altrove (cap. 6.2), la situazione latinoamericana non riducibile a categorie elaborate per altri contesti mondiali che risultano estranei alla storia del Continente. La nozione di stato ‘estamentàrio’, eredità delle basi patriarcali e schiaviste, rappresenta un chiaro esempio delle peculiarità cui ci riferiamo: con il termine ‘estementàrio’ la sociologia brasiliana definisce, dentro la tradizione weberiana, il rapporto perverso tra stato coloniale di origine portoghese e stato brasiliano. Gli studiosi cercano con questo termine di cogliere le specificità dei rapporti di potere propri della ex colonia lusitana, che, una volta indipendente, viene ad assumere i connotati dello stato patrimoniale: le disuguaglianze sociali scaturiscono dalla distribuzione degli incarichi pubblici, cioè da una corporazione di potere strutturata su una comunità basata sull’appropriazione a fini privati degli incarichi pubblici (l’estamento[247], appunto). L’esempio brasiliano ci aiuta a comprendere il perché della peculiarità dell’esperienza latinoamericana e le ragioni che determinano la permanenza di forme politiche del passato. In questo contesto, “la transizione all’industrializzazione e allo sviluppo non si riduce alla trasformazione delle basi dell’accumulazione industriale e, quindi, alla ricerca di una mano d’opera moderna (salariata). La liberazione ha luogo prima, attraverso le mille forme dell’esodo: esodo degli schiavi e dei contadini poveri (in condizioni servili e/o semi-servili) ed esodo dei migranti europei[248]”.

In Brasile l’abolizione della schiavitù non si trasforma in un fenomeno funzionale allo sviluppo capitalista, anzi la breccia contadina costituisce un fenomeno di defezione dal lavoro dipendente “che rendeva estremamente difficile la proletarizzazione dei contadini[249]” e l’imbrigliamento della manodopera in dinamiche non propriamente schiaviste ma che ne ripercorrono le sembianze, come il péonage[250]. I fazendeiros brasiliani si trovano costretti ad aprirsi ai flussi massicci di immigrati di fronte all’impossibilità di reclutare tanto gli ex schiavi liberti quanto i lavoratori liberi, che rifiutano di lavorare come salariati a fianco degli schiavi, preferendo la miseria alla squalifica sociale che ciò implicava. “La mercificazione delle braccia e del tempo di vita funziona solo nella misura in cui il mercato prende forma dentro gli steccati eretti per farlo funzionare come un sistema chiuso dove effettivamente il gioco dell’offerta e della domanda di forza-lavoro possa spingere verso il basso le condizioni di vita dei lavoratori […] Le migrazioni in generale e le migrazioni internazionali in particolare sono la forma di resistenza più forte a questa necessità capitalistica di fissare la mano d’opera, a questo retaggio schiavistico del capitale[251]”. Ciò che in Brasile risulta difficile, non è ottenere manodopera europea, quanto piuttosto mantenerla nelle fazendas: ciò spinge a stanziare sovvenzioni pubbliche alle migrazioni onde evitare l’asservimento a mezzo indebitamento.

L’Argentina non ha conosciuto il problema di carenza di manodopera da impiegare nelle piantagioni conseguente all’abolizione della schiavitù: il lavoro salariato, naturalmente formato dall’immigrazione internazionale, esiste in Argentina da quando il paese si afferma come esportatore di prodotti primari. Inoltre, il fenomeno della colonizzazione agraria (cioè dell’accesso offerto ai migranti alla proprietà della terra) è, contrariamente al Brasile dove rimane circoscritto a porzioni del Rio Grande do Sul, intenso: “L’economia agraria della colonizzazione costiera giocò un ruolo importante nel processo più generale di inserimento dell’economia platina nei mercati internazionali”. E’ ovvio che la repubblica de las pampas, fino alla fine del secolo XIX praticamente disabitata, gioca un ruolo fondamentale nella colonizzazione agraria: alcuni studiosi[252] sottolineano “come in Argentina, contrariamente al Brasile, vi fosse uno sforzo statale per utilizzare i coloni immigrati come strumento di civiltà con l’obiettivo di popolare il deserto e nello stesso tempo si perseguisse il modello del farmer nordamericano di trattenimento dei migranti attraverso l’accesso alla proprietà della terra[253]”. Fausto e Devoto parlano di concorrenza esplicita tra Argentina e Brasile per l’accaparramento dei flussi migratori italiani, e a questo proposito sottolineano come l’eredità schiavista giochi contro gli interessi brasiliani[254]. Gli stessi autori suggeriscono inoltre che la ‘qualità’ dei migranti internazionali (italiani) verso l’Argentina è migliore del flusso diretto in Brasile, dove si sarebbero recati, solo a causa delle sovvenzioni assenti in Argentina, i più poveri. L’Argentina si presenta dunque all’appuntamento con i primi esperimenti sviluppisti con livelli di consumo alti ed una popolazione abbastanza integrata, tanto come consumatrice quanto come forza lavoro, in un’economia di mercato nazionale: è il paese economicamente più dinamico e socialmente più integrato del Continente.

In Messico non si riversano fiumi di migranti come in Brasile ed Argentina, ma non per questo il paese non sperimenta quella dinamica di ‘liberazione’ già rintracciata nei due giganti del Cono Sud, che non si alimenta dei flussi esogeni di manodopera, ma produce il processo rivoluzionario analizzato in precedenza (cap. 7.1). Oltre alla questione agraria, la rivoluzione funziona come un meccanismo di liberazione delle forze produttive, che finisce con il rendere meno importante e impellente il ricorso ai flussi esogeni dell’immigrazione. “Le convulsioni rivoluzionarie, alimentate per quasi vent’anni dagli eserciti contadini, renderanno relativi i vari sistemi di imbrigliamento delle forze produttive e si concretizzeranno proprio nella liberazione delle masse contadine da ogni tipo di vincolo coercitivo alla terra[255]”. Analogamente al Brasile, la lotta per la libertà si è rivelata poco funzionale allo sviluppo capitalista e alla libertà di mercato.

Dunque, abbiamo visto come nei tre paesi più importanti dell’America Latina (ma il ragionamento è proprio, seppur con le dovute correzioni temporali del caso, a tutto il Continente) si sviluppa nello stesso periodo un doppio processo di costruzione dello stato nazionale: in primis, l’indipendenza politica, sia nel senso coloniale quanto nell’accezione più allargata di sistema semi-coloniale; in secondo luogo, lo sviluppo di una base industriale. Questo doppio processo inizia con il secolo XIX e si protrae praticamente fino al secondo conflitto mondiale, vivendo un importante momento di cambiamento nel corso degli anni Trenta.

9.1. Il venerdì nero di Wall Street

Nonostante abbia progressivamente reciso le briglie che ne tenevano i paesi politicamente legati alla madrepatria (Inghilterra prima e Stati Uniti poi), l’America Latina persiste all’inizio del secolo XX in una condizione economica di dipendenza dal commercio con l’estero, precisamente, con i paesi industrializzati. “Il capitale imperialista cattura i mercati dal di dentro, impadronendosi dei settori chiave dell’industria locale: conquista o costruisce le fortezze decisive dalle quali controllare tutto il resto[256]”. Fenomeno già studiato in precedenza, le imprese estere investono in America Latina per appropriarsi del surplus industriale latinoamericano e capitalizzarlo a loro profitto arricchendo i loro poli di sviluppo, senza allentare le tensioni sociali, impadronendosi del mercato interno e delle industrie più produttive, controllando ed orientando progresso, credito nazionale e commercio con l’estero, denazionalizzando le industrie ed il profitto prodotto, orientando verso l’esterno la parte sostanziale dell’eccedente economico. “Gli oligopoli stranieri, che concentravano nelle loro mani tutta la tecnologia più avanzata, si impadronivano […] dell’industria nazionale di tutti i paesi dell’America Latina […] attraverso la vendita di tecniche di fabbricazione, brevetti e attrezzature nuove[257]”. Questi i termini usati dall’OSA: “Le imprese latinoamericane hanno il predominio sulle industrie e sulle tecnologie meno avanzate, mentre gli investimenti privati nordamericani, e probabilmente anche quelli provenienti da altri paesi industrializzati, aumentano rapidamente la loro partecipazione in alcune industrie dinamiche, che richiedono un grado di progresso relativamente alto e che sono le più importanti per la determinazione del corso dello sviluppo economico[258]”.

Max Weber conferisce al capitalismo, o quanto meno alle sue condizioni iniziali di sviluppo, un carattere culturale e sociale, legato al pensiero religioso protestante, per il quale è essenziale il risparmio e la rinuncia al consumo, lette come attitudini indispensabili all’accumulazione: dunque, per sviluppare una società serve una classe medio-borghese determinata ad assumere inizialmente[259] il faticoso ruolo di gregario, conditio sine qua non per lo sviluppo di tutta la società. In America Latina è mancata una classe che adempisse questo obbligo per diverse ragioni storiche: innanzitutto, viene imposto un modello di sviluppo esogeno, dalla colonizzazione iberica fino alle più recenti forme di investimento estero, che non lascia libera l’intraprendenza della classe media, spesso corrotta ed inibita dai rapporti di colonizzazione. In secondo luogo, con la colonizzazione inizia il furto delle materie prime e le ricchezze necessarie per l’accumulazione originaria si diregono prevalentemente fuori dal Continente: le classi medie si arricchiscono contribuendo agli interessi stranieri, persistendo quindi in una situazione di dipendenza dall’estero non soltanto per il proprio impiego, quanto anche per quel che concerne il formarsi di una forma mentis orientata più verso l’esterno che verso l’interno. Infine, dalla colonizzazione fino al secolo XX il potere economico interno è rimasto nelle mani della stessa classe oligarchica, latifondista e portuale, nata ed arricchita con l’inizio della colonizzazione, sopravvissuta alle guerre d’indipendenza, ed asservita poi al dominio anglosassone: la scena non è mai stata occupata da una nuova classe mercantile o imprenditoriale emergente, capace di arricchirsi e di investire all’interno del Continente, permettendone lo sviluppo.

Il XX secolo non ha dato vita a una borghesia industriale forte e creativa, capace di assumersi i propri compiti e andare avanti fino alle ultime conseguenze […] L’industria latinoamericana nacque, invece, dalle viscere stesse del sistema agro-esportatore, come risposta all’acuto squilibrio determinato dalla caduta del commercio con l’estero[260]”.

Il venerdì nero dell’ottobre 1929 rappresenta un momento di svolta. Oltre a confermare la dipendenza dell’economia latinoamericana dall’estero, la depressione degli anni Trenta provoca una forte contrazione della domanda di export dal Continente e di conseguenza una riduzione della sua capacità di importazione ed un vertiginoso aumento del prezzo dei beni industriali di marca straniera. “Non sorse però, allora, una classe industriale libera dai tradizionali legami di dipendenza: la spinta all’industria manifatturiera venne dal capitale accumulato e detenuto dai proprietari terrieri e dagli importatori[261]”. In Argentina si impongono i grandi allevatori, in Brasile i fazendeiros del caffé ed altrove le élite di sempre, ciascuno destinando alla propria industria i capitali accumulati nel commercio con l’estero, al fine di auto-prodursi quei beni che non potevano più essere acquistati dai paesi sviluppati. Sulla base di questa tecnica, denominata ‘sostituzione delle importazioni’, “si è disegnata, fin dagli anni ’40, la traiettoria periferica dell’egemonia mondiale del fordismo che i lavori della CEPAL[262] tenteranno di trasformare in progetto di sviluppo nazionale per i paesi dell’America Latina[263]”. I processi di industrializzazione non avvengono gradualmente come nei paesi sviluppati, ma all’interno di questo processo di trasformazione economica generale, andandosi a sovrapporre alla struttura economico-sociale preesistente, senza modificarla del tutto: “Riguardando oggi quel fondamentale passaggio storico, non possiamo non riconoscere che si trattò di una reazione tutta all’interno delle élite capitalistiche e oligarchiche locali, di un processo che, in realtà, finì con l’accrescere le caratteristiche di dipendenza nei confronti dei paesi centrali[264]”. Lo Stato è il protagonista: barriere doganali elevate, riduzione o controllo delle importazioni, speciali tassi di cambio accordati alle industrie, acquisto delle eccedenze, costruzione di infrastrutture e di forniture di energia, nazionalizzazioni. “Il processo di industrializzazione sostenuto dallo stato si presentò allora come strumento per affrontare la caduta della capacità d’importazione[265]”. Lo Stato cerca di vestire i panni di quella classe imprenditoriale mancante, impersonata in Europa dalla borghesia industriale, attraverso l’opera di caudillos populisti: non nasce però una nuova classe imprenditoriale ed il potere resta ancorato alle stesse classi fino ad allora dominanti.

Queste esperienze sono interpretate innanzitutto dal regime prodotto dalla rivoluzione messicana, terreno fertile per riorganizzare lo stato dopo la Grande Depressione. “Lázaro Cárdenas, con il suo governo nazionalista, fu l’unico a combattere contro i proprietari terrieri e a portare avanti quella riforma agraria che il paese esigeva fin dal 1910[266]”. Nel periodo cardenista (1934-1940) vengono redistribuite delle terre in favore delle comunità indigene, ed in particolare sono interessati quei gruppi che costituiscono la base degli eserciti contadini di Zapata, a sud della capitale, nello stato di Morelos. Il respiro di questi progetti, che hanno avuto ampia influenza sul popolo, non è però abbastanza ampio da mutare le linee di segmentazione etniche, che continuano a caratterizzare il paese, tra strati sociali di origine coloniale e mondo indigeno.  Dal punto di vista politico, “un’etichetta socialista e rivoluzionaria copre un corporativismo di fatto”, con il partito unico, il PRI, ed un “nazionalismo tecnocratico: una propensione fascista è mascherata dall’antifascismo[267]”. Nonostante gli impegni in termini di distribuzione della terra non hanno né coinvolto altri paesi, né rivoluzionato il contesto sociale nello stesso Messico, la spinta verso un autoritarismo populista interessa profondamente anche gli altri paesi del Continente, realizzandosi in “un’ibridazione fra paternalismo, modernismo e fascismo: su questa base si svilupperanno nuove forze corporative. La stratificazione sociale che ne deriva è fortemente influenzata da questa ibridazione[268]”.

In Brasile nel 1937[269], a seguito dell’insurrezione armata tenentista del 3 ottobre 1930, nasce con Getulio Dornelles Vargas (1930-45 e 1951-54) lo ‘Estado Novo’, le cui dimensioni conservatrici appaiono fin dagli anni Trenta: “Prima di ‘nazionalizzare’ la produzione industriale, si nazionalizza il processo di proletarizzazione[270]”. Francisco Campos, ministro di Vargas ed autore della Costituzione del 1937, non ha dubbi sulla linea da seguire: “Il fascismo. Un fascismo di idee, di spirito e non di metodi oppressivi[271]”. Il decreto n. 19.482 del 12 dicembre 1931 legalizza la così detta ‘legge di nazionalizzazione del lavoro’, secondo la quale i due terzi dei lavoratori al servizio di imprese su territorio brasiliano devono essere brasiliani. Inoltre, lo stesso decreto limita l’ingresso in Brasile di stranieri in viaggio in terza classe. Appare evidente che la miccia che il governo vuole spegnere riguarda il ruolo degli stranieri nell’organizzazione dei primi sindacati e del movimento front populaire represso nel 1935. “La legge sulla sindacalizzazione […] non è altro che un adattamento della Carta del lavoro di Mussolini[272]”, che mette fine al pluralismo sindacale e all’attività politica degli stessi. Queste le parole del ministro del lavoro Lindolfo Collor: “Uno dei fattori più condannabili dello sfruttamento dell’operaio brasiliano […] è l’operaio straniero […] che prende il posto del nazionale […] e, non soddisfatto, si lascia andare a propaganda sovversiva, francamente condannabile alla luce della dignità nazionale[273]”. Adottando queste politiche sociali[274], il Brasile riorganizza la produzione interna durante gli anni della Depressione mediante la sostituzione delle importazioni. “Vargas […] è l’unico caudillo a […] avviare una modernizzazione senza rivoluzione e sopratutto a bloccare l’evoluzione delle masse proletarie verso la sinistra marxista[275]”.

In Argentina tra il 1930 ed il 1943 c’è il periodo della ‘restauración conservadora’, la così detta ‘Década Infame’, le cui dinamiche non differiscono di molto da quelle brasiliane. “I tradizionali temi dei nazionalisti (contro la democrazia) si svilupparono nel senso della xenofobia (gli stranieri = causa della degenerazione sociale) e dell’antisemitismo[276]”. Anche qui, la minaccia per l’autorità costituita è rappresentata dalle lotte operaie (fomentate dai migranti) e dal conseguente sindacalismo: “Nel 1937, dopo il ciclo di lotte inaugurato dalla sciopero di novanta giorni del 1935, il governo reprime il nuovo sindacalismo combattivo attraverso l’applicazione della Ley de Residencia contro i principali dirigenti sindacali di origine italiana[277]”. I generali José Félix Uriburu (presidente dal 1930 al 1932) e Augustín Pedro Justo (1932 – 1938) spingono i governi ad intervenire in modo consistente nell’economia interna, sposando il progetto di sostituzione delle importazioni in un contesto nazionale sempre più chiuso in sé stesso. “Certamente si può escludere che […] si possa attribuire un ruolo modernizzatore al regime di Justo e alle due presidenze civili ma ‘protette’ di Ortiz e Castillo […] Vi è indubbiamente una restaurazione più tradizionalista che nazionalista, ma non di carattere simbolico come il caudillo radicale, bensì fondata sull’identificazione dell’interesse nazionale con quello dell’oligarchia agraria e della borghesia compradora[278]”. L’accordo di Roca-Runciman, sottoscritto l’1 maggio 1933 da Argentina ed Inghilterra e ratificato dal senato con la legge 11.693, ha condizioni[279] umilianti per il paese latinoamericano, che accetta, fra le altre clausole, una restrizione dell’export (di carne) verso l’Inghilterra, suo principale partner economico, a vantaggio degli altri paesi del Commonwealth. A seguito del patto, l’Argentina diventa parte integrante del regno britannico, situazione confermata ed aggravata dal successivo accordo sostitutivo del ’36, Eden-Malbran.

Juan Domingo Perón occupa la presidenza a partire dal 1946, portando avanti l’impegno di ridurre le importazioni producendo all’interno il materiale manifatturiero necessario, e impersonando la figura del caudillo populista (in realtà, questa appellativo sarebbe più appropriato se riferito a Evita Perón) che avrà ampia influenza sul popolo e sul nazionalismo di marca argentina.

Abbiamo introdotto il processo di rigenerazione nazionale spendendo più parole per i tre grandi paesi dell’America Latina, sia perché, dato il loro volume di commercio, in queste realtà il processo economico iniziato negli anni Trenta appare più vistoso; sia perché questi paesi si trascinano fin dalla loro nascita profonde problematiche sociali, che, pur con le peculiarità di ogni regione, rappresentano un chiaro scenario della situazione latinoamericana.

L’Uruguay sperimenta in questi stessi anni un analogo tentativo di crescita industriale a mezzo di sostituzione delle importazioni. Il paese conosce con José Battle y Ordóñez un importante tentativo di welfare state. Presidente in tre occasioni (dal 15 febbraio al 1 marzo 1899, dal 1 marzo 1903 al 1 marzo 1907, dal 1 marzo 1911 al 1 marzo 1915), José Battle y Ordóñez inizia nella terza presidenza una nuova serie di poliche sociali ed economiche in antitesi all’imperialismo economico straniero, che verranno definite Batllismo: proibisce il lavoro ai minori di anni 13, riduce la giornata lavorativa ai minori di anni 19, concede alle donne incinte 40 giorni di maternità, sancisce un giorno di riposo alla settimana e stabilisce un tetto massimo alle ore di lavoro settimanali (48) e giornaliere (8), promulga una legge per indennizzare gli incidenti sul lavoro e istituisce una sorta di liquidazione, che varia a seconda degli anni di lavoro prestato. Inoltre, viene approvata una pensione di vecchiaia a disposizione di tutti i maggiori di anni 65, o di qualsiasi etá nei casi di invaliditá completa (indigenza), e si orienta verso la concessione universale del diritto di voto. Per quel che concerne l’attività economica dello stato, Battle, precursore degli anni Trenta, spinge verso la statalizzazione e la nazionalizzazione: il principio ideologico è che i serivizi pubblici essenziali devono essere di competenza statale, dato che è lo stato l’organismo rappresentativo della società. Lo stato deve intervenire laddove il capitale privato non ne ha interesse (per mancanza di profitti o per timore di perdere il capitale), in quanto le attività pubbliche non seguono la logica del profitto, quanto piuttosto quella del servizio pubblico. Per quel che riguarda la politica commerciale, Batlle inizialmente impone tariffe sui prodotti stranieri, ivi inclusa l’importazione di macchinari e di materiali grezzi; inoltre, vestendo sempre i panni di precursore dei caudillos populisti, Batlle si impegna affinchè lo stato sostituisca le imprese straniere che trasferiscono all’estero gli utili: su questa rotta si statalizzano il Banco de la República Oriental del Uruguay (1911 e 1913) ed il Banco Hipotecario del Uruguay (1912), nonchè le assicurazioni (Banco de Seguros del Estado, 1911).

In Cile “per quasi quarant’anni la lotta politica rispecchierà, senza effetti sull’impianto istituzionale ma con una tela di fondo ‘centralista, burocratica e semicorporativa’, la dialettica politica ed ideologica europea[280]”.

In Perù “non c’è via di mezzo. O destra o sinistra. La democrazia, il capitalismo, la tradizione liberale rappresentano una via di mezzo che nasconde un comunismo travestito o la strada sicura verso il comunismo. L’unica soluzione è tornare alla tradizione medievale, cattolica, ispanica, oggi incarnata dal fascismo[281]”.

La prima applicazione della formula ‘esercito + sindacati’ è sperimentata per la prima volta in Bolivia, con il colonnello Germán Busch, prima di essere usata e perfezionata da Peròn in Argentina, dieci anni dopo. “La linea è formalmente socialista, quella di un socialismo nazionale o militare, ma la sostanza è l’avvicinamento alle potenze fasciste europee[282]”.

In Colombia la scena non è occupata da un leader (non caudillo) legato ai modelli europei, con formule ideologiche di ispirazione corporativista o di un fascismo di sinistra, avversi ad una rivoluzione di stampo marxista. L’alternativa caudillismo oligarchia torna sulla scena colombiana con Jorge Eliecer Gaitán, quando il paese è “povero, dipendente in tutto e per tutto dagli Stati Uniti[283]”: una vera e propria repubblica delle banane. Escluso il comunismo come valida alternativa per la Colombia, Gaitán arriva ad occupare posizioni di rilievo (secondo vicepresidente della repubblica, ambasciatore itinerante nel Messico e nell’America Centrale) dopo quarantaquattro anni di egemonia dei conservatori. Nel 1933 crea un nuovo partito, l’Unión nacional izquierdista revolucionaria, dove il termine ‘izquierdista’ è da intendere in senso progressista: Gaitán propone una riforma agraria e la partecipazione dei lavoratori all’amministrazione delle imprese, “ma si tratta di obiettivi simili a quelli dibattuti in Italia dal fascismo di sinistra e dal corporativismo[284]”. Profondamente anticomunista, senza tendenze fasciste, non accetta ingerenze statunitensi, e questo lo pone in antitesi agli interessi dell’oligarchia e della finanza nordamericana. “Non fascista, ma ‘populista’, ma certamente non molto distante dal fascismo come tutti quei leader ai quali si applicherà il termine più asettico di ‘Nazionalpopulisti’”. E’ ucciso il 4 aprile 1948, quando con il governo conservatore in discredito il popolo lo reclama al potere: “La vendetta popolare è terribile: è l’insurrezione generale: il bogotazo[285]”.

9.2. Sviluppismo

“La difesa della sovranità nazionale contro le forme contemporanee di imperialismo costituisce il riferimento obbligato di ogni dinamica di resistenza. La dipendenza continua così a porsi come un orizzonte dal quale sarebbe possibile uscire solo costruendo una via di sviluppo ‘autonomo’. Paradossali affermazioni![286]”. Lo Stato latinoamericano cerca di riorganizzarsi in un momento di recessione economica, sfruttando la crisi statunitense per sviluppare l’industria interna sostituendo le importazioni, chiudendosi nel nazionalismo ed isolandosi dal mondo. “Per i ‘cepalini’, solo la difesa della cultura e dei valori della ‘nazione’ debole di fronte alle ‘nazioni’ forti e al capitale apolide e cosmopolita, sarebbe la risorsa capace di permettere lo sviluppo: si tratta qui della ripresa di forme ottocentesche del più duro nazionalismo europeo, di cui conosciamo gli esiti[287]”. Questo modus operandi presenta diversi limiti, in quanto trascende la relazione, peculiare del Continente, tra sottosviluppo e giustizia sociale, e si basa sul determinismo tecnologico, da cui sembrano dipanarsi una serie di step di sviluppo da percorrere inevitabilmente per progredire verso una situazione di maggior sviluppo. Celso Furtado[288] interpreta il sottosviluppo come una coabitazione di capitalismo ed arcaismo, a dire una struttura dualista, in cui lo sviluppo è sempre letto come ‘penetrazione’ in un terreno arcaico. “Il dualismo implicito ed esplicito della teoria sviluppista del sottosviluppo fondata sulla contemporaneità di settori arcaici e moderni non è assolutamente adeguato a descrivere questa specifica ibridazione. E’ inadeguato sul piano dell’analisi economica, ma anche e sopratutto sul piano dell’analisi storica. Infatti, questa impostazione lascia intendere che i problemi del sottosviluppo vengono dagli elementi arcaici e non dal tipo di ‘alleanza’, di traiettoria che lo svilupoo stesso (l’industrializzazione) ha effettivamente stabilito con essi[289]”. C’è poi da chiedersi se sia mai esistito in America Latina, in una condizione di sovranità limitata, uno Stato moderno, e quale tipo di processo (aperto o chiuso, lineare o meno) porti alla sovranità imperiale. Lo sviluppismo risponde, come visto, con la convinzione di raggiungere un più alto livello di sviluppo attraverso l’industrializzazione del Continente (per mezzo della sostituzione delle importazioni), preludio dell’avanzamento tecnologico, ed una sua conseguente e progressiva emancipazione dagli stati (o lobby) che ne imbrigliano la sovranità, in forza di un miglioramento delle ragioni di scambio. “L’importanza data ai termini dello scambio (ineguale) ha finito per nascondere o, comunque, per sottovalutare il ruolo delle dinamiche e degli ostacoli endogeni, sopratutto l’incapacità che ha caratterizzato i grandi paesi dell’America Latina (e le loro élite dirigenti, si pretendessero di destra o di sinistra) di mettere in piedi un patto keynesiano – fordista o tendenzialmente tale[290]”. L’attenzione sembra cioè incentrata unicamente (come visto nel capitolo 6.2) sugli scambi internazionali e sul ruolo che l’America Latina occupa sulla scena globale, senza soffermarsi sulle problematiche endogene, interne e peculiari. Lo sforzo sviluppista manca della capacità di analizzare la ‘grande trasformazione’ che coinvolge il processo di lavoro ed il rapporto capitale – classe operaia nella realtà del contesto storico latinoamerica degli anni Trenta. Nelle parole di Ruy Marini (scritte a inizio anni Settanta) rintracciamo ancora chiaramente proprio questa mancanza: “Tutto sta nel riuscire a mettere in piedi un’organizzazione della produzione che permetta il pieno uso dell’eccedente creato, cioè, che aumenti le capacità di occupazione e produzione dentro il sistema, elevando i livelli di salario e consumo. Siccome questo non è possibile nel quadro capitalista…[291]”. Allo stesso modo, leggendo le parole di Francisco de Oliveira sul finire dei Settanta, cogliamo un ritardo simile nell’analisi del fordismo: “…il ricorso al capitale straniero portò inesorabilmente a una strutturazione (industriale) controllata dal settore produttore di beni di consumo durevoli, cosa che, nelle condizioni di un’economia periferica, difficilmente eviterà di produrre una delle facce più negative dell’economia nazionale di oggi: la sua esagerata concentrazione del reddito e della ricchezza, visto che il settore che conduce il processo di industrializzazione si caratterizza non per le classi salariate, in generale, e per gli operai in particolare[292]”.

