Peggiora lo status dei diritti in Siria

Negli ultimi anni la Siria, così come gli altri governi arabi della regione, ha accentuato le leggi repressive, che minano e spesso violano le libertà primarie.

È quanto emerge dal report annuale sui diritti umani nel mondo arabo del Cairo Institute for Human Rights Studies (Cihrs).

Nell’ultimo anno – sostiene lo studio – la principale preoccupazione di Damasco ha gravitato attorno all’emanazione di leggi a tutela dell’apparato di sicurezza nazionale da crimini e abusi, commessi e potenziali.

Al tempo stesso, la repressione della minoranza kurda si è inasprita, in forza del sostegno istituzionale che intacca il diritto di proprietà. Acquisti e vendite di abitazioni nelle zone di confine, in cui è concentrata la minoranza kurda, sono oggi vincolati da un lasciapassare governativo.

Infine, il disegno di legge sul personal status code mette i pericolo i diritti delle donne (privandole dello status di persone giuridiche, permettendo i matrimoni con donne bambino e, di fatto, gli abusi sessuali) e la libertà di religione (discriminando sulla sola base del credo le minoranze confessionali e disponendo un adattamento più radicale, nonché obsoleto, alla tradizione islamica).

A ciò va aggiunto che la Siria – contando anche sulla legge marziale in vigore dal 1963 – detiene il triste primato di attacchi sferzati ad attivisti per la salvaguardia e la diffusione dei diritti umani.

Tra gli arrestati vi sono Muhanad al-Hasani, presidente del Syrian Human Rights Organization, e Haitham al-Maleh, ex presidente e fondatore del Human Rights Association in Syria, mentre Nizar Rastanawi, membro dell’Arab Organization for Human Rights, non è stato rilasciato al termine della pena.

L’intelligence militare ha poi imposto la chiusura forzata del Syrian Center for Media and Freedom of Expression, e tredici promotori della rete dei gruppi d’opposizione legata alla “Dichiarazione di Damasco” stanno scontando pene in carcere.

Ad aggravare il quadro contribuisce il persistente rifiuto delle autorità a concedere riconoscimento legale alle organizzazioni per i diritti umani, tutt’ora costrette all’attività clandestina, ed il divieto alla libera mobilità nazionale ed internazionale imposto a 101 attivisti.

Sul versante libertà di espressione e di pacifica riunione, le cose non vanno meglio.
Gli indirizzi internet siriani bloccati dalle autorità supera quota 225, ed è stata emessa la condanna a tre anni di detenzione per un blogger accusato di “erodere la morale nazionale e indebolire il sentimento nazionale in periodo di conflitto”.

La minoranza kurda è la principale vittima degli attacchi del governo rivolti al diritto di riunione, che aggrava la già precaria condizione dei movimenti sociali e politici del paese: solo quest’anno, diverse decine di kurdi sono stati arrestati e condannati con processi irregolari per aver aderito a manifestazioni di protesta, o semplicemente perché sorpresi a celebrare in gruppo festività tradizionali kurde.

In ultima istanza, va segnalata la grave condizione delle carceri siriane. Nonostante la censura imposta da Damasco, nel 2009 si è avuta notizia di tre decessi dovuti a tortura o ad omicidi extragiudiziali. Restano inoltre ancora nascoste l’identità ed il numero delle vittime del massacro avvenuto il 5 luglio 2008 nella prigione di Sednaya, poco distante da Damasco.

Tuttavia, come sottolinea il rapporto del Cihrs, dalla Siria arriva anche qualche segnale positivo.

Oggi l’élite politica e culturale siriana appare più disposta a riconoscere i problemi cronici delle minoranze etniche e culturali. Quotidiani e media hanno ridotto gli attacchi rivolti agli attivisti per i diritti delle minoranze, e alcune pagine culturali hanno affrontato con sensibilità l’argomento.

Fonte: Cihrs, Hrw, Amnesty International, Daily Star)

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