Report Sharek Youth Forum 2009

Una condizione di profondo disagio, di manipolazione, sfruttamento ed assenza di diritti fondamentali. E’ questo il critico quadro dei giovani palestinesi, importante punto di partenza per cogliere i cambiamenti in corso nei territori palestinesi.

Il report 2009 dello Sharek Youth Forum ne analizza nei dettagli la situazione. Promotori e protagonisti della prima intifada, i ragazzi sono stati esclusi, o peggio, usati dalle diverse fazioni nella seconda intifada. Nel periodo successivo alle elezioni del 2006 e del 2007 la strumentalizzazione dei giovani non è mutata, tanto da poter affermare che “da simboli della liberazione nazionale e di una decisa rivendicazione durante la prima intifada, sono diventati gli assassini e le vittime”.

Lo studio è basato sui giovani tra i 15 ed i 25 anni di estrazione e visioni politiche eterogenee, appartenenti a dieci gruppi, sei nel West Bank e quattro nella Striscia di Gaza. I giovani palestinesi sono tra i più politicizzati del mondo: nonostante questo, la loro fiducia e appartenenza alle diverse fazioni politiche si è ridotta. Le ragioni vanno ricercate nella loro strumentalizzazione (anche violenta) da parte degli stessi gruppi politici, nella crescente disillusione circa il ruolo della politica e dei suoi attori, e nella sempre più diffusa paura di “far politica”.

L’impegno dei giovani si è spostato verso la società civile e gruppi di lavoro comunitari, nella speranza, questa inalterata, di contribuire al cambiamento della società in cui vivono. Le tematiche affrontate spaziano dalla questione sociale, alla condizione femminile, dalla cultura allo sport. Scarseggia però l’attenzione ai diritti umani e alla democratizzazione, diretta conseguenza della dipendenza dai donors internazionali, e, precisamente, del loro interesse a costruire nei giovani una morale rispettosa dei diritti umani e dei principi democratici, tralasciando il contrasto quotidiano in cui sono immersi. Persistono inoltre problemi legati all’interferenza governativa (sopratutto nella Striscia di Gaza), alla persistente e immutabile leadership di uomini adulti (a discapito di giovani e donne), nonché all’impossibilità di coinvolgere giovani appartenenti a comunità remote.

Spazi ricreativi, sportivi e culturali risultano di primaria importanza: la partecipazione dei giovani ad attività criminali, le conseguenza psicologiche del conflitto, i limiti alla coesione sociale dovuti all’estrazione o al gruppo politico di appartenenza, sono tutte problematiche implicitamente affrontate dalla disponibilità di spazi ricreativi per i giovani.

Trova conferma la viva partecipazione al percorso scolastico. Circa 1,1 milioni di ragazzi frequentano la scuola primaria e secondaria, senza evidente differenza tra i sessi. Tra il 25 ed il 30 % dei giovani è iscritto all’Università, valore sopra la media dei paesi arabi: da notare che vi sono più donne che uomini immatricolati. Questo trend virtuoso si sta però smorzando: l’attuale sistema scolastico ha scarsi legami con il mondo del lavoro quanto a metodologia di studio (prevalentemente teorica), a tematiche affrontate (prevalgono materie umanistiche e vi è limitato orientamento verso istituti tecnici), nonché in riferimento a partnership formative con realtà imprenditoriali (legami necessari, tanto con il settore pubblico che privato). Le critiche avanzate al sistema palestinese riguardano i programmi scolastici, non aggiornati rispetto alla domanda di lavoro locale, e la qualità dell’insegnamento, vittima dello scarso sostegno statale (tasse universitarie al 60%) aggravato dall’aumento delle immatricolazioni (correlato alla crescita demografica).

A dispetto della diffusa scolarizzazione, povertà e disoccupazione imbrigliano i giovani, impedendo l’emancipazione dal nucleo familiare (con conseguente circolo vizioso su condizione economica e povertà), una libera formazione scolastica ed una piena integrazione nella società. Le conseguenze più diffuse sono l’arruolamento in gruppi armati e l’emigrazione. Fra le cause non può che primeggiare indiscusso lo stato d’occupazione forzata, seguito da un radicato sistema clientelare (denominato wasta) propedeutico al posto di lavoro.

Sottoposte a discriminazione sociale, le giovani donne restano ai margini del mondo del lavoro. Le radici di tale situazione vanno rintracciate nella prevalente cultura patriarcale, nelle leggi vigenti e nell’assenza di protezione istituzionale, fattori che impediscono anche il conseguimento di libertà fondamentali.

La salute dei palestinesi tutti ed in particolare dei giovani di ambo i sessi, risente dello stato di occupazione forzata. I servizi medici, di per se già precari, sono costretti a muoversi negli stretti margini concessi da Tel Aviv, quanto a medicinali, macchinari e rifornimenti di base: ai palestinesi (giovani inclusi) è vietato lasciare Gaza per ottenere cure life-saving. Oltre alle conseguenze fisiche (delle armi legali ed illegali), l’occupazione crea nei giovani disturbi mentali, cronici e legati al benessere sociale. I valori a riguardo risultano in costante aumento, ma l’attenzione prestata dal piano strategico nazionale sulla salute 2008 – 2010 non ne affronta con la dovuta attenzione la gravità.

Principale obiettivo dei militari israeliani nonché prima linea dei movimenti di resistenza, i giovani palestinesi hanno una bassa percezione di giustizia e sicurezza. La divisione amministrativa della Striscia di Gaza e di West Bank è interpretata come una sconfitta, che espone ancor di più a violenze, abusi, costrizioni: mentre nel West Bank le restrizioni alle libertà individuali sono innanzitutto attribuite al tessuto socio-culturale, a Gaza è il governo ad avere il controllo diretto sulle vite dei giovani.

Disillusi da governo e forze di polizia, i giovani individuano tanto nella percezione di pericolo e insicurezza, quanto nell’effetto negativo su libertà nazionale e relazioni sociali, le principali conseguenze della divisione interna. Nonostante quanto detto, è lo stato di occupazione la causa primaria di insicurezza tra i giovani, che erode drasticamente libertà di movimento, diritto all’educazione e vulnerabilità.

Fonte: Sharek Youth Forum

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