Dunque, lo sviluppismo ha evidenziato forti limiti, che, in accordo con Negri e Cocco, possiamo ridurre ad uno: “Il vero limite degli ‘sviluppisti’ (e di parte dei teorici della dipendenza) è la loro dimensione nazionalista, interclassista, comunque incapace di cogliere il ruolo della lotta di classe e dei movimenti proletari, e quindi, di dare una base sociale alle politiche economiche di sviluppo. L’innovazione è sempre e solo pensata come innovazione ‘tecnica’ (quindi irraggiungibile nell’ambito della dipendenza). Essa esclude l’analisi del valore, quindi dello sfruttamento e della sua natura, e la previa considerazione della dinamica lotte/sviluppo[293]”. Le lotte non sono il mezzo per approdare all’utopia socialista o alla teoria terzomondista, quanto piuttosto conseguenza del patto corporativo, neo-schiavista e tecnocratico del Continente, che a questo si misurano principalmente attraverso le migrazioni nazionali, continentali ed internazionali. E’ questo esodo che, lungi dal creare come conseguenza un’eccesso di forza lavoro e dunque una spinta verso il basso dei salari, invalida tanto lo sviluppismo quanto le sue critiche (socialismo e terzomondismo), “cioè tutti gli approcci che rimanevano prigionieri del concetto di eccedenza della mano d’opera, sia nella forma dell’Esercito Industriale di Riserva che in quella della massa marginale […] E’ evidente quanto questa tesi sull’eccedenza relativa di popolazione sia contraddittoria con l’approccio stesso dello sviluppismo: lo sviluppista, infatti, non puó non riconoscere, al tempo stesso, la necessità di non limitarsi all’aumento della produttività nel settore primario, ma di assorbire l’eccedenza relativa di popolazione attiva attraverso l’industrializzazione[294]”. Lo sviluppismo non è dunque riuscito nè a gestire la crescita, nè a coordinarsi con i movimenti sociali di emancipazione, nè a rendersi conto delle potenzialità positive di un mondo globalizzato. “Lo strangolamento economico dell’America Latina non può essere ricondotto semplicemente all’azione dell’imperialismo europeo e americano. In realtà il blocco sta nel fatto che le élite locali, spinte dalle ragioni stesse della loro legittimazione razziale e corporativa, hanno fatto tutto il possibile per smobilitare l[e] masse e affievolire la resistenza, meglio, hanno fatto tutto fuorché mobilitare politicamente e produttivamente le masse. Lo scambio ineguale non solo è la legge dell’imperialismo, è anche e sopratutto la legge dello sfruttamento all’interno dei singoli paesi sottosviluppati[295]”.


10. Il ‘Clark memorandum’

Nel secondo dopoguerra iniziano gli anni dell’incontrastata egemonia politica, economica e sociale degli Stati Uniti, quanto meno tra i paesi del primo mondo[296] e la porzioni di mondo non sviluppato da esso dipendente. Con gli accordi di Bretton Woods (luglio 1944) nascono le isitituzioni internzionali (Fondo Monetario Internzionale, Banco Mondiale e GATT) destinate a giocare un ruolo predominante nella scelta delle strategie economiche da adottare in un contesto mondiale che si va delineando sempre di piú interdipendente su scala globale. Verso la fine degli anni Venti, sotto la presidenza di Calvin Coolidge, gli Stati Uniti rivedono quanto stabilito dalla dottrina Monroe e corretto da Theodore Roosevelt. Con il Clark Memorandum, redatto il 17 dicembre 1928 dal sottosegretario di stato J. Reuben Clark, viene chiarito che gli Stati Uniti non hanno il diritto di intervenire militarmente contro le nazioni latinomericane. Con questo memorandum Washington non vuole ripudiare in toto la politica del big stick, quanto chiarire che gli interventi militari nordamericani in America Latina non sono promossi dalla Dottrina Monroe (che concerne solo le relazioni tra gli stati europei ed il Sud America), quanto dal dato oggettivo che colloca gli Stati Uniti tra le nazioni civilizzate: vi è dunque una netta distinzione che Washington vuole sottolineare tra la dottrina Monroe e la big stck diplomacy. L’opinione pubblica interna ed internazionale non vede di buon grado la costante ingerenza statunitense nelle questioni interne agli stati latinoamericani, e l’amministrazione Hoover (seguita alla presidenza Coolidge) rinuncia ad ogni intervento armato con l’adozione del memorandum, che elimina ufficialmente il corollario di Roosevelt dalla dottrina Monroe, in armonia con quanto sancito dal trattato contro la guerra di Kellogg. Non bisogna peró credere che grazie a questo trattato l’atteggiamento statunitense verso i ‘vicini di casa’ cambi: il memorandum va letto come una manifestazione del declino di una politica interventista, di cui ne è un sintomo, non una causa. Ed è con questo approccio che va interpretata la condotta non interventista delle amministrazioni Hoover e Roosevelt (Franklin Delano).

Gli Stati Uniti perseverano ad influenzare economicamente gli stati del Cono Sud, usando i propri ambasciatori come strumenti influenti. Il pericolo che un Brasile filo-fascista possa destabilizzare l’egemonia statunitense nell’eventualità di una vittoria tedesca in Europa, spinge la diplomazia statunitense ad invocare “un’immediata ‘contropressione’ del dipartimento di Stato, puntando sulla dipendenza economica del Brasile dagli Stati Uniti […] La manovra americana verrà condotta su due piani, legando il Brasile di più sul piano economico, mediante iniziative industriali (credito per la siderurgia) e commerciali (trattato del ’42), e sul piano politico fomentando una campagna di stampa contro l’Asse[297]”. A Vargas non basta smettere i panni fascisti e dichiarare guerra all’Asse: la sua caduta “si deve all’azione concomitante, anche se solo parzialmente sincronizzata, di due fattori: uno esterno, gli Stati Uniti, e uno interno, l’esercito[298]”. Ruolo importantissimo in questa dinamica è coperto da Adolf Berle Junior, ambasciatore a stelle e strisce presso Rio de Janeiro dal gennaio ‘45 fino al febbraio ’46, quando lo Estado nôvo sarà sfaldato. “Nella sua concezione l’ambasciata non si presenta come un osservatorio, un tramite passivo tra due governi ma come una lobby, una presenza attiva tenuta non solo ad identificare i problemi del paese ma ad offrire soluzioni[299]”.

10.1. Bretton Woods

Il sistema monetario progettato a Bretton Woods consiste nello stabilire tassi di cambio fisso tra le valute, tutte agganciate al dollaro, a sua volta legato all’oro: si parla di Gold Exchange Standard, dove il dollaro è l’unica moneta di riserva (essendo la sola valuta ad avere un cambio fisso con l’oro, pari a 35 dollari l’oncia), e sono dunque possibili n-1 cambi di valute. Per realizzare un sistema di regole, istituzioni e procedure tali da regolamentare il sistema monetario internazionale, con gli accordi nascono quelle istituzioni internazionali destinate a giocare un importante ruolo nell’economica mondiale per tutto il secondo dopoguerra. L’International Bank for Reconstruction and Development (World Bank), realizzata per promuovere la crescita del commercio mondiale, per finanziare la ricostruzione e lo sviluppo in Europa facilitando l’investimento di capitale a scopi produttivi, per promuovere l’investimento privato estero (fornendo garanzie o partecipando ai prestiti) ed integrare l’investimento privato (erogando, a condizioni più favorevoli di quelle di mercato, risorse finanziarie da destinare a scopi produttivi): la Banca Mondiale è un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite che orienta l’attività d’assistenza con propositi tesi verso lo sviluppo economico sulla base dei criteri di conditionality e partnership. Il sistema di voto è ponderato sulla base delle quote di capitale versate dai suoi membri-azionisti. L’International Monetary Fund (IMF) ha lo scopo di prestare denaro a paesi con la bilancia dei pagamenti in deficit o con altre difficoltà finanziarie, al fine di facilitare la stabilizzazione del tasso di cambio. Nell’articolo 1 dell’Accordo istitutivo, gli scopi sono così definiti: promuovere la cooperazione monetaria internazionale; facilitare l’espansione del commercio internazionale; promuovere la stabilità e l’ordine dei rapporti di cambio, evitando svalutazioni competitive; dare fiducia agli stati membri rendendo disponibili, con adeguate garanzie, le risorse del Fondo per affrontare difficoltà della bilancia dei pagamenti; abbreviare la durata e ridurre la misura degli squilibri delle bilance dei pagamenti degli stati membri. Le funzioni accordate al FMI sono dunque di vigilanza (sul sistema finanziario a mezzo monitoraggio delle politiche economiche e finanziarie) e di assistenza finanziaria e tecnica. Ai membri del FMI sono state assegnate delle quote in base al loro potere economico relativo (considerando come variabili il PIL ed i flussi di commercio estero), ed ogni paese è tenuto a depositare una sottoscrizione (25% in oro o dollari, 75% nella valuta del paese) commensurata alla quota assegnata: dall’ammontare della quota dipende direttamente il prestito che il fondo può accordare. Il sistema di voto è ponderato in base all’importanza economica del singolo paese membro[300]. Il General Agreement on Tariffs and Trade (GATT) è un accordo internazionale non firmato a Bretton Woods, pur nascendo come organizzazione permanente atta a regolare il commercio mondiale da affiancare ai figli ‘legittimi’ di Bretton Woods, per stabilire le basi di un sistema multilaterale di relazioni commerciali allo scopo di favorire la liberalizzazione del commercio mondiale.

“Dalla fine degli anni ’50, la recessione economica, l’instabilità monetaria, la restrizione totale del credito, la caduta del potere d’acquisto del mercato interno hanno contribuito enormemente a distruggere l’industria nazionale e a metterla in ginocchio davanti alle imprese imperialiste […] Con il pretesto di una fantomatica stabilizzazione monetaria, il Fondo Monetario Internazionale […] impone all’America Latina una politica che inasprisce gli squilibri invece di attenuarli[301]”. In America Latina l’inflazione deriva dalla sottoproduzione del sistema economico rispetto al consumo, e dunque da un problema strutturale che il FMI ha cercato di correggere comprimendo ancor di più le già ristrette capacità di consumo del mercato interno. Il Cile è stato il primo paese, nel ‘54, ad accettare un prestito (ed i conseguenti ‘consigli’) dal FMI, imitato subito da altri, considerato che lo stesso FMI, oltre a concedere prestiti, accorda anche a terzi il permesso di farlo. La penetrazione del Fondo in America Latina è facilitata dal “bombardamento preliminare” ed “i debiti, moltiplicati dalla svalutazione monetaria che costringe le imprese locali a pagare una sempre maggior quantità di moneta nazionale per far fronte agli impegni contratti in dollari, si trasformano così in una trappola mortale[302]”. Il sistema di voto rilega i paesi dell’America Latina ad un ruolo passivo nel momento decisorio all’interno del Fondo, dal momento in cui “tutti i paesi latinoamericani messi insieme non dispongono nemmeno della metà dei voti di cui dispongono invece gli Stati Uniti[303]”. L’OSA riporta che l’abbondanza delle risorse finanziarie delle filiali nordamericane “ha fatto sì che, in momenti di scarsa liquidità delle imprese nazionali, molte di esse passassero nelle mani di interessi stranieri […] Addirittura il 95,7% dei fondi necessari alle imprese nordamericane per il loro normale funzionamento e sviluppo nell’America Latina proviene da fonti latinoamericane sotto forma di crediti, prestiti e profitti reinvestiti[304]”. Il Cono Sud presenta dunque problemi legati ad una bassa disponibilità di risorse finanziarie, aggravata dalle politiche del FMI che, per rallentare l’inflazione, impone una restrizione del credito interno, logica che lascia ampio margine di manovra agli investitori esteri. “L’offensiva contro il risparmio interno dei paesi satelliti è legata al cronico deficit della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti, che li costringe a contenere gli investimenti all’estero, e al drammatico deteriorarsi del dollaro come moneta mondiale[305]”. Il proliferare di succursali di banche nordamericane è finalizzato a “sviare il risparmio latinoamericano verso le imprese nordamericane che operano nella regione, mentre le imprese nazionali vengono strangolate per mancanza di credito[306]”.

Gli aiuti sono un altro strumento usato tanto dal FMI quanto dalla BM, dal BID (Banco Interamericano de desarrollo) e dall’AID (United States Agency for International Development), per influenzare la politica e l’economia sudamericana: concedendo prestiti, gli istituti creditori (spesso statunitensi) si arrogano il diritto di influenzare le scelte di politica economica dei paesi debitori. Per la maggior parte dei prestiti concessi, il BID chiede l’obbligo, ad esempio, di utilizzare i fondi per acquistare merci statunitensi e di trasportarne almeno la metà su navi nordamericane. Gli aiuti dell’AID, invece, oltre ai due punti fissati dal BID, aggiungono anche l’obbligo di embargo nei confronti di Cuba o del Vietnam del Nord, e l’eliminazione delle imposte doganali per i prodotti importati attraverso i crediti; inoltre, un terzo dei crediti viene concesso immediatamente, e i restanti due terzi sono condizionati al visto del FMI ed alla coerenza verso i suoi ‘consigli’ di stabilizzazione. “Da quando, alla fine degli anni ’50, lo squilibrio della bilancia dei pagamenti statunitense cominciò a costituire una continua minaccia di crisi, i prestiti furono condizionati all’acquisto di beni industriali nordamericani, in genere più cari dei prodotti similari fabbricati in altre zone del mondo[307]”.

Dunque, nella seconda metà del secolo XX si formano sulla scena internazionale una serie di istituzioni nate dalle macerie del secondo conflitto mondiale e della Grande Depressione, con marcata egemonia di Washington. Banca Mondiale e Fondo Monetario hanno sede proprio a Washington, vicino alla Federal Reserve. Gli Stati Uniti occupano le leaderships decisionali ai vertici di detti istituti, attraverso i quali stringono ancor più in una morsa l’America Latina, forti del riconoscimento di legalità di cui essi godono. Accordando o negando prestiti, imponendo il rispetto di regolamenti internazionali del commercio, imbrigliando i debitori nella trappola del debito, gli USA si appropriano del credito interno di questi paesi, ne determinano le scelte politiche e ne modellano l’economia in base agli interessi delle lobby economiche nordamericane. Secondo questa logica, non è accordato un prestito al Perù di Belaúnde Terry “a meno che egli non offrisse le auspicate garanzie di seguire una politica indulgente nei confronti della International Petroleum Company[308]”. Al governo del Movimento Nazionalista Rivoluzionario di Vìctor Paz Estenssoro in Bolivia, vengono proibiti degli accordi con Unione Sovietica, Polonia e Cecoslovacchia in forza del debito che grava sul paese. Ambasciatori e clausole segrete spesso lavorano a favore di Washington: mi riferisco per quest’ultimo caso, alle restrizioni sulle esportazioni di riso accettate all’insaputa del parlamento uruguayano nel marzo ’58.

Infine, non bisogna dimenticare l’importanza occupata dall’interscambio di merci nella logica della divisione internazionale del lavoro. “Sui mercati internazionali esiste un virtuale monopolio della domanda di materie prime e dell’offerta di prodotti industriali; al contrario, coloro che offrono i prodotti di base, e sono a loro volta compratori di prodotti finiti, operano isolatamente[309]”. Il Continente è incentivato a specializzarsi, meglio, a perfezionare la specializzazione caratteristica, mentre il valore relativo di questi prodotti si riduce nel tempo: peggiorano cioé le ragioni di scambio. Come visto nel capitolo 8.1, va letto in quest’ottica il comportamento di politica doganale promosso dagli Stati Uniti, dal FMI, dalla BM e dal GATT nel secondo dopoguerra, avverso a qualsiasi tipo di tariffa o restrizione al libero commercio, indipendentemente dalle particolari situazioni economiche che ciascun paese vive, e nonostante gli stessi paesi sviluppati mantengano fino agli anni Settanta tariffe piuttosto elevate[310].  La Banca Mondiale ha giustificato la crescente richiesta rivolta ai paesi in via di sviluppo e sottosviluppati di ridurre le tariffe, rilevando che “[…]lthought industrial countries did benefit from higher natural protection before transport costs declined, the average tariff for twelve industrial countries[311] ranged from 11 to 32 per cent from 1820 to 1980 … In contrast, the average tariff on manifactures in developing countries is 34 per cent[312]”. Ma il problema non deve essere posto in questi termini: la differenza di produttività esistente tra  paesi ricchi e poveri al momento dell’industrializzazione di chi è oggi sviluppato è ben più ridotta di quella esistente oggi. “This means that developing countries need to impose much higher rates of tariffs than those used by today’s developed countries in earlier times, if they are to provide the same degree of actual protection to their industries as the ones accorded to the industries in today’s developed countries in the past[313]”. “’Given the productivity gap’ (in corsivo nel testo) […] it may even be argued that today’s developing countries look much less protectionist than today’s developed countries in earlier times[314]”. Promuovendo la creazione di zone di libero scambio in America Latina, gli Stati Uniti cercano di promuovere lo sviluppo delle imprese nordamericane: ne è esempio l’ALALC (Asociación Latinoamericana de Libre Comercio), la cui nascita[315] “eliminava i diritti di importazione per macchine elettroniche e loro componenti tra i quattro paesi [Argentina, Brasile, Cile e Uruguay], mentre aumentava gli oneri d’importazione delle stesse macchine provenienti da zone situate al di fuori dell’area”. In sostanza, la promozione di accordi simili servono a creare condizioni favorevoli agli investimenti stranieri e delle grandi società multinazionali, a danno dei paesi più poveri dell’associazione. Il delegato uruguagio dopo otto anni di ALALC nota come “le differenze nel livello di sviluppo economico (tra i diversi paesi) tendano ad acutizzarsi”, in quanto l’incremento del commercio in un’area con disuguaglianze regionali tende ad aggravarle; l’ambasciatore del Paraguay afferma che “i paesi deboli sovvenzionano assurdamente lo sviluppo dei paesi più avanzati della Zona di Libero Commercio, assorbendone gli alti costi attraverso gli sgravi fiscali”; il rappresentante dell’Ecuador evidenzia che “la realtà è quella di undici paesi giunti a un diverso grado di sviluppo, il che si traduce in maggiori o minori possibilità di trar profitto dall’area di libero commercio e porta a una polarizzazione dei vantaggi e degli svantaggi”; secondo l’ambasciatore colombiano “il programma di liberazione [del commercio] va a vantaggio, in una proporzione smisurata, dei tre grandi paesi[316]”. La conclusione di Sidney Dell, responsabile dell’UNCTAD è che “l’integrazione, come semplice meccanismo di riduzione delle barriere commerciali, manterrà enclave d’alto sviluppo nella generale depressione del continente[317]”.


11. I sicari dell’economia

Nel 1951 l’Iran si ribella ad una compagnia petrolifera britannica (la futura British Petroleum), la cui condotta è tipica delle multinazionali: sfrutta le risorse naturali del paese ed il suo popolo. Il premier iraniano democraticamente eletto, Mohammad Mossadeq, nazionalizza le riserve petrolifere iraniane, mettendo sotto scacco l’Inghilterra, che si rivolge agli Stati Uniti. Un intervento militare in Iran sarebbe però troppo pericoloso, considerato il rischio di scatenera una reazione sovietica in difesa di Mossadeq. “Invece di inviare i marine, Washington spedì l’agente della CIA Kermit Roosevelt (nipote di Theodore)” che crea tanto scompiglio da lasciar credere “che Mossadeq fosse incapace e impopolare[318]”. Lo scià Mohammad Reza, alleato degli Stati Uniti, prende il controllo del paese, ma ciò che a noi più interessa è che “era ormai chiaro che se gli Stati Uniti volevano realizzare il loro sogno di impero globale […] sarebbe stato necessario adottare strategie sul modello dell’azione iraniana di Roosevelt. Questo era il solo modo per sconfiggere i sovietici evitando la minaccia di una guerra nucleare […] ma era importante trovare un metodo che non coinvolgesse direttamente Washington […] Tra governi, multinazionali e organizzazioni internazionali [FMI, BM, GATT…] s’instaurò un rapporto simbiotico[319]”. Rapporto teso ad esaudire gli interessi della corporatocrazia, che lo stesso Perkins definisce come “una congrega compatta, formata da un manipolo di uomini con scopi comuni, i cui membri passavano spesso e volentieri dai consigli di amministrazione delle aziende agli incarichi di governo […] Robert McNamara [presidente della Ford, poi segretario della difesa sotto Kennedy e Johnson, poi presidente della BM] ne era un esempio perfetto[320]”. Il compito dei sicari consiste “nel convincere i governanti mondiali a entrare a far parte di una vasta rete che favorisce gli interessi commerciali degli Stati Uniti. Alla fine, questi leader restano intrappolati in una trama di debiti che […] garantisce la loro fedeltà. Possiamo fare affidamento su di loro in qualunque occasione, per soddisfare le nostre esigenze politiche, economiche o militari. E i governanti, a loro volta, rafforzano la propria posizione politica fornendo poli industriali, centrali elettriche e aereoporti alle loro popolazioni. Intanto, i proprietari delle società di progettazione e di costruzione americane si arricchiscono enormemente[321]”. Quindi, i sicari accordano enormi prestiti internazionali ai governi dei paesi non sviluppati, che li impiegano per finanziare grandi progetti di ingegneria e di edilizia realizzati da imprese nordamericane: il prestito torna negli Stati Uniti attraverso le imprese a cui spettano gli appalti. A questo punto i sicari devono cercare di creare forti difficoltà finanziarie ai paesi debitori, naturalmente solo dopo che questi hanno pagato le imprese appaltatrici statunitensi, al fine di mantenerli imbrigliati nella trappola del debito, per poter contare sul loro appoggio “nel caso necessitiamo [scrive Perkins a nome degli Stati Uniti] di qualche favore, quali installazioni di basi militari, voti alle Nazioni Unite o accesso al petrolio e ad altre risorse naturali[322]”. Per riuscire in quanto detto, i sicari devono ambire ad una crescita annua più elevata possibile del prodotto interno lordo di questi paesi, al fine di creare ricchezza per l’oligarchia di turno ed alti profitti per gli appaltatori del paese in questione, per assicurarsi lealtà politica. A questo proposito Nadipuram Prasad sviluppa il metodo Markov, metodo di elaborazione di modelli econometrici atto a prevedere l’impatto sulla crescita economica di un paese degli investimenti infrastrutturali promossi dagli Stati Uniti, secondo la logica sopra descritta: “Era esattamente ciò che volevamo: uno strumento che ‘provasse’ scientificamente che stavamo facendo un favore a quei paesi che aiutavamo a contrarre debiti che non sarebbero mai riusciti a pagare[323]”. Il metodo Markov evidenzia attraverso una complessa analisi econometrica, gli effetti sul PIL dei paesi ‘debitori’ dei progetti di ‘sviluppo’[324] promossi dai sicari dell’economia: il metodo mette in risalto la crescita del PIL, non considerando problematiche connesse all’indebitamento, alla perdita di autonomia economica e politica, all’assenza di coinvolgimento dell’industria locale e, più in generale, alle conseguenze di uno ‘sviluppo’ indotto dall’esterno più utile agli interessi di chi investe (o ha già investito) in quel paese, piuttosto che al paese stesso. “Era una ripetizione del sistema coloniale mercantile, istituito per facilitare lo sfruttamento, da parte di chi aveva il potere ma limitate risorse naturali, di quanti possedevano le risorse ma non il potere[325]”. Ciò che gli Stati Uniti cercano di ottenere militarmente in Vietnam ha l’equivalente finanziario nel lavoro dei sicari dell’economia, e alla luce dei limiti e delle difficoltà incontrate con la guerra in Vietnam si può affermare che gli economisti escogitano un modello più efficiente.

11.1. Panama: il Canale, Omar Torrijos e Manuel Noriega

Dalla dichiarazione d’indipendenza dalla Colombia fino al ’68, l’oligarchia panamense legata agli Stati Uniti ha richiesto l’intervento dei marines in diverse circostanze (una decina circa), per mantenere l’ordine costituito. Nel 1968 un colpo di stato rovescia il dittatore Arnulfo Arias, ed il generale Omar Torrijos Herrera diventa capo dello stato, creando problemi a Washington non in chiave sovietica: Torrijos rivendica la sovranità panamense sul Canale ed il diritto di Panama ad autogovernarsi. Washington reagisce come da programma: invia i sicari dell’economia per promuovere uno ‘sviluppo’ del paese (ad opera di imprese a stelle e strisce) ed ingabbiarlo nella trappola del debito. Torrijos riesce a contrattare con il portavoce non ufficiale di Washington John Perkins, a cui assicura massima collaborazione (concretamente, un elevato numero di contratti) in cambio della possibilità di utilizzare i prestiti a vantaggio (e non a danno) del popolo panamense. Pur facendo gli interessi dei partner nordamericani, l’accordo strappato da Torrijos non prepara la strada all’ ‘Impero’, offre molto lavoro alle imprese nordamericane ma non lega Panama al debito, mette in discussione l’autorità statunitense sul Canale ma non lascia il paese ad uso e consumo degli interessi corporativistici. Nel ’77 Torrijos riesce a negoziare con Carter un nuovo trattato che trasferisce la zona del Canale sotto il controllo panamense, trattato ratificato dal Congresso per un solo voto. Tornati però al potere i repubblicani con Ronald Reagan, vengono inviati a Panama gli ‘sciacalli dell’economia’: Torrijos muore in un incidente aereo il 31 luglio 1981 e al suo posto si insedia Manuel Noriega, precedentemente a capo della polizia segreta panamense (unità G-2 delle Forze di Difesa Panamensi) che rappresenta il collegamento nazionale con la CIA. “Tra le società nemiche di Torrijos c’erano le gigantesche multinazionali, molte della quali legate a doppio filo ai politici statunitensi e dedite allo sfruttamento della manodopera e delle risorse naturali dell’America Latina: petrolio, legname, stagno, rame, bauxite e terreni agricoli[326]”.

Noriega cerca inizialmente di svestire i panni di informatore segreto, e dunque di complice della CIA, sforzandosi di portare avanti i progetti di Torrijos, soprattutto legati alla costruzione di un nuovo canale in collaborazione con il Giappone. I buoni propostiti vengono presto abbandonati sotto le pressioni di William J. Casey, direttore della CIA,  che rende Noriega “il simbolo della corruzione e della decadenza[327]”. Leggendo le memorie del presidente panamense appaiono palesi le pressioni di Washington: “Per quanto fossimo determinati e fieri nel portare avanti l’eredità di Torrijos, gli Stati Uniti non volevano che ciò accadesse[328].” Il punto di rottura fra Noriega e l’amministrazione repubblicana nordamericana arriva al momento di ridiscutere la presenza su territorio panamense della School of the Americas, contro cui anche Torrijos ha mantenuto una posizione inamovibile. Si tratta di una “famigerata scuola militare dove hanno ricevuto il proprio addestramento un gran numero di ufficiali impiegati dalle dittature sudamericane[329]”. Scrive Noriega: “Volevano che negoziassimo o prolungassimo la permanenza della struttura affermando di averne ancora bisogno per via dei venti di guerra che soffiavano in America Centrale. Ma quella School of the Americas era per noi motivo d’imbarazzo. Non volevamo sul nostro suolo un campo di addestramento per squadroni della morte e militari repressi di destra[330]”.

Il 20 dicembre 1989 gli Stati Uniti attaccano con un’offensiva aerea Panama, e “la giustificazione addotta da Washington […] si fondava su un solo uomo[331]”. L’eccessiva durezza dell’attacco è probabilmente da interpretare come avviso rivolto a paesi che, come l’Iraq, non accettano di sottomettersi a Washington. “Soltanto una volta, nei loro duecentoventicinque anni di esistenza nazionale ufficiale, gli Stati Uniti hanno invaso un altro paese e trascinato il governante negli Stati Uniti per processarlo e incarcerarlo in seguito a violazioni delle leggi americane perpetrate sul suolo nativo, e dunque straniero[332]”. Noriega è processato a Miami come prigioniero di guerra, e condannato a quarant’anni di carcere.

11.2. Guatemala: Jacobo Árbenz Guzmán e l’operazione liberatrice

“Per quel paese [il Guatemala], la United Fruit era diventata ben presto una delle forze più potenti dell’America Centrale[333]”. Con la rivoluzione dell’ottobre 1944, il dittatore Jorge Úbico è spodestato, ed al suo posto si insedia una Giunta di Governo, formata dal colonnello Jacobo Árbenz Guzmán, Jorge Toriello ed il Colonnello Francisco Javier Arana. I decreti, strumento usato dal triumvirato per legiferare, vogliono una modernizzazione dello stato, e a questo proposito viene convocata un’Assemblea per lavorare ad una nuova costituzione. Nel dicembre ’44, dopo regolari elezioni, Juan José Arévalo si insedia alla presidenza della Repubblica, realizzando un ampio programma d’istruzione ed elaborando un nuovo Codice del Lavoro, che accorda maggiori tutele ai lavoratori, osando intaccare l’impero della United Fruit[334], fino ad allora esente da imposte e controlli[335]. Il 15 marzo 1951 Jacobo Árbenz, candidato riformista, viene eletto alla presidenza, continuando ed approfondendo il ciclo di riforme[336]. “Con capitale nazionale, senza elemosinare aiuto alle banche straniere, furono avviati numerosi piani di sviluppo che dovevano portare alla conquista dell’indipendenza[337]”. Il Guatemala presenta un’altissima concentrazione della proprietà della terra, gran parte in mano straniera e, soprattutto, con vastissime aree non coltivate (“La United Fruit coltivava solo l’8 per cento delle proprie terre che si estendevano tra i due oceani[338]”). Con il Decreto 900 del giugno 1952, si approva una vasta riforma agraria che si propone di ‘sviluppare l’economia capitalistica contadina e l’economia agraria in genere’, sferrando un duro attacco alla relazione latifondo – minifondo. Questo obiettivo sarebbe stato raggiunto espropriando le terre non lavorate dei grandi latifondisti, al fine di concederle in usufrutto ai contadini senza terra. A questo proposito vengono costituiti dei Comitati Agricoli Locali, luoghi di raccolta delle denuncie delle terre in stato ozioso, informazioni trasmesse poi ai Comitati Dipartimentali ed al Dipartimento Agrario Nazionale. La riforma risulta sgradita ai grandi proprietari terrieri (e alla chiesa cattolica), in particolare alla United Fruit. “La United Fruit aveva intrapreso una vasta campagna di pubbliche relazioni negli Stati Uniti, volta a convincere i cittadini e il Congresso americani che Árbenz era un satellite della Russia. Nel 1954, la CIA[339] organizzò un colpo di stato. Piloti americani bombardarono Città del Guatemala e il presidente Arbenz, democraticamente eletto, fu deposto e sostituito dal colonnello Carlos Castillo Armas, uno spietato dittatore di destra[340]”. Inutile aggiungere che il nuovo governo, in tutto e per tutto debitore degli Stati Uniti[341], annulla la riforma agraria, abolisce le tasse su interessi e dividendi pagati agli investitori stranieri, abroga il voto segreto ed agisce violentemente contro i dissidenti, iniziando un lungo periodo di violenze. Nel 1960 scoppia una guerra civile che vede contrapposto il gruppo di guerriglieri anti-governativi Unione Rivoluzionaria Nazionale Guatemalteca agli squadroni della morte finanziati dagli Stati Uniti. Nel 1961 l’ambasciatore americano in Honduras rivela ad una sottocommissione del Senato degli Stati Uniti che “l’operazione liberatrice del 1954 era stata condotta da un gruppo del quale, oltre a lui, facevano parte gli allora ambasciatori statunitensi in Guatemala, nel Costa Rica e nel Nicaragua[342]”.

Le violenze continuano in Guatemala per tutti gli anni Ottanta e Novanta: proprio nel 1990 avviene la strage di indigeni (maya) o comunque di civili ad opera dell’esercito nella nota località turistica di Santiago Atitlán, presso il lago Atitlán.

11.3. Ecuador: Jaime Roldós Aguilera, idrocarburi e diritti umani

Anche l’Ecuador è stato governato per gran parte del secolo XX da dittatori militari al servizio degli interessi stranieri. Il copione non cambia rispetto alle realtà analizzate in precedenza: l’Ecuador è una vera e propria repubblica delle banane, almeno fino all’insediamento nel 1979, a seguito di regolari elezioni, di Jaime Roldós Aguilera, primo presidente democraticamente eletto dell’Ecuador. Fino a quel momento i precedenti presidenti avevano contratto ingenti debiti con banche internazionali, confidando nei proventi del petrolio e permettendo l’ammodernamento del paese ad uso e consumo estero: poli industriali, dighe, sistemi di trasmissione e distribuzione dell’energia erano sorti in tutto l’Ecuador, avvantaggiando le multinazionali straniere che investivano nel paese e le imprese (sempre nordamericane) che si aggiudicavano appalti e manutenzione. Il 10 agosto ’79 Roldós vince il secondo turno elettorale e la sua inclinazione politica appare chiara fin dal discorso d’insediamento: “Dobbiamo intraprendere misure efficaci per difendere le risorse energetiche della nazione. Lo stato (deve) mantenere la diversificazione delle sue esportazioni e non perdere l’indipendenza economica […] Le nostre decisioni saranno ispirate esclusivamente dagli interessi nazionali e dalla difesa senza restrizioni dei nostri diritti alla sovranità[343]”. Come Árbenz e Torrijos, anche Roldós non imprime alla sua lotta un marchio filo comunista alla Castro o socialista alla Allende. Le sue rivendicazioni vertono sul diritto dell’Ecuador “di determinare il proprio destino[344]”, liberandolo da influenze straniere anche indirette[345] e indebolendo di conseguenza la corporatocrazia che si basa, oltre che sulle grandi corporation e sulle banche internazionali, anche sui governi collusi. Il programma di Roldós ruota attorno alla ‘Politica degli Idrocarburi’, che “si fondava sulla premessa che la maggiore risorsa potenziale dell’Ecuador fosse il petrolio e che tutti i futuri sfruttamenti di quella risorsa dovessero essere compiuti in modo da recare il massimo beneficio ad una percentuale più vasta possibile della popolazione[346]”. Inoltre, è importante la posizione in materia di diritti umani del leader ecuadoreño, che, in un momento storico in cui gran parte del Cono Sud è in mano a dittatori illegittimi, propone ai presidenti democraticamente eletti della regione andina (Venezuela, Colombia e Perù) una Carta di Condotta che equipara la difesa dei diritti umani al principio di non intervento negli affari politici esteri, ritenuto Principio Universale in materia di diritti umani. Roldós si impegna anche per i diritti dei lavoratori, riducendo a 40 le ore di lavoro settimanali e raddoppiando il salario minimo di sussistenza dei lavoratori (fissandolo a 4000 sucres, pari a 160 dollari al tasso di cambio del novembre ’79). La presidenza degli Stati Uniti, occupata da Carter, non sembra interessata a battersi per difendere gli interessi della Texaco, principale protagonista del gioco del petrolio. Ma la posizione di Washington cambia radicalmente (come accaduto a Panama) con l’insediamento di Reagan alla Casa Bianca nel novembre 1980: “Un presidente il cui massimo obiettivo era la pace nel mondo, e che si era dedicato a ridurre la dipendenza del suo paese dal petrolio, veniva sostituito da un uomo convinto che il posto spettante di diritto agli Stati Uniti fosse al vertice di una piramide mondiale tenuta in piedi con la forza militare e che il controllo di tutti i giacimenti petroliferi del pianeta fosse parte del nostro [statunitense] destino manifesto[347]”. Nei primi mesi del 1981 Roldós presenta al parlamento la legge sugli idrocarburi e denuncia apertamente il complotto esistente tra politica, petrolio e religione[348], in risposta alle accuse avanzategli da Washington che lo raffigurano come una minaccia comunista alla pari di Fidel Castro.

Dopo aver cacciato dall’Ecuador i missionari del SIL ed aver chiarito a tutte le multinazionali presenti sul territorio l’obbligo di impegnarsi con piani concreti ad aiutare la popolazione, pena l’espulsione, il 24 maggio 1981 Jaime Roldós Aguilera muore in un incidente aereo. Al suo posto si insedia alla presidenza Osvaldo Hurtado, che vanifica gli sforzi del suo predecessore.

Dalla fine degli anni Sessanta fino alla fine degli anni Novanta l’Ecuador sprofonda nella spirale del debito, passato da 240 milioni a 16 miliardi di dollari: quasi la metà del bilancio nazionale all’inizio del secolo XXI è destinato a saldare i debiti. Il livello ufficiale di povertà nei tre decenni considerati aumenta dal 50 al 70%, così come la disoccupazione (dal 15 al 70%). “La situazione in Ecuador dimostra chiaramente che non si tratta del risultato di un complotto, bensì di un processo verificatosi durante amministrazioni sia democratiche che repubblicane, un processo che ha coinvolto tutte le principali banche multinazionali, molte corporation e aiuti esteri da una moltitudine di paesi. Gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo di guida, ma non abbiamo agito da soli[349]”. Pur dovendo considerare le grandi imprese statunitensi come corporation non più solo a stelle e strisce, ma internazionali e globali (anche da un punto di vista legale), l’importanza degli Stati Uniti è e resta centrale, in quanto la forza della corporatocrazia parte dalla possibilità della zecca statunitense di stampare dollari che fungono da unità monetaria mondiale, senza una garanzia né in oro né in alcun’altra valuta[350]. Tutti i prestiti elargiti ai governi sono denominati in dollari: un aumento del tasso d’interesse negli states metterebbe in serio pericolo la possibilità dei governi debitori di restituire il prestito. “L’amministrazione Reagan trovò il modo di mettere insieme il potere del Tesoro U.S.A. e quello del FMI in modo da risolvere la difficoltà [di inadempienza degli stati debitori] con uno sconto del debito, ma richiese in cambio una serie di riforme neoliberiste […] Da allora il FMI e la BM divennero centri per la diffusione e l’imposizione del ‘fondamentalismo del libero mercato’ e dell’ortodossia neoliberista. In cambio di una rinegoziazione del debito si chiedeva ai paesi debitori di mettere in atto riforme istituzionali[351]”. Inizia l’epoca degli aggiustamenti strutturali.

Prestando ingenti somme di dollari e creando i presupposti per un’inadempienza dei governi debitori, gli Stati Uniti non corrono il rischio di esaurire i fondi: la forza del dollaro, dopo l’abbandono della convertibilità con il dollaro (agosto ’71), nasce da una generale fiducia internazionale accordata all’economia statunitense, ed il ruolo di governi alleati, multinazionali, banche internazionali e corporazioni diviene centrale e strettamente legato a Washington all’interno di un Impero globale sempre più consolidato per mezzo della globalizzazione e della privatizzazione. “La corporatocrazia era diventata una realtà che si andava affermando sempre più come l’unica influenza di rilievo sulle economie e le politiche mondiali[352]”, una nuova forma di imperialismo sfociata nella costruzione di un Impero[353] globale.


12. Nazional-sviluppismo

Appena prima della metà degli anni Sessanta, in America Latina esplode la prima risposta al fallimento dello Stato sviluppista. Soffocate le spinte rivoluzionarie e le timide aperture social-democratiche, emergono in superficie le repressioni militari, a partire dal Brasile nel ‘64 fino all’apogeo argentino del ’76. Brasile e Argentina percorrono vie differenti negli anni Settanta, ma tanto le condizioni (dittatura militare) quanto le premesse sono comuni: queste ultime nascono dalla natura della politica estera dei primi anni Sessanta, che mantiene l’idea sviluppista correggendola con aperture al capitale straniero in chiave anti imperialista. Jânio da Silva Quadros (presidente brasiliano dal 31 gennaio al 25 agosto ’61) e Arturo Ercole Frondizi (presidente argentino dal 1 maggio ’58 al 29 marzo ’62) coordinano una politica estera in stile ‘nasseriano’, cioè a dire uno sviluppismo aperto al canale sovietico, ufficializzato nel vertice di Uruguayana nell’aprile ’61. Quadros proviene dall’opposizione a Vargas, Frondizi di quella a Peròn, entrambi creano le premesse per le dittature militari, per le repressioni che non si organizzano in antitesi allo sviluppismo, ma anzi lo inglobano in un’ottica nazionalista. Lo sviluppo economico è inseguito dallo Stato sempre più interventista, indipendente in politica estera, garante dell’ordine interclassista fondato sull’alleanza tra industria statale (orchestrata dai militari) e imprese multinazionali, ricorrendo a forti repressioni. Il nazional-sviluppismo è definibile come la “confluenza finale del fascismo di sinistra latinoamericano nel nazionalpopulismo […] La sconfitta delle oligarchie non avviene per opera della sinistra classica di tipo marxista ma sulla spinta di movimenti a forte substrato nazionalista. Il ruolo decisivo nel trapasso dai regimi oligarchici verrà assunto più dai leader […] che dai partiti[354]”.

Il nazional-sviluppismo non è proprio solo di Argentina e Brasile, ma riguarda tutto il Continente, differenziando il percorso intrapreso dai paesi, fino a quel momento individuabile lungo una linea grosso modo condivisa. Messico e Brasile mantengono una politica di protezione dei mercati interni con forte intervento statale (promosso dai militari in collaborazione con le multinazionali), mentre Argentina, Uruguay e Cile aprono i loro mercati. Le repressioni, già individuate per Argentina (Jorge Rafael Videla nel ’76) e Brasile (Humberto de Alencar Castelo Branco ai danni di João Goulart nel ’64), colpiscono le lotte anche in Messico (la matanza de Tlatelolco del 2 ottobre ’68) ed in Cile (bombardamento aereo della Moneda dell’11 settembre ’73). Messico e Brasile vivono dunque una serie di circostanze che ne accomunano il percorso, caratterizzato da una repressione precoce rispetto al resto del Continente verso la fine degli anni Sessanta, da un contesto sociale particolarmente marcato da differenze razziali ed etniche, e da una paradossale stabilità nel corso degli anni Settanta. “Il rompicapo dell’innovazione è risolto sulla base di una doppia fuga in avanti: la ‘nazionalizzazione ideologica’ di un capitale che continua in effetti a essere multinazionale e l’indebitamento con l’estero[355]”: nazionalizzazione che non ha nulla a che vedere con quella dei suoi proprietari, ma è “legata all’emergenza di un capitale monopolista realmente capace di integrare il mercato nazionale[356]” che ha forte presenza di proprietà straniera. La crescita è definita da Negri e Cocco come “illusione ottica” che devia l’attenzione da una rinucia dello stato ad intervenire nei problemi sociali propri del Continente, condizione necessaria per permettere uno sviluppo autonomo e durevole. Nell’Argentina di Videla “tra il 1976 e il 1978 furono realizzati la maggior parte dei cambiamenti istituzionali senza i quali la crescita posteriore del debito non sarebbe stata possibile: riforma del sistema finanziario, liberalizzazione del mercato dei cambi e repressione dei sindacati e delle altre forme di espressione della società civile che avrebbero potuto opporsi all’implementazione di queste politiche[357]”.

Le premesse storiche dell’America Latina e la formazione di stati che si trascinano una stratificazione sociale di stampo coloniale e paternalista, ibridata poi con elementi tecnocrati, che a partire dagli anni Trenta conosce un autoritarismo populista che media paternalismo, modernismo e fascismo, non hanno creato le basi sociali per lo sviluppo di una cittadinanza sociale e dell’interazione tra le classi. Brasile e Messico registrano tra i primi anni Quaranta e l’inizio degli anni Ottanta forti tassi di crescita annui in termini di PIL[358], e lo stesso vale anche per l’Argentina, seppur con tempi ed esperienze diverse: la ricchezza viene creata, ma è scarsamente redistribuita. “L’iperinflazione è il prodotto di una distribuzione della ricchezza che non avviene: la distribuzione è svuotata nella sua dinamica interna dall’inflazione e aggravata dai pochi elementi di appropriazione sociale della ricchezza, che sono di tipo corporativo[359]”. Dunque, la debolezza dello stato nazional-sviluppista latinoamericano sfocia nella super e iperinflazione, provocando la crisi del debito estero degli anni Ottanta, risultato della rottura del ciclo di crescita economica, della crisi del fordismo e del fallimento dei tentativi di rilancio delle economie centrali, attraverso l’integrazione dei mercati dei paesi in via di sviluppo.

12.1. Neo-liberalismo

“Il neo-liberalismo si inserisce in questa breccia come segno dei limiti strutturali dello sviluppismo e come presa d’atto della necessità di una rottura[360]”. Dinamica dei tassi d’interesse, supervalutazione delle divise nazionali, flussi di capitale estero a breve termine ed alleanza con i settori del capitale più avanzati nel processo di ristrutturazione, si sostituiscono alla super o all’iperinflazione. Tassi d’interesse e tassi di cambio diventano strumenti per arginare la forte inflazione: “Con il Plano Real, il Brasile scambiò l’alta inflazione con un debito maggiore, mentre l’economia cresceva moderatamente[361]”. Dagli anni Settanta si assiste ad un aumento delle disuguaglianze in termini di redditi e di ricchezza, agevolate dalla privatizzazione delle imprese pubbliche, da un clima (appositamente creato) favorevole all’attività economica e dall’eccessiva attenzione prestata all’inflazione a discapito dell’occupazione (provocando l’impennata dei tassi d’interesse, come voluto da Paul Adolph Volcker[362]). Lo stato è a poco a poco allontanato dal mercato, i welfare state ridimensionati ed il neoliberismo si va affermando: per evidenziare la contraddizione insita nelle politiche adottate a partire dagli anni Ottanta, è bene sottolineare che non appena “i princìpi neoliberisti si scontrano con la necessità di ripristinare o sostenere le élites dominanti, vengono abbandonati oppure totalmente distorti da risultare irriconoscibili[363]”. Dunque, si percorre la strada del neoliberismo promossa dall’élite economica, ma, una volta ripristinata o creata la differenza fra classi, si nascondono dietro la facciata neoliberista pratiche che non si affidano al libero mercato, atte a preservare privilegi acquisiti dalla classe dominante. “Il rigore scientifico delle teorie economiche neoclassiche non si concilia con l’impegno politico a favore di ideali di libertà individuale, e la sfiducia dichiarata nei confronti del potere statale è difficilmente compatibile con la necessità di uno stato forte e, ove necessario, coercitivo, in grado di difendere il diritto alla proprietà privata, le libertà individuali e la libertà d’impresa[364]”.

Il nuovo modello neo-liberale difende i privilegi dell’oligarchia corporativo-tecnocratica e di quella coloniale-patriarcale, che sposano il neoliberalismo spinte dalla minaccia dei movimenti sociali: queste classi sociali aderiscono al nuovo modello senza troppo entusiasmo, perché “l’applicazione di queste politiche implica lo sgretolamento di parte degli interessi del blocco egemonico […] che aveva attraversato tutte le fasi di costruzione dello Stato nazione periferico e che aveva soprattutto nutrito il periodo più autoritario del nazional-sviluppismo[365]”. Il malcontento della classe oligarchica si forma sempre più distintamente nel corso degli anni Ottanta e Novanta, quando diventano più chiare le strategie neo-liberali, e cerca alla fine di questo periodo di rispolverare le vecchie dimensioni populiste, alleandosi con la classe corporativista (ancorata all’apparato statale).

Il neo-liberalismo rinnova la dimensione attraverso cui l’America Latina partecipa al mercato mondiale: “Si modificano i termini dell’inclusione e dell’esclusione produttiva, si spostano i confini degli spazi sociali entro i quali vengono definiti lavoro produttivo e lavoro improduttivo […] Le politiche liberali allargano straordinariamente le dimensioni del mercato del lavoro e ne ridefiniscono la qualità[366]”.

Diventa interessante interrogarsi sulle ripercussioni che questa nuova dimensione ha sul Continente e sulla sua condizione servile negli equilibri economici globali. Si potrebbe sostenere che il neoliberismo non ha fatto altro che accentuare la subordinazione dell’America Latina e i suoi elementi di esclusione, ma è anche vero il contrario: gli effetti sovversivi determinati dal neoliberismo sono ben più vivi nei paesi del terzo mondo rispetto ai paesi sviluppati. Nel primo mondo, la rigidità dei sistemi di welfare aiuta ad assorbire il distendersi della precarizzazione, le sacche di resistenza possono essere inglobate dal diffuso sistema industriale e la crisi del fordismo apre a nuove regolazioni, fluide, informali, flessibili: di contro “nel terzo mondo, in America Latina in particolare, il lavoro vivo balza in primo piano, mostra caratteristiche costituenti, è irriducibile alle difese e intrattenibile nelle trincee corporative […] E’ dunque il nuovo lavoro, il lavoro immateriale, quello che si pone qui al centro della scena: esso costituisce la cinghia di trasmissione fra le tendenze al capitalismo cognitivo e la costruzione di un nuovo spazio pubblico[367]”. Mettere in risalto l’importanza del lavoro immateriale porta con sé una parallela insistenza sulla ‘cittadinanza come condizione produttiva’: il neoliberalismo misura le forze produttive solo in termini di profitto, tralasciando (e in questo si scontra con la realtà) la “costruzione sociale ed economica delle precondizioni dello sviluppo, l’integrazione delle economie esterne, l’ecologia generale, sociale e democratica, della crescita[368]”.

12.2. Pacchetti di aggiustamento strutturale (SAPs)

La strategia della corporatocrazia nei confronti del ‘giardino di casa’ di Washington nel corso degli anni Settanta è, come visto, consistita per lo più nell’appoggiare o, dove si creano sacche di resistenza, nell’insediare nelle cariche politiche che contano persone fedeli agli interessi del capitale. Questi governanti dittatoriali o comunque non democraticamente eletti, adottavano politiche economiche che arricchivano le imprese (nordamericane) vincitrici delle gare d’appalto per lo sfruttamento delle ricchezze naturali, gli investitori stranieri e le multinazionali che operavano sul territorio, garantendo allo stesso tempo ingenti ricchezze per sé stessi e per chi s’impegnava a reprimere qualsiasi tentativo di rivolta. Tutto questo ha provocato il crollo delle economie locali, recessione, inflazione, disoccupazione ed un tasso di crescita negativo.

Negli anni Ottanta scoppia in America Latina la crisi del debito. Nelle scienze economiche un debito non rappresenta di per sè un problema: è al contrario sintomo di buon funzionamento dell’economia, in quanto ne implica un potenziale miglioramento. E’ un meccanismo per realizzare operazioni economiche che altrimenti non si potrebbero realizzare. Il debito può però diventare insostenibile a seguito di una forte contrazione dell’export o di un crollo del prezzo del bene leader delle esportazioni. E’ ciò che avviene nel 1982 in Messico: in conseguenza del secondo shock petrolifero, il governo dichiara default. Le conseguenze della crisi, non circoscritta al Messico, sono un aumento del tasso d’interesse dei prestiti in tutto il Continente ed un’inflazione galoppante. Per far fronte alla situazione, i neo-eletti governi si rivolgono ad istituzioni sovrannazionali, in primo luogo Banca Mondiale e Fondo Monetario, al fine di ricevere prestiti e suggerimenti per sanare l’economia. Sono gli anni dei Pacchetti di Aggiustamento Strutturale (SAPs): gli organi creditizi fissano dei punti circa le politiche economiche a cui ciascun paese debitore (o potenziale tale) deve attenersi, conditio sine qua non per accordare il prestito. Austerità, privatizzazione delle aziende pubbliche, liberalizzazione dei mercati, tagli ai servizi sociali ed ai sussidi rivolti all’industria interna sono alcuni esempi di SAPs, che continuano ad arricchire una ristretta élite in ciascun paese, garantendo ingenti proventi alle aziende estere ed un debito sempre più gravoso per le fragili e dilaniate economie latinoamericane[369]. L’introduzione di standard vincolanti per le banche centrali, obbligate ad adottare gli stessi livelli di prudenza dei paesi sviluppati, rende gli investimenti nei paesi in via di sviluppo più difficili. “The BIS (Bank for International Settlements) capital adequacy standard, first introduced by the BIS, the club of the key central banks, in 1988 requires that banks do not lend more than certain multiples of their capital[370]”. Il processo di privatizzazione riduce inoltre le possibilità di manovra dei governi: “Many banks and other state-owned financial firms have been privatized and there has been financial deregulation, reducing the government’s ability to influence the flows of investment[371]”.

La situazione si protrae senza cambiamenti radicali fino agli anni Novanta, con gli Stati Uniti unica potenza globale a seguito dell’implosione del blocco sovietico, che durante la guerra fredda si era mosso di frequente, seppur non con l’assiduità denunciata da Washington, come finanziatore delle sacche di resistenza al capitalismo, che si formavano qua e là per il Continente. I governi latinoamericani persistono in una situazione di forte indebitamento, aggravato dai continui interessi, da un ciclo economico negativo appesantito dai vincoli neo-liberali dei SAPs e da tassi d’inflazioni a due cifre. Le conseguenze di questo scenario non sono sentite dai governanti, il cui partito è di frequente al potere da diverse decine d’anni e la poltrona, nonché la protezione, assicurata dall’esterno: è il popolo nella sua eterogeneità a patire e subire le decisioni prese dall’alto, ed i tentativi di dissidenza sono messi a tacere nella violenza.

Verso la fine degli anni Novanta iniziano le eccezioni: nuovi partiti salgono al potere, i privilegi delle élites a poco a poco attaccati e, soprattutto, si espande per tutto il Continente uno sforzo da parte dei nuovi governanti di riconoscere i diritti delle minoranze (non solo in senso numerico, bensì anche in senso economico, culturale e sociale). Con questo non voglio affatto passare sotto silenzio i focolai di resistenza rimasti stoicamente accessi anche nei periodi più bui della recente storia latinoamericana. Anzi, è proprio grazie allo sforzo ed ai sacrifici patiti dalla moltitudine nel Novecento se a fine millennio nel Continente sembra spirare un vento di cambiamento.


13. Il socialismo del XXI secolo

Il crollo della dittatura di Pérez Jimenez il 23 gennaio 1958, sancisce l’entrata del Venezuela in una democrazia fittizia, controllata dai due partiti (Acción Democratica e Comité de Organización Política Electoral Independiente) che, di concerto con l’unico sindacato (il Confederación de los Trabajadores de Venezuela), la Chiesa e la classe imprenditoriale, hanno occupato le massime cariche statali, governando il paese con un regime oligarchico. L’accordo tra le parti, che prende il nome di ‘Punto Fijo[372], regge per più di quarant’anni, durante i quali il paese ascolta con esemplare rigore i dettami della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Nel 1989 scoppia una rivolta (il ‘Caracazo’[373]) contro il governo socialdemocratico di Carlos Andrés Perez, profondamente neoliberista. La miccia è accesa il 16 febbraio dall’annuncio di un programma austero che rispecchia le direttive del Fondo: si liberalizzano la parità valutaria ed i tassi d’interesse, mentre si procede con l’abrogare sovvenzioni e controlli dei prezzi per diversi servizi e prodotti pubblici: “inoltre vennero aboliti gli intralci agli scambi di merci, ammorbiditi i meccanismi di controllo per gli investimenti stranieri e fu introdotto un vasto programma di privatizzazioni[374]”. Dal 1988 il paese soffre un’inflazione galoppante[375] che causa un peggioramento delle condizioni di vita di una buona fetta della popolazione. Oltre agli ingenti debiti nei confronti delle istituzioni finanziarie internazionali, il Venezuela patisce il crollo del prezzo del petrolio e le conseguenze delle politiche neoliberiste: il tasso di crescita negli anni Ottanta e Novanta è il più basso di tutto il Continente, mentre la disoccupazione media urbana[376] è la più alta. Il 27 febbraio ’89 Caracas è teatro di rivolte popolari seguite ad un aumento del prezzo del trasporto pubblico, ed il giorno seguente il malcontento contagia altre città. L’insurrezione è repressa nel sangue, ma rende inevitabili le sorti dell’oligarchia: nel 1994 per la prima volta dal 1958 prende il potere un candidato non appartenente a nessuno dei due partiti tradizionali, Rafael Caldera[377]. Il programma è un’esplicita ribellione al neo-liberismo e sancisce l’urgenza di un’assemblea costituente. Trascorrono due anni e “con l’ ‘Agenda Venezuela’ nel 1996 Caldera effettuò un radicale cambio di rotta verso un corso strettamente neoliberista[378]”. Il comportamento di Caldera contribuisce a screditare tutti i membri dell’oligarchia tradizionale, accentuando il malcontento della base e favorendo i movimenti antagonisti.

Nel 1982 alcuni ufficiali tra cui Hugo Chávez hanno fondato il Movimiento bolivariano revolucionario 200 (Mbr-200), “una cellula clandestina all’interno dell’esercito[379]”. Nel corso degli anni Ottanta il Movimento si consolida come unione civico-militar, che nel corso degli anni, in particolare dopo il Caracazo, allarga le proprie fila fino ad ottenere un ampio respiro nazionale, con i ‘circoli bolivariani’ a livello locale che si rifanno alle province attraverso la ‘coordinazione bolivariana’, a sua volta protagonista a livello regionale. A capo del sistema vi è un coordinamento collettivo composto da cinque persone: due militari, un poliziotto, un civile ed una civile. I militari venezuelani frequentano l’accademia che dagli anni Settanta gode dello status universitario: è da questa realtà che provengono i membri dell’Mbr-200. Inoltre, i ranghi bassi dell’esercito sono composti quasi esclusivamente da soldati di estrazione povera. Queste due caratteristiche (peculiari del Venezuala) sono di fondamentale importanza per capire come sia stato possibile in Venezuela il formasi di una alleanza civico-militar, che in diverse circostanze salverà il progetto bolivariano dai tentativi destabilizzanti (quando non da veri e propri golpe) dell’opposizione.

Nel 1992 il movimento organizza in febbraio ed in novembre due tentativi di colpo di stato, entrambi repressi o abbandonati dagli stessi golpisti: importante è in questa fase il consolidamento dell’ “alleanza d’azione strategica tra l’esercito e la popolazione”, unione “impensabile nella maggior parte degli altri paesi latinoamericani […] vista come uno dei fondamenti del processo bolivariano[380]”. Inoltre, la figura di Chávez inizia a raccogliere i frammenti della sinistra e le voci dei movimenti sociali, identificandosi come portavoce comune per coloro che sperano in un cambiamento.

Dopo aver disertato per comune accordo[381] le elezioni regionali del 1995, l’Mbr-200 decide di partecipare alle elezioni presidenziali e legislative del 1998, presentandosi con la sigla Mvr, “essendo vietato in Venezuela presentarsi con il nome di Bolivar[382]”.

13.1. La Rivoluzione bolivariana

A seguito del fallito tentativo di golpe del febbraio ’92, il leader del Mbr-200 Hugo Chávez viene imprigionato dopo aver ammesso “tutte le responsabilità del golpe in un paese dove per decenni nessuno si era mai pubblicamente assunto nessuna responsabilità[383]”. Il comportamento onesto, leale e spavaldo rende il militare leader indiscusso della voce antagonista. Scarcerato in tempo per presentarsi alle elezioni del ’98, Chávez è eletto con il 56,2% dei voti, con l’impegno di varare una nuova Costituzione e di sottoporla a referendum popolare: nel ’99 il 71,78% dei votanti si pronuncia a favore della nuova carta costituzionale. In questo momento storico ha ricoperto un ruolo fondamentale l’appartenenza al Mvr delle organizzazioni sociali, “soggetto e luogo privilegiato per l’elaborazione di una nuova Costituzione[384]”, alla cui redazione hanno partecipato attivamente trasformandosi “da attori sociali in attori social-politici […] Il fondamento della nuova ‘Costituzione bolivariana’ – a dispetto della democrazia rappresentativa – è la ‘democrazia partecipativa e protagonista[385]”. Nel 2000 Chávez rimette in discussione la sua leadership indicendo nuove elezioni da svolgersi secondo quanto stabilito dalla legge elettorale presente nella Costituzione: il 59,76% degli elettori conferma la fiducia.

La Costituzionale bolivariana riconosce “speciali diritti per le donne, gli indigeni e l’ambiente” e “contiene molti elementi che si discostano (per non definirli addirittura contrari) dai parametri e dagli orientamenti neoliberisti[386]”, riassumibili lungo tre assi: educazione, salute e alimentazione. Non sono previsti programmi di austerità, in quanto l’impegno economico è rivolto a favore delle spese pubbliche: ricopre un ruolo determinante l’impiego sociale dei proventi del petrolio[387]; è respinta la privatizzazione, in particolare del settore petrolifero e dell’industria di base[388]; la stabilità monetaria non rientra nelle priorità di governo, ed i prezzi dei prodotti base sono regolati dallo Stato. “Le linee guida della politica economica e di sviluppo […] consistono nell’aumentare la produzione nel mercato interno, ponendo poi come priorità la cooperazione continentale e la collaborazione sud-sud rifiutando il trattato per il libero scambio ALCA[389]”. E’ sancito il divieto di ospitare basi militari straniere (art. 14), il dovere dello Stato di costruire e finanziare un sistema sanitario pubblico (artt. 84-85) ed un sistema di previdenza sociale che riconosca il lavoro casalingo come ‘produttore di plusvalore e ricchezza’ e lo assicuri socialmente (artt. 86 e 88); sono riconosciuti ampi diritti dei lavoratori (artt. 86-97), stabilita l’istruzione scolastica gratuita (art. 106), il divieto di monopoli economici privati (art. 116) e di concessioni illimitate nel tempo per lo sfruttamento delle risorse (art. 156), nonché il divieto di condizioni privilegiate per gli investitori stranieri (art. 301). Inoltre, l’articolo 307 sottolinea che i latifondi contraddicono l’interesse pubblico (art. 307). Lo Stato è garante dell’eguaglianza, vista come scopo della struttura sociale nel definire i diritti sociali e di cittadinanza. Vale la pena ricordare, a prescindere da orientamenti politici e da considerazioni sulla figura di Chávez, che il filosofo politico John Rawls nel suo “Il diritto dei popoli” tracciando le linee guida per una pace perpetua kantiana tra i popoli, si sofferma sulla fondamentale importanza per ciascun popolo che ambisca ad entrare nella cerchia delle società liberal-democratiche (cioè, giuste), di garantire a tutti i cittadini istruzione e sanità gratuite, un posto di lavoro pubblico in ultima istanza e l’eguaglianza sociale.

In questo contesto, l’opposizione sfrutta il canale mediatico per destabilizzare il governo, infastidita tanto dalla legge sulla riforma agraria (che mina i vasti latifondi) quanto dalla statalizzazione di settori strategici (petrolio in primis) e da accordi con l’Opec, che ne mettono in discussione i privilegi. “La grande maggioranza dei media è in mano di privati che, dopo il crollo del vecchio sistema partitico e l’ascesa di Chávez, hanno preso il posto dei partiti. Essi formulano programmi politici e organizzano le mobilitazioni popolari e il loro ruolo è stato fondamentale sia nel colpo di Stato del 2002 che durante lo ‘sciopero’ del 2002/2003[390]”, tanto da spingere il governo a dar vigore l’8 giugno 2005 alla Ley de Responsabilidad Civil en Radio y Televisión. Per quanto riguarda la televisione, il riferimento è a RCTV[391], Venevisión, Televen e Globovisión, tutte emittenti che fra l’altro evadevano il fisco. Se consideriamo la carta stampata il discorso non cambia: i quotidiani a tiratura nazionale sposano quasi all’unanimità la politica dell’opposizione (è questo il caso de ‘El Impulso’, ‘El Mundo’, ‘El Nacional’, ‘El Nuevo País’, ‘El Universal’ e ‘Tal Cual’). Il governo cerca di sferzare attacchi al monopolio mediatico sostenendo mezzi di comunicazione indipendenti di base (soprattutto trasmittenti radiofoniche locali), nuove riviste e pagine web: proprio dall’esigenza di “dare una voce ai latinoamericani, sommersi da immagini e pensieri trasmessi dai media commerciali[392]”, il 24 luglio 2004, in occasione dei 222 anni dalla nascita di Simón Bolivar, inizia le programmazioni TELESUR, canale televisivo satellitare promosso dal governo.

La voce dell’oligarchia aumenta di veemenza dopo il 13 novembre 2001, giorno in cui Chávez vara “un pacchetto di 49 decreti che inizia a convertire gli orientamenti fissati nella Costituzione e ad accelerare i cambiamenti strutturali necessari[393]”. In risposta, il 10 dicembre la CTV (confederazione dei sindacati) e la Fedecamaras indicono il primo sciopero nazionale, che si protrae fino all’ 11 aprile successivo, giorno di grandi disordini a Caracas: nelle vicinanze della sede del governo 19 persone, prontamente identificate dai media come militanti dell’opposizione, cadono vittime di armi da fuoco. “Lo Stato maggiore dell’esercito interpreta gli avvenimenti come una motivazione per non riconoscere più la presidenza di Chávez e minaccia di bombardare il palazzo presidenziale, nel caso in cui Chávez non si fosse arreso[394]”. Chávez non si dimette (anche se i media comunicheranno in tutto il paese la ‘rinuncia’ del leader), ma si lascia condurre dai cospiranti in luogo segreto. Pedro Carmona, presidente dell’associazione patronale, si insedia alla presidenza del governo autoproclamandosi presidente il 12 aprile “con la benedizione dell’arcivescovo di Caracas […] I vertici della chiesa cattolica erano sempre stati decisamente critici nei confronti di Chávez e per questo avevano appoggiato il colpo di stato[395]”. Da un’accurata indagine sviluppata dopo il golpe, Eva Golinger[396] rivela che il colpo di stato (denominato Operación Zamuro) è stato orchestrato (ancora una volta) dalla CIA, alleata alla classe oligarchica venezuelana e all’opposizione cubana (Canf)[397]: una buona fetta di elettorato fedele ai vecchi leader è stata incitata a scendere in piazza al fine di creare gravi disordini (con tanto di cecchini pronti a creare il panico) la cui responsabilità sarebbe caduta sul governo, reo di non essere in grado di gestire il paese. Successivamente verrà provato che i cecchini erano stati arruolati dall’opposizione e che i manifestanti uccisi provenivano dalle file dei chavistas. “La maggior parte degli stati del ‘modo occidentale’, solitamente sempre pronti a tramare guerre nel nome della democrazia, non condannarono il golpe contro il Presidente Chávez, eletto nel pieno diritto della Costituzione […] solo l’Organizzazione degli Stati americani (Oas) si dimostrò critica con il governo golpista[398]”. “Il ‘New York Times’ riferì di svariati incontri nei mesi precedenti [il golpe] tra funzionari d’alto livello del governo Bush e i leader del colpo di Stato[399]”. “Secondo il ‘Washington Post’, i golpisti sarebbero stati anche in contatto diretto con il Presidente Bush attraverso l’International republican institute che si occupa della linea politica estera del partito di governo[400]”. “Il ‘Wall Street Journal’ dichiarò immediatamente: […] ‘un grande guadagno per gli Usa e la stabilità dei mercati del petrolio[401]”.

Al fine degli esiti del colpo di stato, ha giocato un ruolo di vitale importanza l’unione tra società civile ed esercito: il popolo fedele a Chávez è sceso spontaneamente in piazza dirigendosi verso il palazzo presidenziale, le sedi della televisione, alcune caserme militari ed altri punti nevralgici del potere, noncuranti della violenta repressione e, soprattutto, delle affermazioni dei mass media che parlavano di dimissioni spontanee del governo e dell’insediamento di un nuovo presidente (Carmona) che avrebbe immediatamente riportato ordine nel paese. Dall’altra parte, i ranghi medi dell’esercito non hanno seguito lo Stato maggiore, in nome dell’alleanza civico-militar: i militari sono scesi in piazza per ristabilire il governo democraticamente eletto. Viene organizzato un contro golpe, ed in meno di quarantott’ore Chávez è reinsediato al suo posto.

L’opposizione esce da questa situazione ancor più indebolita, ma nel dicembre 2002 Fedecamaras e CTV indicono il quarto sciopero in meno di dodici mesi, con l’obiettivo di attaccare, questa volta economicamente, il governo a tal punto da costringere Chávez alle dimissioni. La protesta è recepita principalmente dalle alte dirigenze delle aziende, e si concentra sulla Pdvsa (Petróleos de Venezuela S.A.)[402], azienda leader del paese. “L’interruzione della produzione di petrolio venne attuata attraverso l’arma del sabotaggio. Centrale fu il ruolo dell’impresa Intesa (fondata dalla statunitense Saic e dalla Pdvsa), che controllava tutta l’informatica e i dispositivi di comando degli impianti della Pdvsa[403]”. Lo sciopero dura 64 giorni e aggrava ulteriormente la situazione economica del paese, ma rafforza ancor più l’allenza civico-militar: “I lavoratori [della Pdvsa] separarono gli impianti locali dalla direzione informatica centrale per rimetterli in funzione meccanicamente. La produzione di petrolio a questo punto era arrivata quasi a zero, ma grazie all’appoggio degli altri stati dell’Opec, il Venezuela riuscì a mantenere gli impegni internazionali di forniture di petrolio[404]”.

Falliti i tentativi di sciopero, l’opposizione gioca nell’agosto 2004 la carta referendaria: il 15 agosto quasi il 70% degli aventi diritto si reca alle urne per esprimersi circa la possibilità di revocare il mandato presidenziale a Chávez. Anche in questo frangente la vittoria del premier è schiacciante: il 59,25% degli elettori lo conferma alla presidenza. Pochi mesi dopo si svolgono le elezioni regionali, e le forze bolivariane ottengono la maggioranza in 20 dei 23 Stati federali e conquistano anche la poltrona di sindaco a Caracas, con il 60,3% dei voti in favore di Juan Barreto.

Nel dicembre 2005 si vota per eleggere l’assemblea nazionale, il parlamento latinoamericano ed il parlamento andino: certa di un’ennesima sconfitta, l’opposizione boicotta le elezioni, disertandole. Azzellini coglie una particolare somiglianza tra quanto avvenuto in Nicaragua nel 1984 ed il Venezuela del 2005, non escludendo il coinvolgimento statunitense[405] nella decisione. “Nel Nicaragua sandinista l’opposizione borghese […] aveva boicottato le elezioni per denunciare l’esistenza di un ‘sistema monopartitico dittatoriale’. Il governo Usa e il presidente Bush si affrettarono […] a esprimere la loro preoccupazione per lo stato in cui versava ‘la democrazia in Venezuela’[406]”. In seguito alla diserzione dei principali partiti dell’opposizione (AD, Copei, Proyecto Venezuela e Primero Justicia), anche i partiti minori dello schieramento opposto al Mvr non conquistano nemmeno un seggio[407], e la partecipazione elettorale limitata al 25,29%.

All’opposizione resta la carta della diffamazione: il governo è ripetutamente accusato di finanziare il narcotraffico, la guerrilla delle Farc nella vicina Colombia e di ospitare basi logistiche di organizzazioni terroristiche a matrice islamica, nonché di intrattenere strette relazioni con leaders scomodi al capitale, come Saddam Hussein o Muammar al-Gaddafi, per non parlare della collaborazione continuativa con Fidel Castro. Queste accuse, o quanto meno una parte, si basano su evidenze empiriche, ma non per questo tolgono credibilità al lavoro del governo, dal momento che “esistono buoni motivi per ritenere che l’opposizione venezuelana stia operando con l’appoggio della Colombia e degli Stati Uniti per istituire delle strutture paramilitari sul territorio venezuelano […] La strategia di queste azioni non punta a una vittoria militare, ma alla destabilizzazione del paese e in questo senso ricorda le attività dei Contra negli anni Ottanta contro il governo sandinista in Nicaragua[408]”. E’ da considerare con questa chiave di lettura l’assassinio del procuratore della repubblica per i crimini contro l’ambiente Danilo Anderson, vittima di un attentato contro la sua vettura la sera del 18 aprile 2004: Anderson aveva aperto un’inchiesta sulla polizia della capitale che aprì il fuoco sui manifestanti l’ 11 aprile 2002.

13.2. Sviluppo endogeno, cooperative e missioni

La Rivoluzione bolivariana si impegna nella ristrutturazione sociale ed economica adottando il modello dello ‘sviluppo endogeno’, ideato nel secondo dopoguerra dalla Cepal e successivamente sviluppato da Oswaldo Sunkel, a cui viene affiancata la prospettiva temporale insita nel termine ‘duraturo’. “Lo sviluppo endogeno incorpora la popolazione esclusa e sviluppa nuove forme d’organizzazione produttive e sociali, in maniera autogestita, il cui centro e sostanza sono gli uomini e le donne di tutte le età e di tutte le condizioni sociali che abitano questo paese[409]”. Posto di rilievo è occupato a questo proposito dalle cooperative, che rispecchiano l’intenzione del governo di creare un’importante settore economico sociale e solidaristico. Il finanziamento delle cooperative è agevolato da un programma di microcredito nell’ambito della ‘legge per il micro-finanziamento’, secondo la quale “l’accesso al credito a condizioni privilegiate avviene attraverso diverse banche (Banco de la Mujer, Banco de Desarrollo Económico y Social, Banco del Pueblo Soberano) e istituzioni statali per il finanziamento[410]”. Inoltre, lo sviluppo endogeno si pone come ulteriore obiettivo un’armonizzazione nello sviluppo del paese, che ancora nel secolo XXI presenta evidenti squilibri regionali, con le zone costiere centro della vita economica e le vaste distese dell’entroterra (ricche di risorse nturali) pressochè disabitate. Nel 2004 è stato istituito il Ministero per l’Economia popolare (affidato a Elías Jaua), creato appositamente per sostenere lo sviluppo endogeno, e referente per le realtà impegnate a realizzare il benessere sociale. “Il nostro obiettivo – spiega Elías Jaua – è affidare l’intera circolazione della produzione e della commercializzazione nelle mani di una o di diverse cooperative, allo scopo di evitare che i settori oligopolici o le grandi e medie imprese che possiedono un altro tipo di razionalizzazione, possano in qualsiasi momento interrompere la dinamica di questo processo. In prima istanza noi qui contiamo sullo Stato che rappresenta, al di là di ogni dubbio, il mercato predominante per beni alimentari, prodotti finiti e uniformi[411]”. Per promuovere la realizzazione di poli di sviluppo endogeno, le attività delle comunità organizzate devono formare dei centri dinamici di produzione (denominati Nudes) di varie dimensioni: l’obiettivo è sfruttare le risorse ed il potenziale proprio di ciascun Nude, in forza della decentralizzazione delle politiche locali, dell’attenzione concessa ai settori dinamici (piccola e media industria, agricoltura, industria mineraria, petrolio e derivati, turismo, infrastrutture e servizi) e degli impegni rivolti ad un miglioramento delle infrastrutture, dei servizi pubblici e delle vie d’acqua[412].

L’idea di sviluppo bolivariano ha in se anche una prospettiva temporale, raccolta dal concetto di sviluppo ‘duraturo’, riassumibile nel “processo di un giusto miglioramento della qualità della vita delle persone, attraverso il quale ha luogo uno sviluppo economico-sociale che si basa su misure appropriate per la salvaguardia dell’ambiente, allo scopo di soddisfare i bisogni della generazione attuale, senza mettere a rischio i bisogni della generazione futura[413]”. In quest’ottica sono incentivate pratiche di agricoltura sostenibile (biologica) promosse all’interno della Misión Vuelvan Caras, nonché la secca opposizione delle organizzazioni contadine interregionali a sementi OGM. La questione è recepita dal conflitto tra cooperative e latifondo, promuovendo: le prime, un tipo di agricoltura ecologica e sostenibile, libera da prodotti geneticamente manipolati e qualitativamente superiore; il secondo, un modello agro-alimentare che autorizza l’impiego di sementi OGM, prestando maggior attenzione ai costi di produzione rispetto alla qualità. La legge sulla biodiversità può essere invocata per limitare o proibire l’uso di OGM, ma tanto il Ministero dell’Ambiente quanto il Ministero per la Scienza e la tecnologia sembrano orientarsi in senso opposto. Il concetto di sviluppo ‘duraturo’ è chiamato in causa anche circa la questione dei combustibili fossili: il Mvr ha riportato sotto l’egida statale la Pdvsa e Chávez nel settembre 2005 ha annunciato che “il Venezuela non avrebbe rilasciato ulteriori concessioni minerarie e che tutte le concessioni sarebbero state riesaminate” al fine di “riconquistare la sovranità in questo settore per far fronte al saccheggio della natura compiuto dalle imprese private[414]”.

La Costituzione garantisce il diritto alla proprietà privata[415], ma in determinate circostanze riconosce anche il diritto di esproprio. Il fine è incrementare la produzione interna per liberarsi dalla dipendenza verso le importazioni ed incentivare le imprese straniere a non investire sul territorio unicamente in un’ottica di breve periodo (spesso priva di vantaggi sociali) mettendo a repentaglio la proprietà privata nei casi di impianti chiusi o dismessi. La possibilità dell’esproprio non è però da interpretare come avversa agli investimenti stranieri, alla proprietà privata o genericamente al capitale: per le “imprese che funzionano solo parzialmente, lo Stato offre un sostegno finanziario nel caso di difficoltà economiche. Chávez ha esortato gli imprenditori in crisi a presentare una richiesta alle autorità statali, affinchè queste possano valutare la possibilità di una riattivazione delle aziende in crisi[416]”. In cambio dell’accesso a crediti favorevoli, gli imprenditori devono impegnarsi ad introdurre modelli di cogestione con i lavoratori, al fine di permettere a questi ultimi la partecipazione all’amministrazione delle imprese, nei settori guida e nella divisione degli introiti. “Come stabilito dalla nuova Costituzione, la cogestione si basa sul modello della cittadinanza e sull’uguaglianza come scopo dell’ordine sociale (con lo Stato in funzione di garante). La democrazia ‘partecipativa e protagonista’ vuole fare dello Stato uno spazio partecipativo nel quale la popolazione, attraverso diversi strumenti, può contribuire a modellare la vita pubblica e controllare le istituzioni[417]”. Resta aperto a questo proposito il conflitto tra chi (imprenditori privati e dirigenti di imprese pubbliche) considera la cogestión uno strumento per evitare conflitti, creare posti di lavoro ed aumentare la produzione, e chi (l’UNT, Unione Nazionale dei Lavoratori, sindacato indipendente nato nell’aprile 2003 a seguito del collasso dei vecchi sindacati) la interpreta come tappa intermedia del cammino che porterà i lavoratori a controllare le imprese.

Il governo venezuelano ha introdotto nel corso degli anni, a mano a mano che i tentativi di destabilizzazione da parte dell’opposizione venivano respinti, diversi programmi sociali denominati ‘missioni’. Queste si appoggiano alle organizzazioni sociali e riguardano le tematiche più disparate: il punto di forza è da ricercarsi nell’efficienza, cioè nella velocità d’esecuzione. Gli iter tradizionali, che prevedono intrigati step burocratici non di rado complicati e spesso bloccati da funzionari dell’opposizione, sono superati dalle missioni, che si appoggiano direttamente alla società civile e per questo riscuotono un maggior consenso e partecipazione della popolazione.

La Misión Vuelvan Caras è iniziata nel marzo 2004, e si prefigge di formare tecnicamente 1,2 milioni di persone nelle regioni più povere del paese, al fine non solo di creare nuovi posti di lavoro, quanto di “introdurre una trasformazione del modello socio-economico”. In quest’ottica la missione “tocca gli aspetti della formazione professionale, dell’organizzazione e della formazione socio-politica. Le cooperative dovrebbero formare delle catene produttive che contribuiscano a creare lo sviluppo endogeno stimolando, quindi, il nuovo modello economico[418]”.

La Misión Piar è un programma del Ministero per l’Energia e l’industria mineraria, il cui scopo è lo sviluppo integrale ed endogeno delle comunità minerarie. Creata nell’ottobre 2003, la missione si prefigge di tutelare e migliorare la qualità della vita dei minatori e delle loro famiglie, spesso indigene. Anche in questo frangente le cooperative vengono adottate come strumento logistico, in quanto ottengono finanziamenti ed appoggio tecnico. Attenzione è data agli alloggi dei minatori, alla tutela dell’ambiente e al risanamento delle zone danneggiate, a nuove attività produttive ed a provvedimenti di carattere sociale: con la missione, i minatori artigianali godono per la prima volta di uno status legale.

Per quanto concerne la sanità, precedentemente individuata come una delle priorità del Mvr, la Misión Barrio Adentro si impegna a rielaborare il concetto di assistenza sanitaria (primaria), portando le strutture sanitarie ed integrali direttamente nelle regioni e nei quartieri emarginati. A questo proposito è stato essenziale formare, a partire dall’aprile 2003, una cooperazione con Cuba atta a formare i medici venezuelani (culturalmente non pronti ad assolvere questo compito) tramite collaborazioni con medici cubani impiegati sul territorio (si parla di 10.179 medici, quasi tutti cubani). La missione si basa sul concetto di salute integrale: “ciò significa che il sistema di assistenza sanitaria non si ferma alle cure mediche, ma contiene anche aspetti come l’economia sociale, la cultura, lo sport, l’ambiente, l’istruzione e l’educazione alimentare[419]”.

Nel 2005 ha preso il via la missione Barrio Adentro II, con l’obiettivo di “offrire un accesso gratuito a diversi esami di laboratorio, terapie di riabilitazione e un’assistenza medica intensiva[420]”, e, in agosto, la missione Barrio Adentro III, “una rete composta da 79 ospedali dotati di tecnologie ad altissimo livello e con una grande capacità di posti letto per le cure stazionarie[421]”.

I finanziamenti per queste missioni sono erogati dal governo, dal Ministero della Salute, dal Ministero per l’Edilizia abitativa, dalle regioni, dall’amministrazione locale e dall’impresa statale di petrolio Pdvsa.

Per quanto riguarda l’istruzione, il punto di partenza è il piano nazionale d’alfabetizzazione (Pan), avviato il 1 luglio 2003, con lo scopo di alfabetizzare un milione e mezzo di venezuelani d’età superiore ai 10 anni. La prima campagna all’interno del Pan è la Misión Robinson, che si ispira al metodo dell’educatrice cubana Leonela Relys: dal 28 ottobre 2005 il Venezuela, stando ai parametri dell’Unesco, è territorio libero dall’analfabetismo.

Sempre con riguardo all’istruzione, sono nate altre missioni: per concedere la possibilità agli adulti di recuperare con un biennio gli studi elementari (in Venezuela della durata di sei anni) è stata creata la Misión Robinson II; per recuperare il ciclo di studi medio-inferiore si è formata la Misión Ribas; la Misión Sucre riguarda gli studi universitari, e si propone di portare direttamente nei quartieri un nuovo tipo di Università, in forza della collaborazione con l’Università bolivariana del Venezuela (Ubv).

Questa missione ricopre notevole importanza con riguardo al consenso sociale: l’impegno bolivariano è principalmente rivolto alle classi più svantaggiate, e gli interessi del ceto medio, classe storicamente importante ai fini di uno sviluppo non solo economico della società, rischiano di essere tralasciati. Impegnandosi non solo a garantire, quanto anche a promuovere l’istruzione, il governo incentiva la formazione di un ceto medio intraprendente che non avrebbe ragioni (ragionevoli) di opporsi alle politiche bolivariane.

La Misión Hábitat è stata fondata nel settembre 2004, nello stesso periodo in cui si formava il Ministero per l’Abitazione e l’habitat, i cui obiettivi sono previsti dall’articolo 82 della Costituzione: “Ogni persona ha diritto a una casa adeguata, sicura, comoda, igienica, con servizi basilari essenziali. Essa deve costituire un ambiente che favorisca le relazioni familiari, di vicinato e comunitarie. Il soddisfacimento progressivo di questo diritto è obbligo condiviso dai cittadini e dalle cittadine e da parte dello Stato in tutti i suoi ambiti[422]”.

Per evitare blocchi alimentari simili a quello orchestrato dagli imprenditori tra il 2002 e il 2003, il governo ha creato uno smercio statale di alimenti. A questo proposito è stata creata la Misión Mercal (Mercado de Alimentos) con il compito di “distribuire alimenti e altri prodotti essenziali garantendo qualità, basso costo, un buon rifornimento e di conseguenza la sicurezza alimentare della popolazione e soprattutto degli strati sociali più poveri[423]”. La missione viene subordinata nel settembre 2004 al Ministero per l’Alimentazione (Minal) da poco istituito, responsabile anche del programma Proal[424] (Programma per gli alimenti strategici) “con l’intento di creare una catena alimentare che parta dalla coltivazione, per finire alla commercializzazione controllata dallo Stato e non sottoposta alla legge del profitto[425]”. Fino al 2002 il Venezuela dipendeva dall’estero per il 70% circa dei prodotti alimentari, a causa della concentrazione degli investimenti nel settore petrolifero, una sorta di mono-attività del paese che rifletteva problematiche simili alla mono-cultura. Lo sforzo della missione è rivolto anche in questa direzione: non è di secondaria importanza che all’interno della Misión Vuelvan Caras venga insegnata l’agricoltura biologica.

La Misión Identidad ha l’obiettivo di dotare venezuelani e stranieri del documeto d’identità, per permettere loro di percepire i diritti civili. Nell’ambito della stessa missione è posta attenzione alla legalizzazione degli stranieri senza permesso di soggiorno.

Per rafforzare l’unione civico-militar alla base del progetto bolivariano, è stata creata la Misión Miranda per gli ex militari riservisti disoccupati.

La Misión Guaicaipuro, creata nell’ottobre 2004, ha l’obiettivo di “coordinare, finanziare e consigliare le attività collegate con l’applicazione dei diritti originari e specifici della popolazione delle comunità indigene nel paese[426]”.

13.3. La riforma agraria

Allo stato attuale, il Venezuela è l’unico paese ad impegnarsi in una riforma agraria radicale. Gli articoli 306 e 307 della Costituzione regolamentano le pertinenze nel settore, individuando lo stato come responsabile dello sviluppo agrario sia per quanto concerne le politiche, sia per quel che riguarda infrastrutture, finanziamenti, formazione dei contadini e assistenza tecnica (art. 306). “L’articolo 307 definisce il latifondo come un’istituzione in contraddizione con l’interesse sociale[427]”. Come già accennato sopra, il Venezuela, pur disponendo di un vasto entroterra, importa ancora nel 2004 il 70% dei prodotti alimentari, ed il settore agricolo rappresenta solo il 6% del Pil, nonostante il paese sia storicamente dedito per lo più all’agricoltura. Iniziando ad esportare petrolio nel corso del Novecento, si scatenò la cosidetta ‘malattia olandese’, che rendeva conveniente importare alimenti piuttosto che acquistarli dai produttori nazionali. Con la caduta di Pérez Jimenez nel 1958 “nacque un modello di ‘economia di rendita’, i cui meccanismi di distribuzione funzionavano attraverso un sistema clientelare collegato ai partiti[428]”. Nel 1960 sotto la presidenza di Rómulo Betancourt di Acción Democratica, venne varata una riforma della proprietà terriera e fondato l’Istituto agrario nazionale (IAN), al fine di ‘permettere’ (sulla carta) una redistribuzione delle terre incolte in seguito alla pressione ideologica della rivoluzione cubana: nella pratica, la terra venne redistribuita unicamente fra chi già ne possedeva. La situazione ha mantenuto lo status quo fino ai primi anni del secolo XXI, momento in cui la questione agraria inizia ad essere affrontata seriamente dalla rivoluzione bolivariana. Il 9 novembre 2001 Chávez promulga la Ley de Tierras y Desarrollo Agrario (LTDA) per introdurre riforme di ampio respiro: viene fondato l’Istituto nazionale dei terreni (Inti) che sostituisce lo IAN, la società agraria CVA (Corporación venezolana agraria) e l’Instituto nacional de desarrollo Rural (INDER). “Secondo la legge, dopo aver lavorato l’appezzamento per almeno tre anni, i contadini ottengono un titolo di proprietà che è inalienabile, ma non autorizza alla vendita del terreno, che può essere lasciato in eredità. I latifondi possono essere espropriati se risultano incolti per l’80% della loro estensione[429]”. L’opposizione ha contestato aspramente la legge, e la federazione degli allevatori (Fedenaga) e la federazione agroindustriale (Fedeagro) si sono rivolti alla Corte Suprema per far abrogare la legge. Nel novembre 2002 la Corte ha respinto il ricorso, ma allo stesso tempo ha disposto l’annullamento di tre articoli: l’articolo 89 “accordava l’assegnazione di titoli terrieri a contadini che da anni coltivavano le terre occupate”; l’articolo 90 “ricusava un risarcimento del latifondo, nel caso in cui le terre fossero state reclamate con documenti falsi”; l’articolo 211 “proibiva di ipotecare la terra che apparteneva a una cooperativa, nel caso in cui fosse coltivata[430]”. Di fatto quindi, la Corte interrompe il processo di redistribuzione della terra. Per aggirare l’ostacolo, Chávez nomina il fratello maggior Adán alla direzione dell’Inti e rinvigorisce il processo redistributivo, ribattezzato Plan Zamora, che nel corso del 2003 inizia a funzionare[431]. Alla fine del 2004 è creato il Plan Especial Agrícola 2004-2006 “nell’ambito del quale vengono concessi crediti a condizioni favorevoli di gran lunga superiori rispetto agli anni passati”: il governo continua però a lavorare imbrigliato nella camicia di forza cucita dalla Corte Suprema nel 2002. Solo nel febbraio 2005 l’Inti presenta all’assemblea nazionale un progetto di riforma della legge agraria, approvato dal parlamento il 28 aprile. L’articolo 7 stabilisce una definizione più soft del latifondo, “inteso come ‘proprietà terriera la cui estensione è maggiore rispetto alla media regionale e la cui produttività è inferiore all’80%[432]”, spostando l’accento sulla produttività (concetto fra l’altro ambiguo) al fine di incrementare la produzione. I ritocchi all’articolo 14 abbassano il limite d’estensione delle proprietà con la terra migliore da 100 a 50 ettari, e con la terra di bassa qualità da 5000 a 3000 ettari. Il nuovo articolo 86 “si riferisce alla terra utilizzata dai latifondisti senza titolo di proprietà e stabilisce che non si ha diritto ad alcun risarcimento per le terre reclamate illegalmente o illegittimamente[433]”. Gli articoli 89 e 90, già abrogati dalla corte, sono stati rivisti e resi conformi alla Costituzione, creando così la base giuridica per gli espropri dei grandi latifondi. Le modifiche all’articolo 41 tutelano i contadini che per anni hanno coltivato produttivamente degli appezzamenti di terra, permettendo loro di acquisirne la proprietà, mentre gli articoli 17 e 18 proteggono da sgomberi i contadini che espropriano legalmente terreni incolti[434].

La lotta contro il latifondo inizia il 15 agosto 2004. In dicembre nove governatori bolivariani accolgono l’iniziativa di Chávez ed emanano decreti regionali contro i latifondi, denominati decretos zamoranos, senza prevedere concrete espropriazioni ma sancendo la registrazione dei terreni incolti e l’obbligo dei latifondisti di dimostrare la legalità della proprietà. Chávez rilancia la lotta il 10 gennaio 2005 facendo “notare che non ci si poteva fermare a una redistribuzione della terra: i provvedimenti sarebbero dovuti essere accompagnati da ‘progetti integrali, produttivi, scientifici e tecnologici, così come da uno stanziamento di fondi per macchinari, per la formazione professionale e per le abitazioni’[435]”. Resistenze all’interno del Ministero per l’Agricoltura intralciano però i lavori, e portano l’intera direzione dell’Inti a dimettersi in segno di protesta. Anche il Frente nacional campesino Ezequiel Zamora (Fncez)[436], divenuto l’organizzazione più combattiva del paese, ha avanzato accuse rivolte ad Arnoldo Márquez, Ministro dell’agricoltura, sostituito l’8 gennaio da Antonio Albarrán, ex direttore dell’Inti. Gli espropri continuano molto lentamente, ed anche Chávez modella le politiche governative in base alle circostanze, per portare avanti con convinzione la redistribuzione della terra cercando di incrinare il fronte dei latifondisti: prende il nome di ‘metodo Chaz’ la condotta delle trattative del governo con i grandi proprietari, basata sulla ricerca del dialogo e di compromessi diplomatici.

A questo orientamento governativo in materia, i latifondisti rispondono a tono, smettendo di ricorrere alle forze di sicurezza o all’esercito per sgomberare i campi occupati, ed affidandosi, laddove il ‘metodo Chaz’ non viene recepito (da una parte o dall’altra[437]), a killer professionisti retribuiti da loro stessi. “Mentre una volta i latifondisti si servivano del personale di guardia del luogo […] per proteggere i propri poderi e intimidire i contadini procedendo contro di loro, ora vengono utilizzati sempre più spesso dei veri e propri killer, in molti casi paramilitari colombiani […] La giustizia controllata dall’opposizione (soprattutto a livello locale) non si impegna a indagare sui delitti e a punire i colpevoli[438]”. A questa situazione, il Fncez ha reagito accettando al primo congresso nazionale la proposta di creare delle ‘unità di difesa popolare’ per contrastare gli ‘squadroni della morte’, inserendo una compagnia di contadini nell’esercito riservista.

13.4. Donne, afro-venezuelani ed indigeni

In ambito sociale, la rivoluzione bolivariana si propone di promuovere l’uguaglianza e le pari opportunità per le categorie storicamente deboli. Donne ed indigeni sono stati i gruppi sociali più attivamente coinvolti nel processo costituente, dimostrando notevole partecipazione e mobilitazione. Le proposte avanzate dalle donne sono state recepite solo in parte dalla Costituzione, ma si tratta comunque di una importante vittoria. E’ stata prestata grande attenzione circa il linguaggio usato nel redarre la Costituzione, che appare svuotato da connotati sessisti. Le donne sono riconosciute come soggetti storico-sociali; l’articolo 75 riconosce pienamente le diverse forme familiari e dichiara anticostituzionale il ricorso alla violenza domestica; l’articolo 21 sancisce l’uguaglianza di tutti davanti alla legge, e l’articolo 77 riconosce eguali diritti e doveri per ambo i sessi all’interno del matrimonio e del rapporto; l’articolo 88 assicura eguale trattamento sul posto di lavoro: “Lo Stato garantirà l’uguaglianza e la parità tra uomini e donne nell’esercizio del diritto al lavoro. Lo Stato riconoscerà il lavoro domestico come attività economica che crea valore aggiunto e produce ricchezza per il benessere sociale. Le casalinghe hanno diritto alla sicurezza sociale in conformità alla legge[439]”. Anche in questo frangente vi è un attacco al neoliberismo, che, se è vero che incentiva l’integrazione e la partecipazione della donna nel circuito di mercato, allo stesso tempo cela questioni legate alla riproduzione e all’accudimento dei neonati, oggi come in passato appartenenti alla responsabilità delle donne. “Il divario tra Costituzione, leggi e realtà sociale resta comunque grande, nonostante i progressi ed i diversi provvedimenti (riusciti o non riusciti). Il Venezuela continua ad essere una società patriarcale nella quale sopravvivono le discriminazioni e i soprusi contro le donne[440]”. Durante il processo bolivariano sono nati l’Istituto nazionale per le donne (Inamujer) e la Banca per lo sviluppo della donna (Banmujer). Inamujer[441] è un organo atto a definire, supervisionare e valutare politiche e questioni legate alle donne, oltre ad essere responsabile per la pianificazione, coordinazione e realizzazione delle politiche femminili in tutti i settori. Banmujer[442], prima banca al mondo per il microcredito a partecipazione statale, rientra nel sistema di microfinanziamento statale, che concede crediti alle donne a tassi d’interesse molto bassi (si parla di mezzo punto percentuale l’anno) senza pretendere garanzie e privilegiando donne povere, in prevalenza di origine afro-venezuelana o indigena.

Come le donne, anche i venezuelani di origine africana sono integrati nel processo bolivariano, pur mantenendo la propria autonomia e rivendicazioni ben precise: “l’integrazione di elementi afrovenezuelani all’interno dei testi scolastici e dei piani di studio; l’inclusione nel prossimo censimento; la messa in atto del piano Durban contro il razzismo che riguarda l’abolizione delle discriminazioni negli ambiti dell’educazione, della giustizia, dell’amministrazione pubblica ecc…[443]”. Il 2004 ha visto i festeggiamenti per il 150° anniversario dell’abolizione della schiavitù e la comunità afro-venezuelana ha sfuttato l’occasione per chiedere al governo ulteriore integrazione e la prevenzione nonchè l’abolizione di qualsiasi forma di razzismo e discriminazione.

Per quanto riguarda gli indigeni, “la nuova Costituzione viene riconosciuta, a livello internazionale, come la più progredita[444]” in materia di riconoscimento, integrazione, difesa e salvaguardia della cultura indigena. La Costituzione si prefigge nel preambolo l’obiettivo di “ ‘rifondare la repubblica’ come ‘società democratica, partecipativa e protagonista, multietnica e pluriculturale[445]”. L’articolo 9 riconosce come lingue ufficiali, oltre al castigliano, anche le lingue indigene. Gli articoli da 119 a 126 trattano i diritti delle popolazioni indigene, che vengono riconosciute come ancestralmente e tradizionalmente appartenenti alle terre che occupano. Spetta al governo la collaborazione con le comunità indigene, la demarcazione dei terreni di appartenenza, e la loro integrità culturale, sociale ed economica. Il sapere collettivo indigeno e le loro conoscenze tradizionali non possono essere patentate, ed è riconosciuto il diritto ad un sistema d’educazione bilingue. Agli indigeni viene inoltre riconosciuto il diritto alla partecipazione politica, e tre seggi in parlamento spettano loro di diritto.

Verso la fine del 2005 Chávez ha espulso dal territorio venezuelano la New Tribes Mission (NTM), una setta evangelica statunitense attiva sul territorio dagli anni Cinquanta, accusata di insediarsi nelle regioni abitate dagli indios per trasmettere loro valori e cultura nordamericana. Inoltre la setta è sospettata di collaborare con le imprese (private) minerarie, prelevando campioni di terreno dalle zone dell’entroterra per permettere l’analisi degli stessi.

L’8 dicembre 2005 è stata approvata la ‘legge per i popoli indigeni e le comunità’, suddivisa in 137 articoli, che recepisce svariati aspetti contenuti nella Costituzione e crea “i presupposti per uno sviluppo autonomo e autodeterminato delle comunità indigene[446]”.

Particolare attenzione è data allo sviluppo endogeno delle comunità indigene, in cui il sapere è rivalutato e protetto: il fondo per il microcredito venezuelano (Fondemi) partecipa alla Misión Guaicaipuro e progetta “la creazione di banche indigene per il microcredito e una banca sociale indigena[447]”.

13.5. La politica internazionale

Il Venezuela di Chávez ha un ampio respiro internazionalista. Forte delle estese riserve petrolifere, Chávez ha intrapreso una campagna per diffondere nel Cono Sud il socialismo del XXI secolo, tramite accordi commerciali, progetti economico – finanziari ed infrastrutture, il tutto in chiave anti imperialista. “La gestione dell’interdipendenza nello spazio-tempo della globalizzazione costituisce un terreno d’innovazione politica particolarmente fecondo in America Latina[448]”. In particolare, c’è stato un impegno a rivitalizzare l’Opec, a rifiutare il progetto statunitense dell’ALCA nonchè a condannare le guerre in Iraq e Afghanistan, a rafforzare le alleanze regionali e continentali, a diversificare i partner commerciali e ad insistere sulla cooperazione sud-sud. L’allargamento e la diversificazione dei partner commerciali si possono interpretare come una protezione di Caracas nei confronti di una possibile offensiva di Washington, essendo il Venezuela allo stato attuale il quinto fornitore di greggio degli Stati Uniti. Inoltre i rapporti diplomatici tra i due paesi sono quanto mai tesi, a causa del differente pensiero politico cui si rifà l’amministrazione repubblicana alla Casa Bianca ed il movimento bolivariano a Palacio Miraflores, a cui si aggiunge lo sforzo di Caracas teso ad emancipare il Continente dall’egemonia, economica e culturale, nordamericana.

“La politica estera venezuelana mira in sostanza a un’integrazione continentale per la formazione di un blocco continentale in un contesto geopolitico che dovrà estendere gli spazi di manovra per uno sviluppo autonomo e formare un contrappeso alle aspirazioni egemoniche degli Usa e della Ue. L’America latina e i Caraibi dovrebbero formare un nuovo polo in un mondo multipolare e a questo scopo il Venezuela ha rafforzato fin dall’inizio i rapporti con gli altri Stati dell’America latina e dei Caraibi[449]”. Il deciso rifiuto dell’ALCA è stato col tempo appoggiato dagli altri leaders del Continente, in particolare dai membri più forti del MERCOSUR[450], Argentina e Brasile. “Il MERCOSUR è un terreno fondamentale per predisporre una base politica autonoma, una teoria e una pratica dell’autonomia dei movimenti dell’America Latina. Ma questa linea è stata tracciata dall’alto[451]”. E’ per rispondere a questa esigenza che Chávez ha proposto l’Alternativa Bolivariana per l’America (ALBA), progetto che riprende l’idea di fondo (non solo nell’acronimo) dell’ALCA, riadattandola ad un’ideologia che recepisce la natura delle lotte, aspirando alla creazione di un blocco continentale libero da ingerenze esterne, che si rifaccia alle proposte della rivoluzione bolivariana creando un polo compatto sulla scena internazionale attraverso l’integrazione regionale e la creazione di una zona di libero commercio, emancipandosi dalle politiche del Washington Consensus in forza delle immense ricchezze di cui ancora dispone il Continente, in particolare il Venezuela. L’ALBA si appella ai valori di giustizia, uguaglianza e solidarietà, denunciando la doppia diseguaglianza che vive l’America, divisa tra nord e sud, e tra ricchi ed emarginati. “L’ALBA tende a uno sviluppo endogeno nel quale l’agricoltura si ponga come obiettivo di fondamentale importanza, quello di coprire il fabbisogno interno e che consideri solamente in un secondo momento la massimizzazione del profitto o l’esportazione dei prodotti. Inoltre l’ALBA rifiuta qualsiasi regolamentazione riguardo alla proprietà intellettuale[452]”.

L’innovazione, che fa parte poi della natura del pensiero bolivariano, è insita nella circostanza che i governi di Brasile (Luiz Inácio Lula da Silva), Argentina (Cristina Fernández Kirchner), Venezuela (Ugo Chávez), Bolivia (Evo Morales), Ecuador (Rafael Correa) e Cile (Michelle Bachelet) “non sono la rappresentazione di un progetto ‘nazionale’, ma l’espressione di un movimento molteplice[453]” di cui le lotte sono evento costituente e rispetto al quale, per dirla con Negri, Álvaro Uribe e non più Salvador Allende, rappresenta l’eccezione. Progetti infrastrutturali come il Gasoduto del Sur o finanziari come il Banco del Sur, uniti all’estinzione dei debiti contratti con le istituzioni internazionali, indicano delle basi materiali per un progetto di integrazione regionale, la cui “strategia [consiste nel] concentrare le risorse energetiche come quelle del petrolio, del gas e dell’elettricità nell’America Latina e nei Caraibi per sfruttarle per il proprio interesse, con l’obiettivo di pervenire a un’autonomia delle proprie risorse naturali invece che lasciare fare alle grandi imprese straniere[454]”.

13.6. L’acqua in Bolivia, l’Ecuador ed il Cile

Come Ecuador e Venezuela, anche la Bolivia entra nel secolo XXI sul piede di guerra con le corporation che ne stanno depredando le ricchezze nascoste. Ma il problema per i boliviani non riguarda il petrolio, bensì l’acqua. “A scatenare la sommossa in Bolivia furono, ancora una volta, la Banca Mondiale e l’FMI. Nel 1999 le due organizzazioni fecero pressioni sul governo boliviano perché vendesse la rete idrica pubblica della terza città del paese per grandezza, Cochabamba, a una consociata della Bechtel, nell’ambito di un nuovo ciclo di SAP[455]”. Inoltre, il governo boliviano si lascia convincere a far pagare agli utenti, senza distinzione di reddito, i costi della fornitura idrica, secondo la formula EPP (Every-Person-Pay), in controtendenza rispetto alla politica sviluppata fin dagli anni Trenta[456] che considerava la fornitura di certi beni essenziali (acqua, energia elettrica, fognature…) conditio sine qua non per la crescita economica, anche ricorrendo a sovvenzioni. E’ chiaro che a trarne vantaggio sarebbero le aziende, sovvenzionate dallo stato, a cui tutti i cittadini devono corrispondere i costi di fornitura: viene infatti annunciato che la Aguas del Tunari, società guidata da una consociata della Bechtel Corporation[457], si è aggiudicata, con una concessione di quarant’anni, il diritto esclusivo di acquistare il SEMAPA, il sistema idrico di Cochabamba. “Quasi immediatamente dopo la concessione della SEMAPA alla Bechtel, le tariffe dell’acqua salirono alle stelle[458]”: l’aumento supera in certe bollette il 300%. Nel gennaio 2000 iniziano le manifestazioni di malcontento della popolazione, la più povera di uno dei paesi più poveri del Cono Sud: i boicottaggi bloccano la città per quattro giorni consecutivi e la folla minaccia di assaltare gli uffici della SEMAPA. Il presidente boliviano Hugo Banzer asseconda la richiesta di protezione della Bechtel mobilitando l’esercito, ma le proteste aumetano d’intensità: “Temendo una rivoluzione vera e propria, alla fine il presidente Banzer proclamò la legge marziale. Poi, dopo aver incontrato, a quanto si disse, alcuni funzionari dell’ambasciata statunitense, annunciò che avrebbe rescisso il contratto con la Bechtel[459]” che cessa le operazioni alla SEMAPA nell’aprile 2000.

Un attivista proveniente dalla comunità indigena aymará nonchè ex cocalero, entrato nel Movimento al Socialismo (MAS), si è distinto durante le proteste di Cochabamba. Evo Morales si oppone ai dettami della corporatocrazia e delle istituzioni creditizie, al progetto statunitense ALCA ed al feroce processo di privatizzazioni “che avrebbero impedito alla Bolivia di proteggere i suoi agricoltori e le sue imprese[460]”. La popolarità che ha riscosso lo porta in parlamento. Le reazioni degli Stati Uniti si concentrano sul tentativo di screditare la sua immagine, etichettandolo come “agitatore trafficante di coca[461]” per via delle sue precedenti proteste contro il tentativo nordamericano di impedire la produzione di coca in Bolivia. Anche il quel frangente Morales si distingue, illustrando l’evidente differenza tra l’uso della foglia di coca, da sempre diffuso a fini terapeutici[462] nelle comunità indigene, e l’uso (perverso e contemporaneo) occidentale frutto di una serie di reazioni e trattamenti chimici. Nel 2002 Morales è comunque costretto a lasciare il seggio in parlamento per le accuse di terrorismo avanzate da più parti, non per ultimo dall’ambasciatore statunitense a La Paz Manuel Rocha. “I quechua e gli aymará accusarono la CIA di aver architettato il suo allontanametno, che pochi mesi dopo fu dichiarato incostituzionale[463]”. Evo Morales si candida con il MAS alle elezioni presidenziali del 2002, uscendone sconfitto di poco: vince Gonzalo Sánchez de Lozada, a cui Morales si rifiuta di dare il suo appoggio viste le divergenze tra i due programmi. Sánchez infatti cede subito alle pressioni del FMI e della Banca Mondiale, e nello stesso 2002 aumenta notevolmente le tasse: ne seguono scontri in piazza, resi ancor più violenti dal progetto di Sánchez di esportare il gas naturale boliviano a prezzi bassi negli Stati Uniti, anziché distribuirlo nel paese per promuovere la crescita endogena. Sánchez è costretto a lasciare il paese e viene sostituito da Carlos Mesa, altro collaboratore della corporatocrazia.

“Il partito MAS di Evo Morales e le organizzazioni indigene chiedevano diritti sulla terra, sovvenzioni ai poveri per il combustibile da cucina e la nazionalizzazione delle industrie del petrolio e del gas[464]”. Proprio mentre queste richieste allargano la base di consenso in Bolivia, il 20 aprile 2005 in Ecuador il parlamento vota la deposizione di Lucio Gutiérrez, accusato di fare gli interesse stranieri, sostituito temporaneamente dal vicepresidente Alfredo Palacio. Gli avvenimenti di Quito riflettono le stesse richieste degli strati sociali meno abbienti boliviani, e risentono il respiro della rivoluzione bolivariana in Venezuela: giocano cioè a vantaggio del MAS. “Due giorni dopo l’estromissione di Gutiérrez, il New York Times riferiva che Palacio e il suo ministro dell’Economia, Raphael Correa, avevano criticato i ‘legami con le istituzioni di credito internazionali’ dell’ex presidente e ‘definito immorale che un paese utilizzi il 40% del suo bilancio per pagare gli interessi sul proprio debito[465]”. Ma anche Palacio abbandona ben presto la fetta di elettorato che l’aveva acclamato, scendendo ad accordi con gli USA (normalizza il trattato di libero commercio) e riappacificandosi con Bogotá. Le proteste portano nel marzo 2006 lo stato d’emergenza in 11 province su 22. In vista delle elezioni presidenziali del 15 ottobre 2006, e di fronte ad una destra aguerrita da un lato e ad una sinistra corrotta dall’altro, Correa fonda Alianza Pais, un amalgama di diverse tendenze progressiste. Conquistato a fatica l’appoggio degli indios[466], Correa vince al secondo turno elettorale il 26 novembre, promettendo di rivedere i contratti tra governo e multinazionali del petrolio. “Non siamo né ‘chavisti’, né ‘bacheletisti’. Ma siamo parte attiva del socialismo del XXI secolo, che cerca la giustizia sociale, la sovranità nazionale, la difesa delle risorse naturali e una integrazione regionale basata su una logica di coordinamento, cooperazione, complemetarietà[467]”.

Nel dicembre 2005 Morales si presenta ancora alle elezioni, e la Casa Bianca risponde alla candidatura identificandola come un ostacolo alla collaborazione tra i due paesi, sottolineando l’impossibilità per Washington di continuare a destinare “centinaia di milioni di dollari di aiuti americani contro il narcotraffico e a sostegno dell’economia e dello sviluppo[468]”. “I boliviani e gli altri latinoamericani capivano che la Casa Bianca e i mass media allineati avrebbero fatto di tutto per denigrare Morales. Quella tattica poteva pure ingannare l’elettorato statunitense, ma […] minacce del genere sortivano l’effetto opposto in Bolivia[469]”. Morales vince con una schiacciante maggioranza le elezioni e diventa il primo presidente indigeno nella storia del paese. Il 2 maggio 2006 ordina all’esercito di occupare i giacimenti di petrolio e di gas e li pone sotto il controllo dello stato, concedendo 180 giorni alle imprese private che beneficiavano delle concessioni per rinegoziare i contratti con il governo, invertendo le quote dei profitti destinate alle imprese stesse (fissate all’80%) e al governo (20%). Il MAS ha vinto delle sfide importanti, complice la distrazione della Casa Bianca, concentrata sulla irrisolta questione mediorientale: ma da diverse fonti giungono segnali di un “ritorno al cortile di casa[470]” degli USA. Raúl Zibechi, membro del comitato di redazione del settimanale Brencha di Montevideo, riflette sul ruolo della Colombia, isola filo-statunitense in un Continente sempre più anti imperialista, sottolineando che il paese di Uribe è il quarto[471] beneficiario al mondo di aiuti militari da parte di Washington (dopo Israele, Egitto e Iraq) e che l’ambasciata statunitense a Bogotá è la seconda per estensione (dopo quella in Iraq). Zibechi ritiene che “Washington sta creando un esercito sudamericano unificato, agli ordini del Pentagono, che è una versione militare della proposta Free Trade Area of the Americas e ha il proprio quartiere generale in Colombia[472]”. Lo stesso Morales ha messo in guardia sul pericolo di un golpe in Bolivia, orchestrato dall’ambasciata americana col supporto di gruppi paramilitari colombiani: “Abbiamo una fotografia dell’ambasciatore degli Stati Uniti [Philip Goldberg] insieme a un paramilitare colombiano [John Jairo Venegas Reyes], scattata di recente qui in Bolivia […] Abbiamo informazioni su forze paramilitari armate e organizzate nel paese, di cui fanno parte elementi di destra e di delinquenza. Quando la destra non può mobilitare come faceva prima, passa al lato estremo: il paramilitarismo[473]”. La Corte Suprema di Giustizia colombiana continua ad indagare sulle relazioni tra  politici e gruppi paramilitari: a Bogotà il carcere per paramilitarismo, La Picota, ospita diversi deputati e senatori, tra cui il fratello della Ministra degli Esteri, María Consuelo Araújo[474]. Le preoccupazioni di La Paz crescono d’intensità a causa delle forti pressioni dell’opposizione che, analogamente al Venezuela seppur con strategie differenti, cercano di destabilizzare il paese, insistendo sulle autonomie provinciali: in Bolivia la vecchia oligarchia è geograficamente concentrata nelle regioni pù ricche (Santa Cruz, Tarija, Beni e Pando) che “aspirano a definire la politica delle terre, imporre tasse[475] e co-amministrare con lo stato nazionale le risorse naturali non rinnovabili, come il gas[476]”.

Nel gennaio 2006 Michelle Bachelet vince le elezioni in Cile, diventando la prima donna ad occupare la presidenza a Santiago. Figlia di un generale d’aviazione morto in prigione per essersi opposto alla dittatura Pinochet, la Bachelet ha proposto un programma incentrato sull’autodeterminazione, impegnandosi a promuovere l’integrazione delle donne nella società, iniziando dal suo governo, composto per metà da donne. “La rivoluzione latinomericana […] non era volta soltanto a espellere gli sfruttatori stranieri: era un movimento positivo verso una maggiore uguaglianza, per la libertà e le riforme sociali. E in massima parte era pacifica[477]”. Con un comune accordo, i leaders dei paesi interessati dal socialismo del secolo XXI stanno radicalizzando la loro opposizione alle istituzioni creditizie, Banca Mondiale e Fondo Monetario, nonché al governo statunitense, ribaltando le priorità dello stato (dalla protezione delle multinazionali all’impiego sociale dei proventi di gas e petrolio) ed impegnandosi vicendevolmente in progetti di integrazione regionale, ai fini di una reale crescita interna, non esclusivamente in termini economici, e di un riconoscimento della eterogeneità del tessuto sociale, con particolare attenzione alle componenti (indios, donne, neri…) più emarginate.


14. Conclusioni

“La dialettica tra una modernità imposta (il modello americano di sviluppo) e un’antimodernità (rivoluzionaria con radici etiche e politiche comuniste e indigene) si scioglie in una estrema varietà di lotte e proposte e in una ricchezza di immaginazione politica difficilmente racchiudibile in un quadro unitario[478]”. Nonostante tante differenze, vi sono anche importanti punti di convengenza, scaturiti dalla storia, remota e recente, che accomuna i paesi del Cono Sud. Adottando il linguaggio di Negri, possiamo dire che l’America Latina vive oggi una spinta anti-moderna (anti-imperialista) che la postmodernità può e sta facendo propria, traducendola in un programma riassumibile nel socialismo del secolo XXI. Questo vento di cambiamento nasce dal basso, e ripercorrendo la storia economica del Continente degli ultimi cinque secoli, abbiamo individuato un filo conduttore di eventi che crea una base storica, politica e sociale alla storia di questi anni. Le rivolte degli schiavi, il meticciaggio, i migranti europei che prendono il posto degli schiavi liberti e liberati lungo i filari del caffè, la sopravvivenza di comunità indigene e la resistenza di un ideale a decenni (per non dire secoli) di persecuzioni, costituiscono momenti positivi di costruzione di un “terreno di ricomposizione dal basso delle lotte e di una possibilità materiale di democrazia[479]”. Nonostante vi siano Stati geograficamente ben delineati con una storia ormai plurisecolare, alcuni dei quali occupano posizioni di rilievo negli scambi internazionali, è pur sempre vero che lo Stato latinoamericano nasce e continua ad essere uno stato debole, tanto all’interno quanto all’esterno. L’eterogeneità del tessuto sociale persiste in un retaggio coloniale che fatica ad essere superato, caratterizzando la debolezza interna dello stato latinoamericano. La debolezza economica si traduce in sottomissione politica al protagonista di turno della scena internazionale, sia essa la madrepatria, l’Inghilterra moderna, l’imperialismo nordamericano o la corporatocrazia contemporanea affiliata al Washington Consensus sotto l’egida di istituzioni ed imprese internazionali. “A partire dal 1998, sette paesi del Sud America, più di 300 dei 370 milioni di abitanti del continente, hanno votato per presidenti che si battevano contro lo sfruttamento straniero. Nonostante quanto proclamato dalla nostra [statunitense] stampa e dai nostri politici, quei voti non erano per il comunismo, l’anarchia o il terrorismo. Erano per l’autodeterminazione. Attraverso il processo elettorale democratico, i nostri vicini ci mandavano un messaggio forte: non chiedono il nostro altruismo; vogliono semplicemente che le nostre corporation smettano di sfruttare loro e le loro terre[480]”.

L’impostazione regionale delle politiche socialiste, faticosamente adottate da diversi stati nel corso del secolo XXI, assume dunque ancor più importanza, per non dire necessità, ai fini dell’emancipazione del Continente e della stabilità dei programmi economico-sociali. A questo proposito l’avvio di progetti ambiziosi come il Banco del Sur e l’ALBA, gli accordi energetici ed anche i tentativi di mediazione con cellule guerrigliere in paesi non (ancora) socialisti, rappresentano momenti essenziali per l’integrazione regionale. Il Banco del Sur è stato concepito nel febbraio 2007 dai presidenti Chávez e Kirchner, ed il 3 novembre ne è stata celebrata la nascita a Caracas dai sette paesi[481] coinvolti nel progetto. La Banca si propone di assumere “un ruolo centrale nella nuova architettura finanziaria della regione”, liberando i paesi firmatari dalle briglie del FMI e della BM, rilanciando l’integrazione del Cono Sud, riducendo le assimmetrie esistenti e contrastando “l’influenza politico-economico-finanziaria degli Stati Uniti […] La Banca del Sud dovrebbe finanziare progetti di infrastrutture regionali (come il tratto Bolivia-Argentina del grande gasdotto del sud capace di portare il gas venezuelano e boliviano all’intera regione) ma anche iniziative che tentino di riequilibrare gli investimenti fra paesi membri e ridurre la povertà, l’esclusione sociale e le enormi diseguaglianze[482]”. Inoltre, al contrario di quanto avviene nelle istituzioni (creditizie e non) internazionali, il principio su cui si basa il Banco è ‘un paese, un voto’, a prescindere dall’apporto economico iniziale di ciascun paese. Il progetto nasce in un momento storico importante ed economicamente favorevole, in cui Argentina, Brasile, Uruguay e Venezuela sono riusciti a regolare i conti con il Fondo Monetario, forti di un cambiamento congiunturale nella situazione economica, in cui “l’andamento delle materie prime e di alcuni prodotti agricoli è al rialzo, mentre gli interessi pagati per ottenere capitali in prestito sono ai minimi storici[483]”.

L’ALBA si è costituita ufficialmente il 14 dicembre 2004, dopo essere stata lanciata nel 2001 da Chávez e Castro in antitesi all’ALCA promossa dai nordamericani, ma solo a fine aprile 2007 ha avuto luogo il congresso ‘fondativo’ (il quinto in assoluto) a Barquisimeto, in Venezuela. Il progetto, “più di unione che di collaborazione economica[484]”, coinvolge anche la Comunità caraibica (Caricom) oltre ai paesi membri (Venezuela, Cuba, Bolivia, Nicaragua e Dominica) ed altri osservatori (Haiti) o affiliati (Ecuador). L’unione si propone “l’interscambio di pacchetti tecnologici, programmi congiunti di salute, cultura e l’eliminazione dell’analfabetismo […] finanziati dagli investimenti sociali dei proventi del petrolio[485]”, secondo la stessa logica delle misiones venezuelane.

Queste proposte mostrano con evidenza la presa di coscienza del movimento bolivariano della necessità di dare al processo rivoluzionario un respiro internazionale, per non strozzarlo sul nascere. Negri e Hardt individuano tre momenti in cui si può dire essere composto il contropotere (resistenza, insurrezione e potere costituente), ed il processo bolivariano sembra mostrarli contemporaneamente: “nella resistenza contro la pressione politica, economica, mediatica e in parte anche militare dell’ ‘impero’; nella resistenza dei movimenti di base contro un’istituzionalizzazione e burocratizzazione del processo che porti a una stagnazione o perfino a una regressione; nell’insurrezione dei movimenti di base, con le dimensioni di una lotta di classe contro l’oligarchia venezuelana che agisce a livello transnazionale; e infine nel potere costituente che prepara attraverso la partecipazione e l’autorganizzazione le basi per un nuovo modello societario[486]”. Quel che resta da inventare secondo i due teorici, è una nuova democrazia senza limiti né misura, una democrazia “di poteri ugualmente aperti alla cooperazione, alla comunicazione, alla creazione[487]”, direzione verso cui sembra orientato (seppur rimanendone ancora distante) il movimento bolivariano.

Una sfida resta però ancora aperta all’interno dello stesso socialialismo del secolo XXI, ed è una sfida il cui esito determinerà la natura stessa della spinta integrativa. A questo proposito, può essere utile un parallelo tra il ruolo ricoperto dalla Germania nel processo di unificazione europea ed il ruolo che può giocare il Venezuela nei prossimi anni, restando fermi alcuni traguardi che possiamo definire storici, in quanto già raggiunti, primo fra tutti il Banco del Sur. Dal 1957 al 1991 la Germania ha svolto un ruolo di leader nel processo che ha portato all’Unione Europea, iniziato come accordo di libero scambio, divenuto poi unione doganale ed infine rivestito di valenza politica con il Trattato di Maastricht. All’interno dell’Unione la Germania è paese net payer: negli equilibri contabili che coinvolgono gli stati membri prima in qualità di finanziatori e successivamente, dopo una redistribuzione pianificata dal centro politico dell’Unione, come destinatari dei finanziamenti europei, la Germania versa più di quanto riceve. Il bilancio europeo è utilizzato per finanziare la Politica Agricola Comune (PAC), il Fondo Sociale Europeo (FSE), ed i Fondi strutturali: tralasciando la PAC, possiamo concludere che la Germania si è e si sta sforzando per finanziare progetti sociali e strutturali atti a riequilibrare, integrare e sviluppare l’Unione e gli stati membri più poveri. A livello internazionale, il ruolo che la Germania ricopre in Europa è giocato dagli enti creditizi, in particolare dal Fondo Monetario Internazionale, che accorda prestiti ai governi dei paesi in via di sviluppo o poveri, suggerendo politiche di aggiustamento strutturale (SAPs), ma rinunciando ad un impiego sociale degli interessi che, al contrario, gravano sulle fragili economie dei paesi debitori.

Il Venezuela sembra ricoprire in America Latina un ruolo simile alla Germania dal punto di vista della leadership, in forza delle grandi ricchezze naturali di cui si è a fatica riappropriato e della paternità del movimento bolivariano. E’ determinante a questo punto capire il ruolo che vuole svolgere il Banco del Sur, e con lui il Venezuela (che ne è il maggior finanziatore), in un Continente sempre più coeso. Ai fini della diffusione e del radicamento del vento bolivariano, il Banco Sur deve seguire l’esempio tedesco, rinunciando ad una parte dei proventi del petrolio per impegnarsi in progetti non solo sociali, ma anche economico-finanziari con i suoi vicini. Gli aiuti concessi da Chávez a Kirchner a seguito delle difficoltà economiche in cui versava l’Argentina a seguito della débâcle del 2001 rappresentano importanti precedenti: “Anziché promettere enormi dividenti agli investitori, [Chávez] aiutò il presidente argentino Kirchner […] a ridurre il debito di oltre 10 miliardi di dollari che l’Argentina aveva contratto con l’FMI e vendette petrolio a prezzi scontati a quanti non potevano permettersi il prezzo corrente, comprese alcune comunità degli Stati Uniti[488]”. Anche durante la crisi energetica del 2004, “il Venezuela è intervenuto prontamente con forniture di greggio, operazione che prosegue nel 2006 […] Il Venezuela agisce anche nei mercati finanziari a favore dell’Argentina e nel 2005 ha acquistato titoli di Stato argentini per un valore di 1,6 milioni di dollari”, dinamica che ha permesso a Buenos Aires di “rimborsare 9,81 miliardi di dollari al Fondo monetario[489]”. La storia della Germania all’inizio della seconda metà del Novecento ha poco in comune con il Venezuela del secolo XXI, ma l’esempio tedesco rappresenta un interessante modello cui ispirarsi per dare concretamente al progetto bolivariano un respiro che vada oltre i confini nazionali e possa infine abbracciare e coinvolgere l’intero Continente.

“La categoria del ‘diverso’ non ha alcuna autonomia analitica rispetto al tema della giustizia per la semplice ragione che non solo le donne sono diverse dagli uomini, ma ogni donna e ogni uomo sono diversi, gli uni dagli altri. La diversità diventa rilevante quando sta alla base di una discriminazione ingiusta. Però, che la discriminazione sia ingiusta, non dipende dal fatto della diversità ma dal riconoscimento dell’insussistenza di buone ragioni per un trattamento diseguale […] Una delle conquiste più clamorose […] dei movimenti socialisti che si sono identificati […] con la sinistra […] è il riconoscimento dei diritti sociali accanto a quelli di libertà […] Se vi è un movimento caratterizzante delle dottrine e dei movimenti che si sono chiamati e sono stati riconosciuti universalmente come sinistra, questo è l’egualitarismo, inteso […] non come utopia di una società in cui tutti gli individui siano eguali in tutto, ma come tendenza a rendere più eguali i diseguali […] Basta spostare lo sguardo dalla questione sociale all’interno dei singoli stati, da cui nacque la sinistra nel secolo scorso, alla questione sociale internazionale, per rendersi conto che la sinistra non solo non ha compiuto il proprio cammino ma lo ha appena cominciato […] La spinta verso una sempre maggiore eguaglianza tra gli uomini è […] irresistibile. Ogni superamento di questa o quella discriminazione […] rappresenta una tappa, se pure non necessaria, ma soltanto, possibile nel processo di incivilimento. Mai come nella nostra epoca sono state messe in discussione le tre fonti principali di diseguaglianza, la classe, la razza e il sesso”.

Norberto Bobbio, Destra e Sinistra


Bibliografia di riferimento

Azzellini, D., Il Venezuela di Chávez. Una rivoluzione del XXI secolo?, DeriveApprodi, Roma 2006

Bobbio, N., Destra e sinistra, Donzelli editore, Roma 1994

Bobbio, N. et al., Dizionario di politica, UTET, Torino 2004

Bobbio, N, Liberalismo e democrazia, Franco Angeli Libri, Milano 1986

Boutang, Y. M., De l’esclavage au salariat, èconomie historique du salariat bridé, PUF, Parigi 1998

Bhagwati, J., Elogio della globalizzazione, Edizioni Laterza, Bari 2005

Calchi Novati, G. P., Africa: la storia ritrovata, Carocci editore, Roma 2005

Camerana, L. I., I caudillos, Corbaccio, Milano 1994

Chang, H.J., Kicking Away the Ladder – Development Strategy in Historical Perspective, Anthem Press, Londra 2002

Cortés, H., La conquista del Messico, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1999

Diamond, J., Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, Einaudi, Torino 2006

Fanon, F., I dannati della terra, Edizioni di Comunità, Milano 2000

Galeano, E., Le vene aperte dell’America Latina, Sperling & Kupfer Editori, Milano 1997

Golinger, E., Crociata USA contro il Venezuela. Decifrato il “codice Chávez”, Zambon Editore, Frankfurt 2006

Harvey, D., Breve storia del neoliberismo, Il saggiatore, Milano 2007

Kinzer, Overthrow: America’s Century of Regime Change from Hawaii to Iraq, Times Books, 2006

Krugman, P. R. & Obstfeld, M., Economia internazionale, volumi I e II, Hoepli, Milano 2003

Luxemburg, R., L’accumulazione del capitale, Einaudi, Torino 1960

Malcom X, The Ballot or the Bullet, in Malcom X Speaks, Pathfinder, New York 1989

Mammarella, G., Destini incrociati, Edizioni Laterza, Bari 2005

Márquez, G. G., Cien años de soledad, Random House Mondadori, Barcellona 2004

Marx, K., Il capitale, Newton Compton editori, Roma 2006

May, E., The Making of the Monroe Doctrine, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts 1975

Montani, G., L’economia politica e il mercato mondiale, Università Laterza, Bari 1996

Negri A. e Hardt M., Impero, RCS Libri, Milano 2001

Negri A. e Cocco G., GlobAL, Manifestolibri, Roma 2006

Novaro, M., La dittatura argentina (1976-1983), Carocci editore, Roma 2005

Perkins, J., Confessioni di un sicario dell’economia, Minimum fax, Roma 2005

Perkins, J., La storia segreta dell’impero americano, Minimum fax, Roma 2007

Polanyi, K., Il Dahomey e la tratta degli schiavi, Einaudi, Torino 1987

Rawls, J., Il diritto dei popoli, Edizioni di Comunità, Torino 2001

Rifkin, J., Ecocidio, Mondadori, Milano 2002

Roncaglia, A., Il mito della mano invisibile, Laterza, Bari 2005

Sartre, J. P., Black Orpheus, in ‘What Is Literature?’ and Other Essays, Harvard University

Press, Cambridge, Massachusetts 1988

Smith, A., La ricchezza delle nazioni, UTET, Torino 2006

Sraffa, P., Produzione di merci a mezzo di merci, Einaudi, Torino 1999

Stiglitz, J., La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino 2002

AA. VV., Calendario atlante De Agostini 2006, De Agostani, Novara 2006


Articoli e papers

Akyüz, Y., “The WTO negotiations on industrial tariffs: what is at stake for developing countries?”, TWN Trade & Development Series, n. 24, maggio 2005, Ginevra, http://www.twnside.org.sg/title2/t&d/tnd24.pdf

Chang, H.J., “Why Developing Countries Need Tariffs? How WTO NAMA Negotiations Could Deny Developing Countries’ Right to a Future”, South Centre, novembre 2005, Ginevra, http://www.uneca.org/ATPC/documents/WhyDevCountriesNeedTariffsNew.pdf

Landmeier, P., “Banana Republic: The United Fruit Company”, 1997, www.mayaparadise.com/ufc1e.htm

Lemoine, M., “Ecuador, una vittoria da consolidare”, Le Monde Diplomatique, gennaio 2007

Lemoine, M., “In nome del ‘destino manifesto’ degli Stati uniti”, Le Monde Diplomatique, n. 5, marzo 2005, http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Marzo-2005/pagina.php?cosa=0305lm12.01.html#4

Lunghini, G., “Capitale”, file:///Users/giorgiolunghini/Desktop/Giorgio%20Lunghini%20-%20Capitale.webarchive

Lunghini, G., “Sraffa e il contesto”, Accademia dei Lincei, Convegno Internazionale ‘Piero Sraffa’, febbraio 2003

Matteuzzi, M., “Chavex spegne Rctv, strage di telenovelas e di tg golpisti”, Il Manifesto, 29 maggio 2007

Matteuzzi, M., “L’America latina si fa la sua banca”, Il Manifesto, 10 ottobre 2007

Mazure, L., “La crudeltà disumana del conflitto colombiano”, Le Monde Diplomatique, maggio 2007

Perez Esquivel, A., “Usa, il ritorno al cortile di casa”, Il Manifesto, 21 dicembre 2007

Piccoli, G., “Colombia, onorevoli col mitra”, Il Manifesto, 17 febbraio 2007

Stefanoni, P., “Bolivia, Santa Cruz contro Evo per terra, tasse e gas”, Il Manifesto, 21 dicembre 2007

Toussaint, E., Millet, D., “Banca del Sud contro Banca Mondiale”, Le Monde Diplomatique, giugno 2007

Tricarico, A., “Fmi e Banca Mondiale, vent’anni di ricatti e disastri”, Il Manifesto, 10 ottobre 2007

Varlese, D., “Alba, prove tecniche di America unita”, Il Manifesto, 29 aprile 2007

Zanini, R., “ ‘C’è il pericolo di un golpe’ “, Il Manifesto, 30 ottobre 2007


Siti internet

ALbatros, www.rivistaalbatros.it

Alternative Information and Development Centre, www.aidc.org.za

ALBA, www.alternativabolivariana.org

Americas Program, americas.irc-online.org

Banca Mondiale, www.worldbank.org

Comisión Económica para América Latina y el Caribe (CEPAL), www.eclac.org

Economic Commission for Africa (UN), www.uneca.org

Il Manifesto, www.ilmanifesto.it

Latinoamerica-online, www.latinoamerica-online.it

La rivista del Manifesto www.larivistadelmanifesto.it

Le monde diplomatique, www.monde-diplomatique.it

Maya Paradise, www.mayaparadise.com

Peacelink, www.peacelink.it

Rebelion, www.rebelion.org

Selvas, www.selvas.org

Third World Network, www.twnside.org.sg

Wikipedia, www.wikipedia.org

Z Communications, www.zmag.org


[1] Eduardo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina, Sperling & Kupfer Editori, Milano 1997, pag. 16

[2] Galeano sottolinea l’ipocrisia che soggiace all’indole di evangelizzazione cattolica in riferimento alle comunità indigene. Riprendendo Daniel Vidart (“Ideologìa y realidad de America”, Montevideo 1968) Galeano riporta l’intimidazione dei capi militari spagnoli rivolta agli infedeli indigeni: “Se non lo fate [convertirsi alla fede cattolica] o porrete maliziosamente indugio, affermo che con l’aiuto di Dio io entrerò con forza contro di voi e vi farò guerra in tutti i luoghi e in tutti i modi a me possibili, e vi assoggetterò al giogo e all’obbedienza della Chiesa e di Sua Maestà, e prenderò le vostre mogli e i vostri figli e li farò schiavi, e come schiavi li venderò, e disporrò di loro come Sua Maestà comanderà, e prenderò i vostri beni e vi farò tutto il male e il danno che potrò…”

[3] Eduardo Galeano, po. cit., pag. 16

[4] ivi, p. 19

[5] Darcy Ribeiro, Le Americhe e la civiltà, vol. I: La civiltà occidentale e noi. I popoli testimoni, cit. in Galeano, op. cit., p. 45

[6] Edoardo Galeano, op. cit., p. 27

[7] ivi, p. 61

[8] Giampaolo Calchi Novati, Africa: la storia ritrovata, Carocci editore, Roma 2005, p. 99

[9] Adotto la stessa definizione di Calchi Novati per definire il sistema della tratta negriera: “Con questa espressione s’intende l’esportazione di africani dal continente, al fine di impiegarli come schiavi, alla volta delle isole atlantiche, delle Americhe e del mondo islamico, gestita fra i secoli XVI e XIX da sovrani, Stati, compagnie mercantili e singoli trafficanti europei, africani, nordafricani e mediorientali. In termini generali, la tratta e la schiavitù appartengono alla questione del luogo e delle modalità con cui viene impegnata la forza-lavoro in una determinata fase della storia dell’umanità”, op. cit., p. 103

[10] ibidem

[11] ivi, p. 104

[12] Eduardo Galeano, op. cit., p. 72

[13] “Nel suo secondo viaggio, Cristoforo Colombo portò dalle isole Canarie le prime radici di canna da zucchero e le piantò nelle terre dell’odierna Repubblica Dominicana: una volta seminate, germogliarono splendidamente con gran tripudio dell’Ammiraglio”, Fernando Ortiz, Contrapunteo cubano del tabaco y el azùcar, cit. in Eduardo Galeano, op. cit., p. 72

[14] ivi, p. 73

[15] ivi, p. 112

[16] Karl Marx, Il capitale, Newton Compton editori, Roma 2006, p. 540. Corsivo dell’autore.

[17] Ernest Mandel, Trattato di economia marxista, cit. in Eduardo Galeano, op. cit., p. 34

[18] Antonio Negri e Michael Hardt, Impero, RCS Libri, Milano 2001, p. 123

[19] ibidem

[20] “Il carattere cristiano dell’accumulazione originaria non veniva meno neanche nelle colonie propriamente dette. Questi austeri virtuosi del protestantesimo, i puritani della Nuova Inghilterra, stabilirono nel 1703 attraverso le decisioni della loro assembly una taglia di 40 L.St. per ogni cotenna d’indiano e per ogni pellirossa fatto prigioniero; nel 1720 posero una taglia di 100 L.St. per ogni cotenna, nel 1744, dopo che Massachusetts-Bay aveva dichiarato ribelle una certa tribù, misero le seguenti taglie: per una cotenna di marchio superiore ai 12 anni 100 L.St. di nuova valuta, per prigionieri maschi 105 L.St., per donne e bambini prigionieri 50 L.St., per cotenne di donne e bambini 50 L.St.!”, Karl Marx, op. cit., p. 541. Corsivo dell’autore

[21] Karl Marx, op. cit., p. 540. Corsivo dell’autore

[22] La definizione ‘società Monopolia’ è propria di Martin Lutero, che allude a società che godono della concessione da parte dello Stato del monopolio in un determinato settore, senza il quale non ci sarebbe la possibilità di entrare proficuamente in quel particolare settore. Vedi Marx, op. cit., p. 235

[23] Karl Marx, op. cit., p. 542

[24] Mirabeau, De la monarchie prussienne, vol. VI, p. 101, cit. in Marx, op. cit., p. 544

[25] Karl Marx, op. cit., p. 543

[26] ibidem

[27] ibidem

[28] ibidem

[29] ibidem. Corsivo dell’autore

[30] ibidem

[31] ivi, p. 541

[32] Eduardo Galeano, op. cit., p. 29. Galeano riporta anche un’affermazione di Colbert: “Quanto più uno stato commercia con gli spagnoli, tanto più argento possiede”.

[33] Tratto da un memoriale francese della fine del XVII secolo, Roland Mousnier, Il XVI e XVII secolo, vol. IV della Storia generale delle civiltà, a cura di Maurice Crouzet, cit. in Galeano, op. cit., p. 29

[34] Il trattato prevedeva l’ingresso del Portogallo nella coalizione antiborbonica nella Guerra di successione spagnola e privilegi per l’importazione in Portogallo dei tessuti inglesi e dei vini portoghesi in Inghilterra. Grazie a questo trattato, comunque, il Portogallo poté mantenere una posizione politica di rilievo che contribuì a mantenere l’integrità territoriale sua e del Brasile.

[35] Nei primi anni della seconda metà del secolo XVIII, Sebastião José de Carvalho e Melo, Marchese di Pombal, primo ministro portoghese, tentò di ripristinare una politica protezionista con misure che favorivano l’importazione delle materie prime e rincaravano i prezzi dei prodotti simili a quelli di fabbricazione portoghese. Come risultato, nacquero centinaia di piccole industrie nel paese, che producevano vari tipi di merci.

[36] Eduardo Galeano, op. cit., p. 64

[37] Ludovico Incisa di Camerana, I Caudillos, Corbaccio, Milano 1994, p. 39

[38] ivi, p. 40

[39] “E’ incoraggiato l’ozio, come sinonimo di uno stato sociale elevato. Ma il rifiuto dell’etica del lavoro contamina inevitabilmente anche i ceti meno privilegiati”, Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 41

[40] La Pace Hispanica (conosciuta anche come “Tregua dei Dodici Anni”) si riferisce al periodo di egemonia spagnola nel mondo (1609-1621), caratterizzato da una progressiva stasi nella politica aggressiva che lascia il posto ad una linea più improntata sulla pace: seguendo questa mutazione di rotta si firmarono la pace con la Francia (pace di Vervins, nel 1598), con l’Inghilterra (Trattato di Londra, 1604) e con l’irrequieta repubblica olandese. L’autentica Pace Hispanica si respirava nei domini imperiali, dove la stabilità politica, un’organizzazione amministrativa efficiente ed una cultura propugnata attraverso le università dell’impero, definivano la costituzione non solo politica, bensì culturale, di una società caratterizzata dalla novella picaresca (genere letterario narrativo in prosa di carattere pseudoautobiografico, peculiare della letteratura spagnola) che esportava la sua forma d’essere ai territori coloniali, influendo in ultima istanza in chiave di preponderanza politica.

[41] Il riferimento è ai pellegrini della Mayflower, che “trapiantano in [Nord] America una società nuova, egualitaria e fortemente motivata sia politicamente sia moralmente. I funzionari spagnoli e portoghesi trapiantano nelle colonie la stessa struttura già inerte e tarlata della madrepatria”, Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 38

[42] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 42-43

[43] La prima rivolta di schiavi in assoluto verificatasi in America, avvenne nel 1522: furono gli schiavi di Diego Colombo, figlio del navigatore Cristoforo, a ribellarsi, finendo impiccati lungo i sentieri dello zuccherificio.

[44] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 36

[45] Le interpretazioni circa El Dorado non sono univoche. Incisa di Camerana (op. cit., p. 35) si riferisce ad una “mitica città dell’oro nascosta nelle foreste dell’interno” [la selva amazzonica]. Eduardo Galeano (op. cit., p. 18) parla di El Dorado alludendo ad un “monarca d’oro che gli indigeni avevano inventato per allontanare gli intrusi”, collocato nella selva tra le acque dell’Orinoco e del Rio delle Amazzoni.

[46] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 37

[47] Salvador de Madariaga, Bolìvar, Hermes, Messico 1961, vol. I, p. 50-51, cit. in Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 37

[48] Giovanni (Juán) B. Terán, La nascita dell’America spagnola, Laterza, Bari 1931, p. 87-88, cit. in Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 38

[49] La leggenda vuole che Túpac Amaru II (pseudonimo di José Gabriel Condorcanqui) discenda direttamente dagli ultimi abitanti dell’Impero Inca che, a causa della colonizzazione spagnola, migrarono a Vilcabamba (attualmente nella provincia di Paruro, dipartimento di Cuzco). Túpac Amaru II affermava di discendere da Túpac Amaru I, l’ultimo Inca di Vilcabamba, giustiziato nel 1572 nella Plaza de Armas a Cuzco per ordine del vicerè Francisco de Toledo.

[50] La mita (in quechua, mit’a, “turno di lavoro”) era un sistema di lavoro proprio della regione andina, consistente nella selezione di persone (normalmente campesinos) di una comunità (ayllu) per impiegarle in un lavoro a favore dello stato o del governante (o vicerè) nei possedimenti coloniali. Nell’impero spagnolo, la mita fu usata per arruolare forza lavoro da impiegare nelle miniere, in particolare a Potosì.

[51] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 47

[52] Con il termine creolo, in spagnolo criollo (forma arcaica creollo, dal latino criare), si indicano i nativi in territorio coloniale da padre spagnolo o di origine spagnola. Si classificano come creoli anche gli individui nati da creoli. Il 18 febbraio 1819, il giorno dopo essersi visto respingere le dimissioni dalla carica di presidente della Repubblica dall’assemblea, Simón Bolívar pronuncia un discorso in cui delinea i tratti creoli: “Non siamo né americani né indiani, né europei, ma una stirpe intermedia tra i legittimi proprietari del paese e gli usurpatori spagnoli. Insomma, pur essendo americani di nascita, e con gli stessi diritti degli europei, dobbiamo rivendicare il titolo di possessori agli abitanti originari del paese e vivere in esso contro l’opposizione degli invasori”, cit. in Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 67

[53] Eduardo Galeano, op. cit., p. 80

[54] Aimé Césaire, Toussaint L’Overture: la révolution française et le problème colonial, Présence Africaine, Parigi 1961, p. 309, cit. in Antonio Negri e Michael Hardt op. cit., p. 120. Corsivo dell’autore

[55] Antonio Negri e Michael Hardt op. cit., p. 119

[56] ivi, p. 121

[57] ibidem

[58] ivi, p. 119

[59] Bartolomé de Las Casas, In defense of the Indians, a cura di Staffors Poole, Northen Ilinois University Press, De Kalb 1974, p. 271, cit. in Antonio Negri e Michael Hardt op. cit., p. 119

[60] “Haiti subì il blocco della coalizione internazionale contro la Francia: l’Inghilterra dominava i mari. Ma più tardi, nella misura in cui la sua indipendenza diventava inevitabile, subì anche il blocco della Francia: nel 1806, infatti, cedendo alla pressione francese il Congresso degli Stati Uniti proibì il commercio con Haiti. Nel 1825, la Francia riconobbe l’indipendenza della sua ex colonia, ma solo in cambio di un gigantesco indennizzo in denaro contante”, Eduardo Galeano, op. cit., p. 80

[61] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 99

[62] ivi, p. 100

[63] Ernest Gruening, Mexico and its Heitage, New York 1928, cit. in Eduardo Galeano, op. cit., p. 54

[64] La encomienda era un’istituzione caratteristica della colonizzazione spagnola, che stabiliva, fra le altre cose, un sistema di lavoro forzato non libero. Giuridicamente fu stabilita come un diritto dispensato dal re a favore di un suddito della corona (encomendero), in forza del quale spettavano al beneficiario i tributi o il lavoro che i sudditi indigeni dovevano pagare alla corona. Come contropartita, l’encomendero doveva badare al benessere degli indigeni tanto nelle questioni spirituali quanto in quelle terrene, assicurando loro mantenimento e protezione, così come l’indottrinamento cristiano.

[65] Antonio Negri e Michael Hardt op. cit., p. 212

[66] ibidem

[67] ibidem

[68] ivi, p. 213

[69] ibidem

[70] ibidem

[71] ivi, p. 216

[72] ivi, p. 124

[73] ibidem

[74] ivi, p. 125

[75] ibidem

[76] ivi, p. 127

[77] ivi, p. 128

[78] ivi, p. 128-129

[79] Mi sono sempre riferito in questo capitolo all’opera di Negri e Hardt. La loro analisi della dialettica del colonialismo prende però spunto da altri autori, importanti punti di riferimento per uno studio più dettagliato della questione. Si veda Jean-Paul Sartre, Black Orpheus, in ‘What Is Literature?’ and Other Essays, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts 1988; Franz Fanon, I dannati della terra, Edizioni di Comunità, Milano 2000

[80] Antonio Negri e Michael Hardt op. cit.., p. 129

[81] ibidem

[82] Frantz Fanon, Pelle nera maschere bianche, Tropea, Milano 1996, cit. in Antonio Negri e Michael Hardt, op. cit., p. 129

[83] Jean-Paul Sartre, Black Orpheus, in ‘What Is Literature?’ and Other Essays, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts 1988, cit. in Antonio Negri e Michael Hardt, op. cit., p. 405-406

[84] Per un’analisi più dettagliata rimando all’opera di Franz Fanon, I dannati della terra, Edizioni di Comunità, Milano 2000

[85] Si veda Malcom X, The Ballot or the Bullet, in Malcom X Speaks, Pathfinder, New York 1989

[86] Antonio Negri e Michael Hardt, op. cit., p. 131

[87] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 45

[88] Rilevanti sono l’eccezione uruguagia con Artigas e la prima fase del movimento messicano represso dall’elemento creolo alleato con l’elemento spagnolo.

[89] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 46

[90] A causa delle origini ‘canarine’, Mirando godeva di uno status inferiore sia degli spagnoli della penisola, sia dei creoli. Dovette ricorrere al giudizio reale per accertare la purezza del suo sangue a garantirsi così il relativo status sociale.

[91] Nel 1806 scoppia un’insurrezione popolare a Buenos Aires a seguito dello sbarco di un corpo di spedizione inglese: i soldati britannici considerati invasori e non liberatori, sono battuti e costretti al ritiro.

[92] “Ferma è […] l’opposizione ad un’egemonia della Francia, la maggior potenza militare europea. Malgrado il prestigio della Francia e l’amore per le idee francesi non si accetta come sovrano Giuseppe Bonaparte”, Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 48

[93] Guadagnano l’indipendenza nel 1811 Venezuela e Paraguay; nel 1813 si costituiscono le Province unite del Rio de la Plata, che formalizzeranno l’indipendenza nel 1816; nel 1818 il Cile; nel 1819 la Nuova Granada, attuale Colombia.

[94] Il celebre incontro tra i due libertadores si tenne il 26 luglio 1822 nel porto ecuadoreño di Guayaquil

[95] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 53-54

[96] In Venezuela la guerra civile è riducibile ad un episodio della guerra di liberazione. Per cogliere la peculiarità della situazione venezuelana, basti pensare che mentre i libertadores Bolívar e Mariño faticano a coordinare le forze patriottiche occidentali ed orientali, “un guerrigliero, Boves, recluta nei llanos, nelle pianure meridionali, migliaia di meticci seminudi, armati con armi improvvisate utilizzando come lance aste di ferro strappate alle inferriate delle finestre. Sono i llaneros, la materia prima più preziosa del mondo per formare una cavalleria […] Contemporaneamente gli agenti realisti fomentano la ribellione degli schiavi. Spartaco si arruola sotto le bandiere realiste: Boves, per quanto bianco e di tipo celta, dichiara la guerra a tutti i bianchi, promette la terra ai pardos, i mulatti”, cit. in Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 64-65

[97] Il gaucho è il mandriano delle pampas del Cono Sud. Il termine pare derivi dal quechua ‘huacho’, letteralmente ‘senza madre’.

[98] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 131

[99] Eduardo Galeano, op. cit., p. 138

[100] ivi, p. 140

[101] ibidem

[102] “Proprio ai nemici apparteneva la stragrande maggioranza dei latifondi”, Eduardo Galeano, op. cit., p. 140

[103] Eduardo Galeano, op. cit., p. 140

[104] Washington Reyes Abadie, Oscar H. Bruschera e Tabaré Melogno, El ciclo artiguista, tomo IV, Montevideo 1967, cit. in. Eduardo Galeano, op. cit., p. 139

[105] Vicereame della Nuova Spagna, attuale Messico e stati di California, Nuovo Messico, Arizona, Texas, Nevada, Florida, Utah, Wyoming, Kansas, Oklahoma e parte del Colorado: la Spagna mantiene il controllo di questi territori fino al 1821 (l’indipendenza della Nuova Spagna iniziò nel 1810, ma è dichiarata formalmente e legalmente al Congresso di Chilpancingo nel 1813. Il periodo tra questi anni e l’effettiva indipendenza del Messico erano concepiti dal Congresso come una lotta contro la madrepatria e per il riconoscimento internazionale della nuova nazione); viceregno della Nuova Granada, attuali Panama, Colombia, Ecuador e Venezuela; viceregno del Perú, identificabile con l’attuale Perú; viceregno del Rio de la Plata, attuali Argentina, Bolivia (più Acre, oggi brasiliano, ed Atacama, territorio cileno), Paraguay e Uruguay (con la porzione occidentale del Rio Grande do Sul).

[106] Eduardo Galeano, op. cit., p. 137

[107] Antonio Negri e Michael Hardt, op. cit., p. 132

[108] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 120. L’autore conclude spiegando la peculiarità brasiliana: “Dopo la loro scomparsa o il loro allontanamento, solo il Brasile supera le tendenze centrifughe grazie ad una continuità dinastica”.

[109] Antonio Negri e Michael Hardt, op. cit., p. 132

[110] ivi, p. 133

[111] In quei giorni arriva in Messico la notizia che le Cortes spagnole hanno respinto i Trattati di Córdoba, firmati il 24 agosto da Iturbide e O’Donojú, neo eletto viceré della Nuova Spagna. I Trattati riconoscono come nazione sovrana il futuro impero messicano, recepiscono in toto il Piano di Iguala (del 24 febbraio 1821) ed impegnano O’Donojú a trattare la capitolazione dei restanti battaglioni dell’esercito spagnolo.

[112] Il 25 settembre 1821

[113] Il 2 gennaio 1822 la giunta provvisoria del Guatemala proclama l’incorporazione al Messico di un regno che comprende l’odierno Chiapas, e le attuali repubbliche di Guatemala, Honduras, Salvador, Nicaragua e Costa Rica. Inoltre, il Messico annette anche alcune province del nord: California, Colorado, Nuovo Messico e Texas.

[114] Più precisamente, Poinsett coprì la carica di primo ministro statunitense in Messico

[115] Antonio Negri e Michael Hardt, op. cit., p. 169

[116] A questo proposito si veda Ernst May, The Making of the Monroe Doctrine, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts 1975

[117] Citato in Indalecio Liévano, Bolivarismo y Monroismo, Populibro n. 25, Revista Colombiana, Bogotà 1969, p. 40, cit. in. Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p., 121

[118] Diplomatic Relations between the United States and Mexico, p. 34, cit. in Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 105

[119] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 105. In un primo momento gli ‘inglesi dei due continenti’ progettavano una dichiarazione comune: solo dopo il fallimento dei negoziati con Londra, Monroe ritiene più conveniente una dichiarazione unilaterale.

[120] Ivi, p. 104

[121] Ivi, p. 107

[122] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 395

[123] Il governo inglese, che controllava i confini dell’ Honduras britannico (l’attuale Belize) e la Costa dei Mosquitos (attualmente in Nicaragua), non vedeva di buon occhio l’arrivo dell’avventuriero americano che metteva a rischio i progetti britannici dell’apertura di un canale di navigazione fra l’Atlantico e il Pacifico.

[124] “Gli Stati Uniti sono destinati dalla Provvidenza a spargere la miseria in America in nome della libertà”, Simón Bolívar, Obras completas, a cura di Vincente Lecuna, Lex, Avana 1947, vol. II, p. 1234, cit. in Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 122

[125] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 121

[126] Attuali Colombia, Ecuador, Panama e Venezuela.

[127] Attuali Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua e Costa Rica.

[128] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 122

[129] ivi, p. 128

[130] ivi, p. 140

[131] Eduardo Galeano, op. cit., p. 180

[132] E’ bene ricordare che nel 1832 l’Inghilterra sferra un’offensiva militare ai danni dell’Argentina, occupando le isole Malvine (oggi Falkland).

[133] Il tentativo espansivo di Rosas culmina nel lungo assedio (1843-1851) di Montevideo, che verrà chiamata la ‘Troia americana’ per l’eroica difesa che opporrà all’esercito argentino.

[134] Per un’analisi comparativa tra i due leader più approfondita, si veda Vivian Trías, Juan Manuel de Rosas, Montevideo 1970

[135] Il nome Colombia è dato dal generale Mosquera nel corso del secolo XIX. Fino ad allora sarebbe più preciso utilizzare il nome Nuova Granada.

[136] “Il caudillismo venezuelano conferma una formula diffusa nei paesi andini: il rapporto tra il caudillo e un partito. Anche se uomo d’armi il caudillo non s’identifica più con il popolo in genere, ma con un partito, passando da un partito all’altro in diversi casi, mantenendo, nel caso venezuelano, un legame privilegiato con il partito liberale, un partito anticlericale, ma aperto a caute dosi d’innovazione”, Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 151

[137] Federico Brito Figueroa, Historia económica y social de Venezuela, Universidad Centrale de Venezuela, Caracas 1973, vol. I, p. 322, cit. in Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 150

[138] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 141

[139] ivi, p. 159

[140] Letteralmente il termine farrapos indica gli straccioni. Nel caso specifico della rivoluzione dei farrapos, il termine può assumere diversi significati: può essere adottato come corrispettivo brasiliano degli estanceiros (i padroni dei campi) argentini; oppure può essere inteso come nomignolo usato dai conservatori (chimangos) per indicare i liberali, adottato infine da questi con un certo orgoglio.

[141] Eduardo Galeano, op. cit., p. 187

[142] ivi, p. 188

[143] “I due paesi potevano togliere [al Paraguay] l’ossigeno, come avevano fatto Rivaldavia e Rosas, chiudendogli lo sbocco sui fiumi o decretando imposte arbitrarie sul transito delle sue merci. D’altra parte, per questi potenti vicini era imprescindibile, ai fini del consolidamento dello stato oligarchico, farla finita con quel paese odioso che bastava a se stesso e rifiutava di mettersi in ginocchio davanti ai mercanti britannici”, Eduardo Galeano, op. cit., p. 189

[144] Eduardo Galeano, op. cit., p. 191

[145] Un’interessante approfondimento dell’argomento è trattato da Jean Batou, Cent ans de résistance au sous-développement. L’industrialisation de l’Amérique latine et du Moyen-Orint face au défi européen (1770-1870), Droz, Ginevra 1990. Le pagine da 289 a 306 sono visualizzabili al sito http://www.unil.ch/webdav/site/ihes/shared/bibliotheque_virtuelle/batou.pdf

[146] Per uno studio specifico della banca, rimando al testo di Robert A. Potash, Mexican Government and Industrial Development in the Early Republic: The Banco de Avio, University of Massachusetts Press 1983

[147] Eduardo Galeano, op. cit., p. 178

[148] Per un’analisi più dettagliata dell’argomento, rimando all’articolo della “VI giornata latinoamericana di studi sociali della scienza” visualizzabile al sito http://www.ocyt.org.co/esocite/Ponencias_ESOCITEPDF/3MEX048.pdf

[149] Luis Chávez Orozco, La industria de transformación mexicana (1821-1867), in Banco Nacional de Comercio Exterior, Colección de documentos para la istoria del commercio exterior de México, tomo VII, Città del Messico 1962, cit. in. Eduardo Galeano, op. cit., p. 179

[150] Eduardo Galeano, op. cit., p. 154

[151] Edward C. Kirkland, Historia económica de Estados Unidos, Città del Messico 1941, cit. in Eduardo Galeano, op. cit., p. 154

[152] Eduardo Galeano, op. cit., p. 155

[153] ivi, p. 156

[154] Ha-Joon Chang, “Why Developing Countries Need Tariffs? How WTO NAMA Negotiations Could Deny Developing Countries’ Right to a Future”, South Centre, novembre 2005, Ginevra, p. 61. Il testo integrale del paper è visualizzabile al sito http://www.uneca.org/ATPC/documents/WhyDevCountriesNeedTariffsNew.pdf

[155] Jagdish Bhagwati, Immiserizing Growth: A Geometric Note, in ‘Review of Economic Studies’, giugno 1958, cit. in Jagdish Bhagwati, Elogio della globalizzazione, Edizioni Laterza, Bari 2005, p. 76

[156] Jagdish Bhagwati, Elogio della globalizzazione, Edizioni Laterza, Bari 2005, p. 77

[157] L’inchiesta condotta dalla Federal Trade Commission chiarisce il ruolo degli intermediari: “Sei imprese nordamericane controllano oltre un terzo del caffè che esce dal Brasile, mentre altre sei imprese, sempre nordamericane, dispongono di oltre un terzo del caffè che entra negli Stati Uniti: sono le ditte che occupano i due estremi dell’operazione”, Cid Silveira, Café: um drama na economia nacional, Rio de Janeiro 1962

[158] “Nel 1960 e nel 1961, l’onere fiscale totale imposto dai paesi della Comunità Europea al caffè latinoamericano ammontò a circa 700 milioni di dollari, mentre gli introiti dei paesi produttori (in termini di valore fob per le stesse esportazioni) raggiunsero appena i 600 milioni di dollari” CEPAL, El comercio internacional y el desarrollo de América Latina, Città del Messico-Buenos Aires 1964, cit. in Eduardo Galeano, op. cit., p. 119

[159] “Verso il 1873, Henry Wickam, un inglese padrone di boschi di caucciù lungo il fiume Tapajós, e assai noto per la sua passione per la botanica, aveva mandato disegni e foglie dell’albero della gomma al direttore dell’orto botanico di Kew, a Londra. Ne ricevette la richiesta di procurarsi una buona quantità di semi, le pepite che l’hevea brasiliensis nasconde nei suoi frutti gialli. Avrebbe dovuto esportarli di contrabbando, perché il Brasile puniva severamente i trafugatori di semi […] Quarant’anni dopo, gli inglesi invadevano il mercato mondiale col caucciù malese. Le piantagioni asiatiche, orgnizzate razionalmente sulla base dei verdi germogli di Kew, sgominarono senza difficiltà la produzione estrattiva del Brasile”, Eduardo Galeano, op. cit., p. 107

[160] Tra il 1910 e il 1913 il prezzo mondiale del caucciù si ridusse di circa un quarto.

[161] Eduardo Galeano, op. cit., p. 109

[162] Con il termine inglese dumping si indica, nell’ambito del diritto internazionale (ma il concetto deriva dalla dottrina economica), una procedura di vendita di un bene o di un servizio su di un mercato estero (mercato di importazione) ad un prezzo inferiore a quello di vendita (o, addirittura, a quello di produzione) del medesimo prodotto sul mercato di origine (mercato di esportazione). Le vendite in dumping sono state disciplinate dalle norme internazionali antidumping (in particolare nell’ambito del General Agreement on Tariffs and Trade – GATT) in quanto capaci di determinare perturbazioni anche importanti sul mercato di importazione e di attribuire un vantaggio di base all’impresa importatrice nei confronti degli altri soggetti (produttori o esportatori) che operano nel mercato di importazione per lo stesso bene o servizio. Da sottolineare inoltre che, in quanto distorsivi della concorrenza sul mercato, i problemi relativi al dumping sono strettamente correlati a quelli relativi alle sovvenzioni accordate alle imprese nazionali da parte degli stati. Dal momento che in alcuni paesi, come ad esempio negli Stati Uniti, le aziende nazionali possono aprire delle procedure antidumping (negli USA in base alle norme del Department of Commerce e della International Trade Commission) e che si tratta, in ogni caso, di cause costose e di difficile previsione (gli stati determinano, nell’ambito delle diverse normative nazionali, se i prezzi delle industrie straniere siano al di sotto dei costi di produzione o se tali prezzi mettano in pericolo le imprese nazionali, ed essendo inoltre di difficile determinazione il costo della produzione delle imprese straniere da parte delle corti nazionali, il processo di determinazione della sussistenza di pratiche di dumping può essere assai lungo e controverso) vi è il rischio concreto che l’apertura di una procedura antidumping sia effettuata in funzione della esclusiva volontà di ostacolare potenziali concorrenti stranieri.

[163] Raùl Scalabrini (Corrientes 1898 – Buenos Aires 1959) fu pensatore, scrittore e poeta argentino, che partecipò attivamente alla FORJA (Fuerza de Orientación Radical de la Joven Argentina), raggruppamento politico formatosi agli albori della ‘decade infame’ in chiave antagonista.

[164] Raùl Scalabrini Ortiz, Política británnica en el Río de la Plata, Buenos Aires 1940, cit. in. Eduardo Galeano, op. cit., p. 195

[165] Lo stesso meccanismo neo-coloniale verrà nel secolo XX ‘progredito’ dagli Stati Uniti, che miglioreranno la prassi inglese offrendo essi stessi, attraverso imprese più o meno legate a Washington (ma comunque sempre statunitensi), gli strumenti per ‘modernizzare’ i paesi in via di sviluppo. In altre parole, imprese statunitensi vincevano le gare d’appalto indette dai governi dei paesi da cui importavano materie prime. Il caso dell’Arabia Saudita è in questo senso emblematico. Per un dettagliato approfondimento della questione, rimando a John Perkins, Confessioni di un sicario dell’economia, Minumum fax, Roma 2005

[166] Jagdish Bhagwati, op. cit., p. 249

[167] ibidem

[168] Antonio Negri e Michael Hardt, op. cit., p. 264

[169] ivi, p. 265. Corsivo dell’autore

[170] ivi, p. 266

[171] Rosa Luxemburg, L’accumulazione del capitale, Einaudi, Torino 1960, p. 438

[172] Antonio Negri e Michael Hardt, op. cit., p. 309

[173] “Dopo la Seconda guerra mondiale in Europa comparvero numerosi stati socialdemocratici, cristiano-democratici e dirigisti. Gli stessi Stati Uniti si orientarono verso una forma di stato democratico liberale. […] Ciò che queste forme statali avevano in comune era l’idea che lo stato dovesse porsi come obiettivi la piena occupazione, la crescita economica e il benessere dei cittadini, e che il potere statale dovesse agire liberamente accanto ai meccanismi di mercato, se necessario addirittura sostituendosi a essi, al fine di conseguire tali obiettivi. Per attenuare l’effetto dei cicli economici e assicurare un’occupazione ragionevolmente piena, si faceva ampio uso di politiche fiscali e monetarie definite ‘keynesiane’; in generale si riteneva che per garantire la pace e la tranquillità interna fosse essenziale raggiungere un ‘compromesso di classe’ tra capitale e lavoro”, David Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il saggiatore, Milano 2007, pag. 20

[174] David Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il saggiatore, Milano 2007, pag. 21

[175] Rosa Luxemburg, L’accumulazione del capitale, Einaudi, Torino 1960, p. 438

[176] Antonio Negri e Michael Hardt, op. cit., p. 246. Corsivo dell’autore.

[177] Ivi, p. 247

[178] Per stagflazione (combinazione dei termini stagnazione ed inflazione) si intende indicare la situazione nella quale sono contemporaneamente presenti, su un determinato mercato, sia un aumento generale dei prezzi (inflazione) che una mancanza di crescita dell’economia in termini reali (stagnazione economica).

[179] David Harvey, op. cit., pag. 22

[180] ivi, pag. 23

[181] Riportato in Enrique Krauze, Porfirio Díaz. Místico de la autoridad, Fondo de Cultura económica, Città del Messico 1992, p. 7-10, cit. in Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 180

[182] Gli Stati Uniti annettono circa due milioni di kilomentri quadrati di terreno, e compensano il Messico con l’indennizzo di 15 milioni di dollari (circa 313,46 milioni di dollari in valuta del 2006) per danni subiti in guerra.

[183] Gli Zapotechi erano una civiltà precolombiana che fiorì nella Valle di Oaxaca, nella parte meridionale della Mesoamerica, con capitale Monte Albán. Intorno al secolo XV gli Zapotechi vennero conquistati dagli Aztechi, che però non li sottomisero completamente.

[184] I mixtechi (in lingua mixteca ñuu sávi, ‘luogo del popolo delle nuvole’) sono un popolo indigeno mesoamericano originario della regione mixteca, collocata a cavallo della porzione orientale dello stato messicano di Guerrero, dell’estremità occidentale di Oaxaca e della parte meridionale di Puebla.

[185] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 179

[186] ibidem

[187] Lo sfruttamento collettivo della terra era una pratica comune per il popolo Azteca.

[188] Vedi nota 64

[189] A tal proposito, riporto i punti 6 e 7 del Piano di Ayala:

6º. Como parte adicional del plan que invocamos, hacemos constar: que los terrenos, montes y aguas que hayan usurpado los hacendados, científicos o caciques a la sombra de la justicia venal, entrarán en posesión de esos bienes inmuebles desde luego, los pueblos o ciudadanos que tengan sus títulos, correspondientes a esas propiedades, de las cuales han sido despojados por mala fe de nuestros opresores, manteniendo a todo trance, con las armas en las manos, la mencionada posesión, y los usurpadores que se consideren con derechos a ellos, lo deducirán ante los tribunales especiales que se establezcan al triunfo de la Revolución.

7º. En virtud de que la inmensa mayoría de los pueblos y ciudadanos mexicanos no són más dueños que del terreno que pisan sin poder mejorar en nada su condición social ni poder dedicarse a la industria o a la agricultura, por estar monopolizadas en unas cuantas manos, las tierras, montes y aguas; por esta causa, se expropiarán previa indemnización, de la tercera parte de esos monopolios, a los poderosos propietarios de ellos a fin de que los pueblos y ciudadanos de México obtengan ejidos, colonias, fundos legales para pueblos o campos de sembradura o de labor y se mejore en todo y para todo la falta de prosperidad y bienestar de los mexicanos.

[190] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 185

[191] Prima del ritiro, Villa sarà l’ultimo uomo (nel 1915) ad invadere via terra il territorio nordamericano.

[192] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 190

[193] ibidem

[194] ivi, p. 191

[195] Héctor Aguilar Camin e Lorenzo Meyer, Á sombra da revolução mexicana. História mexicana contemporânea, 1910-1989, Ed. Edusp, San Paolo 2000, p. 30. Cit. in Antonio Negri e Giuseppe Cocco, GlobAL, Manifestolibri, Roma 2006, p. 118

[196] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 191

[197] Nel discorso annuale rivolto al Congresso, Roosevelt il 6 dicembre 1904 dichiarò: “All that this country desires is to see the neighboring countries stable, orderly, and prosperous. Any country whose people conduct themselves well can count upon our hearty friendship. If a nation shows that it knows how to act with reasonable efficiency and decency in social and political matters, if it keeps order and pays its obligations, it need fear no interference from the United States. Chronic wrongdoing, or an impotence which results in a general loosening of the ties of civilized society, may in America, as elsewhere, ultimately require intervention by some civilized nation, and in the Western Hemisphere the adherence of the United States to the Monroe Doctrine may force the United States, however reluctantly, in flagrant cases of such wrongdoing or impotence, to the exercise of an international police power”, tratto da http://ednet.rvc.cc.il.us/~PeterR/IR/docs/trcors.htm

[198] Nel coniare questo termine, articolato la prima volta il 2 settembre 1901 (dodici giorni prima dell’omicidio del presidente William McKinley) al Minnesota State Fair, Roosevelt trasse ispirazione da un proverbio dell’Africa Occidentale: “Speak softly and carry a big stick, you will go far”.

[199] Più precisamente, non vennero eseguiti studi sulle condizioni geologiche ed idriche della provincia: malaria e febbre gialla provocarono ingenti perdite nei reparti della French Company, tali da creare problemi di reclutamento di nuova forza lavoro francese.

[200] Ad esclusione dei lavoratori che avevano prestato almeno 2 anni di servizio alle dipendenze del progetto francese.

[201] Tratto da Maurice Lemoine (2005), “In nome del ‘destino manifesto’ degli Stati uniti”, Le Monde Diplomatique, marzo 2005. Rimando all’articolo visualizzabile al sito http://www.monde-diplomatique.it/ricerca/ric_view_lemonde.php3?page=/LeMonde-archivio/Marzo-2005/0305lm12.01.html&word=Maurice;Lemoine per approfondire storiografia e dinamiche geo-politiche delle interferenze USA in America latina.

[202] ibidem

[203] Solo la United Fruit possedeva immense piantagioni in Guatemala, Colombia, Costa Rica, Cuba, Giamaica, Nicaragua, Santo Domingo e Panama.

[204] Per approfondire l’argomento, rimando al sito http://www.mayaparadise.com/ufc1s.htm

[205] Louis Guilaine, L’Amérique latine et l’impérialisme américain, Armand Colin, Parigi 1928, cit. in., Maurice Lemoine, op. cit.

[206] Maurice Lemoine, op. cit.

[207] ibidem

[208] Alessandro Roncaglia, Il mito della mano invisibile, Laterza, Bari 2005, p. 16

[209] ivi, p. 24

[210] Si tratta, in generale, di un uomo le cui principali caratteristiche sono la razionalità (intesa in un senso precipuo, soprattutto come precisione nel calcolo) e l’interesse esclusivo per la cura dei suoi propri interessi individuali. E’ dunque assunta perfetta conoscenza.

[211] E’ questa l’ipotesi di convessità. “Si hanno rendimenti crescenti quando al crescere della produzione i costi aumentano meno che in proporzione: si può dire che nella produzione manifatturiera i rendimenti crescenti siano la regola. Nel consumo i rendimenti crescenti sono più rari, ma non assenti: più musica ascolto, più la mia capacità di trarne godimento cresce”, Alessandro Roncaglia, op. cit., p. 28n

[212] Con l’esclusione degli interventi atti ad avvicinare il mercato al modello ideale di concorrenza perfetta.

[213] Alessandro Roncaglia, op. cit., p. 27

[214] ivi, p. 22

[215] ivi, p. 72

[216] ivi, p. 69-70

[217] ivi, p. 19

[218] Per un’analisi dettagliata dei momenti in cui Smith è favorevole ad interventi dell’autorità politica, rimando a Jacob Viner, Adam Smith and Laissez Faire, in “Journal of Political Economy”, XXXV, 1927, p. 198-302

[219] Gorge Stigler, The Division of Labor is Limited by the Extent of the Market, in “Journal of Political Economy”, LIX, 1951, p. 185-193

[220] Alessandro Roncaglia, op. cit., p. 23

[221] ivi, p. 65

[222] ivi, p. 76

[223] ivi, p. 91n

[224]It is a very common clever device that when anyone has attained the summit of greatness, he ‘kicks away the ladder’ [in corsivo nell’autore] by which he has climbed up, in order to deprive others of the means of climbing up after him. In this lies the secret of the cosmopolitical doctrine of Adam Smith, and of the cosmopolitical tendencies of his great contemporany William Pitt, and of all his successors in the British Government administrations”. Any nation which by means of protective duties and restrictions on navigation has raised her manufacturing power and her navigation to such a degree of development that no other nation can sustain free competition with her, can do nothing wiser than ‘to throw away these ladders’ [in corsivo nell’autore] of her greatness, to preach to other nations the benefits of free trade, and to declare in penitent tones that she has hitherto wantered in the paths of error, and has now for the first time succeeded in discovering the truth [italics added]” Friedrich List, The National System of Political Economy, tradotto in inglese da Sampson Lloyd, Longmans, Green and Company, Londra 1885, p. 295-296

[225] Ha-Joon Chang, op. cit., p. 10

[226] Paul Bairoch, Economics & World History. Myths and Paradoxes, The University of Chicago Press, Chicago 1993, p. 30, cit. in Ha-Joon Chang, op. cit., p. 39

[227] “Nel 1890, il Congresso votò la cosidetta tariffa McKinley, ultraprotezionista, e nel 1897 la legge Dingley aumentò nuovamente i diritti doganali”, Eduardo Galeano, op., cit., p. 203

[228] Jadish Bhagwati, Protectionism, The MIT Press, Massachusetts, Cambridge 1985, p. 22, n. 10, cit. in Ha-Joon Chang, op. cit., p. 31

[229] Yilmaz Akyüz, “The WTO negotiations on industrial tariffs: what is at stake for developing countries?”, TWN Trade & Development Series, n. 24, maggio 2005, Ginevra, p. 8, http://www.twnside.org.sg/title2/t&d/tnd24.pdf

[230] Ha-Joon Chang, op. cit., p. 40

[231] Yilmaz Akyüz, op. cit., p. 9

[232] ivi, p. 7

[233] Ha-Joon Chang, op. cit., p. 51-52

[234] Ha-Joon Chang, op. cit., p. 46

[235] ivi, p. 47

[236] Le tariffe delle colonie inglesi in Asia evidenziano un alto grado di aderenza alla politica commerciale britannica: “This was particularly true for British colonies in Asia, including Burma, Ceylon and India which operated under imperial tariff policies and mimicked the trade policies of their masters”, Yilmaz Akyüz, op. cit., p. 13-14

[237] Yilmaz Akyüz, op. cit., p. 14

[238] Ha-Joon Chang, op. cit., p. 63

[239] Yilmaz Akyüz, op. cit., p. 17

[240] Imbs, Jean, and Romani Wacziarg (2000), Stages of Diversification, CEPR Discussion Paper 2642, p. 1-2, cit. in Yilmaz Akyüz, op. cit., p. 18

[241] Yilmaz Akyüz, op. cit., p. 19

[242] UNCTAD 1996, p. 116-117 e UNCTAD 2002, cap. III, cit. in Yilmaz Akyüz, op. cit., p. 20

[243] Classificazioni simili basate sui beni prodotti non catturano tutti gli aspetti della produzione manifatturiera. Molti beni ad alto uso di tecnologia comportano anche processi ad alto uso di forza lavoro, come ad esempio l’assemblamento delle parti e componenti elettroniche importate dai pesi in via di sviluppo che paertecipano alla produzione internazionale di networks (IPNs). Per approfondimenti sull’argomento, rimando a Yilmaz Akyüz, Developing Countries and World Trade. Performance and Prospects, Zed Books, Londra 2003, e dello stesso autore, Trade, Growth and Industrialization: Issue, Experience and Policy Challenges, TWN, Ginevra 2005.

[244] Fernandez de Cordoba, S., F., e David Vanzetti, Not What? Searching for a Solution to the WTO Industrial Tariff Negotiations, UNCTAD, Ginevra 2005, cit. in Yilmaz Akyüz, op. cit., p. 23

[245] Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 78

[246] ibidem

[247] Per una visione più approfondita dell’estamento, rimando a Raymundo Faoro, Os donos do poder, Globo, San Paolo 1998

[248] Antonio Negri e Guseppe Cocco, op. cit., p. 83

[249] ivi, p. 84

[250] Cioè la fissazione dei lavoratori liberi per mezzo del loro indebitamento: è ovvio che questa pratica contraddiceva le aspettative di ascesa sociale dei migranti internazionali. Per un approfondimento sul péonage e sulle altre forme di fissazione della manodopera, rimando a Yann Moulier Boutang, De l’esclavage au salariat, èconomie historique du salariat bridé, PUF, Parigi 1998

[251] Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 84

[252] Il riferimento è a Devoto e Fausto, e precisamente alla loro opera Fernando J. Devoto e Boris Fausto, Brasil e Argentina, Um ensaio de história comparada (1850-2002), Editora 34, San Paolo 2004

[253] Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 88-89

[254] Il Decreto Pinetti del 1902, vietava l’emigrazione italiana verso il Brasile a causa delle denuncie di violenze contro i coloni.

[255] Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit.., p. 87

[256] Eduardo Galeano, op. cit., p. 211. Corsivo dell’autore.

[257] ivi, p. 217

[258] Segreteria Generale dell’OSA, El financiamento externo para el desarrollo de la América Latina, Washington 1969, documento a distribuzione limitata, VI riunione annua del CIES, cit. in Eduardo Galeano, op. cit., p. 211

[259] Successivamente il meccanismo capitalistico assicura la perpetuazione dei meccanismi di riproduzione indipendentemente dalle volontà dei singoli, imponendo una forma di ‘ascesi’ attraverso la competizione, che la rende obbligatoria.

[260] Eduardo Galeano, op. cit., p. 213 e 215. In corsivo nel testo.

[261] ivi, p. 215

[262] La creazione di una Comisión Económica para América Latina venne stabilita dalla risoluzione 106 (VI) del Consiglio Economico e e Sociale dell’ONU il 25 febbraio 1948. La CEPAL è una delle cinque commissioni regionali delle Nazioni Unite, con sede a Santiago del Cile, e venne formata per contribuire allo sviluppo economico dell’America Latina, per coordinare gli impegni presi in tale direzione e rafforzare le relazioni economiche fra i paesi del Continente e fra questi e il resto del mondo. Successivamente la commissione incluse nella sua sfera d’interesse anche i paesi dei Caraibi, con il proposito di promuovere lo sviluppo sociale della regione, ed il 27 luglio 1984 mutò il nome in Comisión Económica para América Latina y el Caribe. http://www.eclac.org

[263] Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 32

[264] ibidem

[265] ibidem

[266] Eduardo Galeano, op. cit., p. 217

[267] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 234

[268] Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit.., p. 103

[269] Verso la fine del 1937, il presidente Vargas fu il protagonista di un nuovo golpe che sciolse il congresso, riformò la costituzione e concesse a Vargas stesso pieni poteri. L’Estado Novo, a contrario di altri regimi analoghi che si consumarono in America Latina tra la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale, fallì il proposito di mobilitazione delle masse.

[270] Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit.., p. 90

[271] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 203

[272] ivi, p. 207

[273] Cit. in Fausto Boris, A revolução de 1930, Companhia das Letras, San Paolo 1970, p. 141, cit. in Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 91

[274] “Gli agitatori bianchi e meticci federalisti e repubblicani non fecero dell’abolizione la loro causa. Gli schiavi crioulos (nati in Brasile) mostrarono timidamente il loro desiderio di liberarsi in occasione dell’indipendenza, ma non integrarono nelle loro rivendicazioni gli schiavi africani”, João Reis e Eduardo da Silva, Negociação e conflito: a resistência negra no Brasil escravagista, Companhia das Letras, San Paolo 1989, cit. in Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 120. In questo passo emerge chiaramente il concetto di ‘mancanza di unità’ tra le varie figure che componevano il mondo della modulazione dei flussi di sangue.

[275] Ludovico Incisa di Camenrana, op. cit.., p. 206

[276] Luis Alberto Romero, Breve Historia Contemporanea de la Argentina, Fondo de cultura economica de Argentina, Buenos Aires 1994, p. 89 e 91, cit. in Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 91

[277] Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 91

[278] Ludovico Incisa di Camerana, op .cit., p. 250

[279] Le clausole (pubbliche e segrete) del patto sono visualizzabili al sito http://es.wikipedia.org/wiki/Pacto_Roca-Runciman. Basti qui ricordare che con il patto si crea il Banco Centrál di Argentina, con partecipazione predominante di funzionari e capitali inglesi, e, a seguito della crezione della Corporación de Transporte, la Gran Bretagna avrà il monopolio dei mezzi di trasporto argentini.

[280] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 236

[281] Thomas E. Skidmore-Peter H. Smith, Modern Latin America, Oxford University Press, New York 1984, p. 211, cit. in, Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 236-237

[282] ivi, p. 238

[283] ivi, p. 241

[284] ivi,.p. 242

[285] ivi, p. 244

[286] Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 41

[287] ivi, p. 45

[288] Celso Furtado, Desenvolvimento e Subdesenvolvimento, in Ricardo Bielschowsky (a cura di), Cinqüentas anos de pensamento na CEPAL, Record/Cepal/Cofecon, Rio de Janeiro 2000, p. 253-254, cit. in Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 62

[289] Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit.., p. 46

[290] ivi, p. 68

[291] Ruy Mauro Marini, Dialética de dipendênca, uma antologia de obra de Ruy Mauro Marini, Emir Sader (a cura di), Vózes, Clacso, Petrópolis, 2001, p.102, cit. in, Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 108

[292] Francisco de Oliveira, Economia da dependência imperfeita, Graal, Rio de Janeiro 1977, p. 4, cit. in, Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 108

[293] Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 69

[294] ibidem

[295] ivi, p. 93-94

[296] La distinzione fra primo, secondo e terzo mondo è nata con la Guerra Fredda, con lo scopo di distinguere il primo mondo filo statunitense, il secondo mondo filo sovietico ed il terzo mondo formato dai paesi non-allineati.

[297] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 215-216

[298] ivi, p. 217

[299] ivi, p. 218

[300] Gli Stati Uniti sono i primi azionisti del FMI e dunque il loro voto pesa di più (17,6%); seguono: Giappone (6,5%), Germania (6,2%), Francia (5,1%), Inghilterra (5,1%), Italia (3,36%), Arabia Saudita (3,3%). Per informazioni più approfondite sul FMI rimando ad Giuseppe Schlitzer, Le istituzioni della globalizzazione: il FMI, visualizzabile al sito http://dipeco.economia.unimib.it/persone/longoni/materiale/lesson4(schlitzer)/FMI.ppt

[301] Eduardo Galeano, op. cit., p. 226

[302] ivi, p. 228

[303] ibidem

[304] Segreteria Generale dell’OSA, op. cit.

[305] Eduardo Galeano, op. cit., p. 230

[306] ivi, p. 231

[307] ivi, p. 235

[308] Frederick B. Pike, The Modern History of Peru, New York 1968, cit. in Eduardo Galeano, op. cit., p. 239

[309] Eduardo Galeano, op. cit., p. 245

[310] Le tariffe medie applicate sui prodotti manufatti nel 1962 erano: 13% per i paesi CEE, 18% Giappone, 16% Inghilterra, 13% Stati Uniti. Nel 1973: 8% CEE (con Danimarca e Inghilterra), 10% Giappone, 12% Stati Uniti. Dati tratti da Ha-Joon Chang, op. cit., p. 54

[311] I paesi sono: Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Olanda, Spagna, Stati Uniti, Svezia e Svizzera.

[312] World Bank, World Development Report, 2002 – Building Institucions for Markets, Oxford University Press, New York 2002, p. 97, box, 5.2, cit. in Ha-Joon Chang, op. cit., p. 47

[313] Ha-Joon Chang, op. cit., p. 48. Quanto detto non deve essere interpretato a favore di una logica che fissa uno stesso grado di protezione per tutte le industrie di un paese calcolato matematicamente in base alla differenza di produttività tra il paese in questione ed i paesi sviluppati.

[314] Ha-Joon Chang, op. cit., p. 49

[315] L’atto istitutivo dell’ALALC risale all’agosto 1962, con il Trattato di Montevideo.

[316] Tutte le citazione sono tratte da Eduardo Galeano, op. cit., p. 266

[317] Sidney Dell, The Movemet Toward Latin American Unity, a cura di Ronald Hilton, New York, Washington, Londra 1969, cit. in Eduardo Galeano, op. cit., p., 280

[318] John Perkins, op. cit., p. 48

[319] ivi, p. 48-49

[320] ivi, p. 58

[321] ivi, p. 47

[322] ivi, p. 44

[323] ivi, p. 150

[324] Parlo di ‘sviluppo’ in senso improprio: in realtà con questo termine mi riferisco in questa sede a mere modernizzazioni, la cui utilità non implica direttamente sviluppo, nemmeno in un’accezione del termine puramente economica.

[325] John Perkins, op. cit., p. 83

[326] ivi, p. 223

[327] ivi, p. 243

[328] Manuel Noriega e Peter Eisner, The Memoirs of Manuel Noriega, America’s Prisoner, Random House, New York 1997, p. 114, cit. in John Perkins, op. cit., p. 244

[329] John Perkins, op. cit., p. 99. Originariamente la School of the Americas aveva sede a Panama, dal 1984 fu trasferita a Fort Benning, in Georgia. Nel dicembre del 2000 venne definitivamente chiusa.

[330] Manuel Noriega e Peter Eisner, op. cit., p. 114, cit. in John Perkins, op. cit., p. 244

[331] John Perkins, op. cit., p. 245

[332] David harris, Shooting the Moon: The True Story of an American Manhunt Unlike Any Other, Ever, Little, Brown and Co., Boston 2001, p. 6, cit. in John Perkins, op. cit., p. 246

[333] John Perkins, op. cit., p. 112

[334] Per approfondire l’argomento, rimando a “The Banana Republic: The United Fruit Company”, visualizzabile al sito http://www.mayaparadise.com/ufc1e.htm

[335] “Nel 1951, nel suo discorso di congedo al paese, Arévalo rivelò d’aver dovuto affrontare e superare ben trentadue cospirazioni finanziate dall’impresa britannica”, cit. in Eduardo Galeano, op. cit., p. 133-134

[336] Questo il discorso pronunciato da Árbenz al momento dell’insediamento: “Nuestro gobierno se propone iniciar el camino del desarrollo económico de Guatemala, tendiendo hacia los tres objetivos fundamentales siguientes: convertir nuestro país de una nación dependiente y de economía semicolonial en un país económicamente independiente; convertir a Guatemala de país atrasado y de economía predominantemente semifeudal en un país moderno y capitalista; y hacer que esta transformación se lleve a cabo en forma que traiga consigo la mayor elevación posible del nivel de vida de las grandes masas del pueblo”.

[337] Eduardo Galeano, op. cit., p. 134

[338] ibidem

[339]Vedi “CIA Involved in Guatemala Coup, 1954”, InfoMatch Internet, Vancouver 1997, visualizzabile al sito http://www.english.upenn.edu/~afilreis/50s/guatemala.html

[340] John Perkins, op. cit., p. 112

[341] Gli Stati Uniti iniziano l’offensiva inviando in Guatemala John Peurifoy, un diplomatico energico che Ludovico Incisa di Camerana definisce “un Poinsett degli anni ’50, una specie di cow boy”.

[342] Eduardo Galeano, op. cit., p. 134. Corsivo dell’autore.

[343] John D. Martz, Politics and Petroleum in Ecuador, Transaction Books, New Brunswick e Oxford 1987, p. 272, cit. in John Perkins, op. cit., p. 205

[344] John Perkins, op. cit., p. 203

[345] Il riferimento è al Summer Institute of Linguistic (SIL), un gruppo missionario evangelico proveniente dagli Stati Uniti di sinistre collusioni con le compagnie petrolifere. Con il pretesto di studiare, registrare e tradurre le lingue indigene, questo gruppo spingeva le comunità indigene (in Ecuador precisamente, la tribù Huaorani) a spostarsi da terreni che si presumeva essere ricchi di petrolio. A conferma di questo, Roldós  sottolineò che il SIL riceveva finanziamenti dal gruppo dei Rockefeller.

[346] John Perkins, op. cit., p. 204-205

[347] ivi, p. 217

[348] Vedi nota in questo stesso capitolo sul SIL.

[349] John Perkins, op. cit., p. 280

[350] Statistiche sul debito pubblico statunitense sono riportate al sito www.publicdebt.treas.gov/opd/opdpenny.htm; statistiche sul reddito nazionale della Banca Mondiale sono invece riportate al sito www.worldbank.org/data/databytopic/GNIPC.pdf

[351] David Harvey, op. cit., pag. 40

[352] John Perkins, op. cit., p. 256

[353] Per approfondimenti relativi al concetto di Impero ed alle differenze con l’imperialismo, nonché per una esauriente analisi storica della nascita e formazione dell’impero, l’opera di riferimento è Impero, di Antonio Negri e Michael Hardt.

[354] Ludovico Incisa di Camerana, op. cit., p. 239

[355] Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 101

[356] ivi, p. 122

[357] José Maria Fanelli e Roberto Frenkel, A dìvida externa argentina: um caso de endevidamento forçado, p. 79-80, cit. in Carlos Alberto Plastino e Roberto Bouzas (a cura di), América Latina e a Crise Internacional, 1910-1989, Edusp, San Paolo 2000, cit. in Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 123

[358] Si parla del 7% medio per entrambi i paesi nel periodo considerato, con un aumento demografico pari a meno della metà della crescita.

[359] Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 128-129

[360] ivi, p. 133

[361] Banca Mondiale, Report N. 22950 – BR – Brazil, The New Growth Agenda, Volume I: Policy Briefing, 31 dicembre 2002, p. 19, cit. in Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 147

[362] Presidente della Federal Reserve dal 1979 al 1987

[363] David Harvey, op. cit., p. 29. C’è una netta differenza “tra la pratica liberale e quella neoliberista: in base alla prima, chi eroga prestiti è esposto alle eventuali perdite conseguenti alla scelta di un investimento sbagliato, mentre per la seconda chi accetta un prestito viene costretto, da forze nazionali e internazionali, a farsi carico del rimborso del debito. […] Questa prassi è in contraddizione con la teoria neoliberista”. David Harvey, op. cit., p. 40

[364] David Harvey, op. cit., p. 31

[365] Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 136

[366] ivi, p. 140

[367] ivi, p. 142

[368] ivi, p. 143

[369] Per approfondire l’argomento, rimando a Antonio Tricarico, “Fmi e Banca Mondiale, vent’anni di ricatti e disastri”, Il Manifesto, 10 ottobre 2007

[370] Ha-Joon Chang, op. cit., p. 23n

[371] ivi, p. 23-24

[372] Il ‘Punto Fisso’ consisteva nel reprimere l’opposizione di sinistra.

[373] “Il Caracazo è una rivolta contro le condizioni di vita forzate del neoliberismo […] si tratta di una ‘rivolta di affamati’ […] Il Caracazo può essere definito come fattore costituente per i movimenti di trasformazione che alla fine del secolo sfoceranno nel processo bolivariano”, cit. in Dario Azzellini, Il Venezuela di Chávez. Una rivoluzione del XXI secolo?, DeriveApprodi, Roma 2006, p. 16-17

[374] Kenneth Roberts, Polarización social y resurgimiento del populismo en Venezuela, in Steve Ellner, David Hellinger, La política venezolana en la época de Chávez, Nueva Sociedad, Caracas 2003, cit. in Dario Azzellini, op. cit., p. 14

[375] Nel 1996 l’inflazione venezuelana raggiunge il 100%.

[376] Circa il 30%.

[377] Fino a pochi anni prima, Rafael Caldera era leader indiscusso del Copei.

[378] Dario Azzellini, op. cit., p. 19

[379] ivi, p. 16

[380] ivi, p. 274

[381] Inizialmente le decisioni venivano prese in maniera consensuale.

[382] Dario Azzellini, op. cit., p. 20

[383] ivi, p. 19

[384] ivi, p. 24

[385] ivi, p. 25

[386] ivi, p. 24

[387] Vedi nota 402

[388] “In altri settori sono state realizzate privatizzazioni, ma con condizioni favorevoli per lo Stato e partecipazioni maggioritarie dello stesso”, cit. in Dario Azzellini, op. cit., p. 274

[389] Dario Azzellini, op. cit., p. 87

[390] ivi, p. 161

[391] Il 27 maggio 2007 Rctv ha interrotto le trasmissioni. La versione ufficiale riguarda la scadenza della licenza ventennale concessa nel 1987 ed in scadenza a fine maggio 2007, ma vi sono state certamente premeditazioni del governo scaturite da posizioni anti cháviste, nonché anti democratiche e razziste, del canale televisivo. Per approfondimenti rimando a Maurizio Matteuzzi, “Chavex spegne Rctv, strage di telenovelas e di tg golpisti”, Il Manifesto, 29 maggio 2007

[392] Dario Azzellini, op. cit., p. 169

[393] ivi, p. 26

[394] ivi, p. 27

[395] ivi, p. 33

[396] Eva Golinger, Crociata USA contro il Venezuela. Decifrato il “codice Chávez”, Zambon Editore, Frankfurt 2006

[397] “Secondo diverse fonti, l’azione sarebbe stata orchestrata dall’organizzazione di estrema destra di cubani esiliati (Canf), i quali parteciparono attivamente all’organizzazione del golpe”, cit. in Dario Azzellini, op. cit., p. 34

[398] Dario Azzellini, op. cit., p. 37

[399] ibidem. L’ambasciatore americano a Caracas nel 2002 era Charles Shapiro, già addetto militare dell’ambasciata a stelle e strisce in Cile nel 1973, anno del colpo di stato contro Salvador Allende.

[400] Dario Azzellini, op. cit., p. 37

[401] ibidem

[402] Il Venezuela è oggi il quinto produttore mondiale di greggio e, se consideriamo le riserve di olio pesante del bacino dell’Orinoco, è il paese con la maggior riserva di petrolio (315,5 miliardi di barili). La politica del Mvr in materia, ha cercato accordi con l’Opec (di cui il Venezuela è membro) su quote estrattive comuni per valorizzare la risorsa. Negli anni Settanta il Venezuela nazionalizzò le riserve petrolifere (e d’acciaio), ma la corruzione e la cattiva amministrazione lasciarono carta bianca alle multinazionali. La crisi economica degli anni Ottanta e Novanta è di immediata comprensione se si guarda la flessione del prezzo del petrolio nello stesso arco di tempo. Chávez ha rinazionalizzato la Pdvsa (le cui entrate nette nel 2005 sono ammontate a 9,4 miliardi di dollari, con un fatturato pari a 63,2 miliardi di dollari che la rende la seconda impresa per grandezza di tutto il Cono e la terza impresa petrolifera del mondo) dopo averla epurata di 18.000 dipendenti a seguito del sabotaggio del 2002-2003, reinvestendo gli utili nello stesso Venezuela, pagando con regolarità le tasse e destinando ingenti somme per il progresso sociale del paese.

[403] Dario Azzellini, op. cit., p. 41

[404] ivi, p. 43

[405] Nell’ottobre 2003, “i parlamentari del Mvr Roger Rondón, Juan Barreto e Nicolás Maduro presentarono alla stampa del materiale che doveva provare l’esistenza di un piano terroristico dell’opposizione e il coinvolgimento della CIA”, cit. in Dario Azzellini, op. cit., p. 73

[406] ivi, p. 67

[407] Nella precedente legislatura i partiti minori dell’opposizione occupavano 38 deputati sui 167 eletti.

[408] Dario Azzellini, op. cit., p. 78

[409] Christhian Valles Carabalo, Para crecer desde adentro, CONAC, MEDC Biblioteca Basica Tematica, Caracas 2004, cit. in Dario Azzellini, op. cit., p. 91

[410] Dario Azzellini, op. cit., p. 94

[411] Dichiarazione visualizzabile al sito www.minci.gov.ve/entrevistas2.asp?id=, rilasciata l’ 8 marzo 2005, cit. in Dario Azzellini, op. cit., p. 94

[412] Per un quadro più dettagliato rimando al sito www.mhv.gob.ve/habitat/pag/endogen.php

[413] Dario Azzellini, op. cit., p. 180-181

[414] ivi, p. 185. Il discorso di Chávez del 20 settembre 2005 è visualizzabile al sito www.rnv.gov.ve/noticias/index.php?act=ST&f=23708

[415] Il Capitolo VII, articolo 115 stabilisce le condizioni necessarie per l’esproprio: “Il diritto alla proprietà viene garantito. Ciascuna persona ha diritto all’uso, godimento, piacere e disposizione dei suoi beni. La proprietà sarà sottomessa alle condizioni, alle restrizioni e agli obblighi che stabilisce la legge ai fini dell’utilità pubblica o dell’interesse generale. Solo a queste condizioni, mediante ferma sentenza e risarcimento adeguato, potrà essere dichiarata l’espropriazione di qualsiasi classe di bene”, cit. in Dario Azzellini, op. cit., p. 134

[416] Dario Azzellini, op. cit., p. 137

[417] ibidem. Con il 2005 si è iniziato ad applicare il modello della cogestión nelle imprese pubbliche: nella fabbrica di alluminio ALCASA l’assemblea dei lavoratori ha eletto il personale dirigente.

[418] ivi, p. 94

[419] ivi, p. 106

[420] ivi, p. 107

[421] ivi, p. 108

[422] ivi, p. 114

[423] ivi, p. 120

[424] Per approfondimenti rimando al sito www.rebelion.org/noticia.php?id=17023

[425] Dario Azzellini, op. cit., p. 121

[426] ivi, p. 205

[427] ivi, p. 142

[428] ivi, p. 144

[429] ivi, p. 145

[430] ivi, p. 146

[431] Per approfondimenti sulla redistribuzione della terra nell’anno 2003, rimando all’articolo Revolución agraria entregó mas de 2 milliones de hectáres en 2003, datato 28 dicembre 2003, visualizzabile al sito www.venepres.gov.ve

[432] Dario Azzellini, op. cit., p. 147

[433] ivi, p. 148

[434] “Gli sgomberi possono solo avvenire con atti amministrativi e non più da parte della polizia. Inoltre è stata introdotta una penale per i latifondi incolti”, cit. in Dario Azzellini, op. cit., p. 148

[435] Dario Azzellini, op. cit., p. 150

[436] Tanto il Fncez quanto l’unica altra organizzazione contadina interregionale, la Canez (Coordinadora agraria nacional Ezequiel Zamora), si battono per il divieto assoluto di sementi geneticamente modificate.

[437] Non solo i proprietari terrieri, ma anche diverse organizzazioni contadine si oppongono al ‘metodo Chaz’.

[438] Dario Azzellini, op. cit., 154

[439] ivi, p. 188

[440] ivi, p. 190

[441] Al sito www.rebelion.org/noticia.php?id=19606 è visualizzabile un’intervista al presidente di Inamujer, María León.

[442] Al sito http://womenstrike8m.server101.com/Spanish/NoraCastaneda.htm sono visualizzabili approfondimenti sul progetto Banmujer (datati settembre 2003) spiegati dalla direttrice Nora Castaneda.

[443] Dario Azzellini, op. cit., p. 199

[444] ivi, p. 201

[445] ivi, p. 202

[446] ivi, p. 205

[447] ivi, p. 206. Per approfondimenti rimando al sito www.misionguaicaipuro.gov.ve

[448] Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 9

[449] Dario Azzellini, op. cit., p. 209

[450] Dal 9 dicembre 2005 in Venezuela è entrato a far parte del MERCOSUR accanto ad Argentina, Brasile, Paraguay ed Uruguay, diventandone pienamente membro il 4 luglio 2006. Bolivia e Cile hanno espressamente dichiarato il loro interesse a diventare membri.

[451] Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 215. Corsivo dell’autore.

[452] Dario Azzellini, op. cit., p. 209-210

[453] Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 9

[454] Dario Azzellini, op. cit., p. 216

[455] John Perkins, La storia segreta dell’impero americano, Minimum fax, Roma 2007, p.146-147

[456] Il riferimento è alla Rural Electrification Administration (REA) negli Stati Uniti.

[457] Hanno ricoperto importanti cariche alla Bechtel: George Schultz (segretario del Tesoro con Nixon e, successivamente, con Reagan), Caspar Weinberger (segretario della Difesa con Reagan), Daniel Chao (membro del comitato consultivo della Export-Import Bank degli Stati Uniti), Riley Bechtel (membro del President’s Export Council di George W. Bush).

[458] John Perkins, op. cit. (2007), p. 150

[459] ibidem

[460] ivi, p. 152

[461] Alma Guillermoprieto, “A New Bolivia?”, New York Review of Books, 10 agosto 2006, visualizzabile al sito www.nybooks.com/articles/19210, cit. in John Perkins, op. cit. (2007), p. 152

[462] Mal di montagna, dolori muscolari, morsi della fame ed altri disturbi digestivi.

[463] John Perkins, op. cit. (2007), p. 153

[464] ivi, p. 166

[465] ivi, p. 167-168

[466] L’UNESCO stima la componente indigena presente in Ecuador attorno al 45% della popolazione.

[467] Discorso tenuto dal presidente Correa nel giugno 2006, tratto da Maurice Lemoine, “Ecuador, una vittoria da consolidare”, Le Monde Diplomatique, gennaio 2007

[468] Juan Forero, “Presidential Vote Could Alter Bolivia, and Strain Ties with U.S.”, The New York Time, 18 dicembre 2005, p. A13, cit. in John Perkins, op. cit. (2007), p. 168

[469] John Perkins, op. cit. (2007), p. 169

[470] Si veda Adolfo Perez Esquivel, “Usa, il ritorno al cortile di casa”, Il Manifesto, 21 dicembre 2007

[471] Fonti diverse, come l’Associated Press, colloca la Colombia al terzo posto.

[472] Raúl Zibechi, “Brasilian Military Getting Ready for Vietnam-style U.S. Invasion”, Brazzil, 22 luglio 2005, visualizzabile al sito www.brazzil.com/content/view/9344/76, cit. in John Perkins, op. cit. (2007), p. 180. Per maggiori approfondimenti rimando al sito americas.irc-online.org

[473] Roberto Zanini, “ ‘C’è il pericolo di un golpe’ “, Il Manifesto, 30 ottobre 2007

[474] Si veda Guido Piccoli, “Colombia, onorevoli col mitra”, Il Manifesto, 17 febbraio 2007. Per possibili coinvolgimenti di Uribe nella questione ‘parapolitica’, si veda Laurence Mazure, “La crudeltà disumana del conflitto colombiano”, Le Monde Diplomatique, maggio 2007

[475] Il solo dipartimento di Santa Cruz produce il 30% del PIL boliviano e genera il 40% circa delle entrate fiscali.

[476] Pablo Stefanoni, “Bolivia, Santa Cruz contro Evo per terra, tasse e gas”, Il Manifesto, 21 dicembre 2007

[477] John Perkins, op. cit. (2007), p. 173

[478] Antonio Negri e Giuseppe Cocco, op. cit., p. 208

[479] ivi, p. 212

[480] John Perkins, op. cit. (2007), p. 114

[481] Venezuela, Argentina, Brasile, Bolivia, Ecuador, Uruguay e Paraguay.

[482] Maurizio Matteuzzi, “L’America latina si fa la sua banca”, Il Manifesto, 10 ottobre 2007

[483] Eric Toussaint e Damien Millet, “Banca del Sud contro Banca Mondiale”, Le Monde Diplomatique, giugno 2007

[484] Diletta Varlese, “Alba, prove tecniche di America unita”, Il Manifesto, 29 aprile 2007

[485] ibidem

[486] Dario Azzellini, op. cit., p. 226

[487] Michael Hardt e Antonio Negri, “Globalizzazione e democrazia”, in Antonio Negri (a cura di), Cinque lezioni di metodo su moltitudine e impero, Rubbettino, Soveria Mannelli, Catanzaro 2002, cit. in Dario Azzellini, op. cit., p. 226

[488] John Perkins, op. cit. (2007), p. 136

[489] Dario Azzellini, op. cit., p. 212-213

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in America Latina, Papers. Contrassegna il permalink.

Una risposta a America Latina: analisi storica dei conflitti economici e sociali

  1. GO TO MY SITE ha detto:

    Your means of telling the whole thing in this paragraph is truly nice, every one can simply be aware of it, Thanks a lot.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...