Idrodiplomazia

La carestia continua ad affliggere le regioni orientali della Siria, ridotte a deserto da due anni di siccità. Da più parti ci si interroga sulle ragioni e sulla portata della drammatica situazione.

Marwa Daoudy, ricercatrice presso l’Università di Ginevra, si sofferma sulle pagine di Syria Today ad analizzare la situazione dell’“Idrodiplomazia siro-turca”, le cui implicazioni possono suggerire ragioni all’origine del problema.

Sul territorio turco nascono e scorrono per lunghi tratti il Tigri e l’Eufrate, su cui Ankara è intervenuta più volte per sfruttare questa ricchezza a proprio vantaggio. “Dal 1980 la Turchia ha dato il via a costruzioni di enormi progetti di sviluppo, consistenti in 22 dighe e 19 centrali idroelettriche sull’Eufrate e sul Tigri” afferma Daoudy. “L’ultimo progetto – continua – il South-Eastern Anatolian Project (GAP), si propone di irrigare circa 1,7 milioni di ettari e di produrre 27 bilioni di kWh all’anno, equivalenti al 19% delle terre turche irrigabili e al 22% del suo potenziale idroelettrico”.

Le conseguenze di tali progetti sorgono a valle: “La Turchia – ammonisce Daoudy – considera questo progetto come un’impresa nazionale”. Al momento il GAP è realizzato per il 44%. Stime avanzate da esperti internazionali, suggeriscono che l’opera completa tratterrà il 70% della portata naturale dell’Eufrate. Inoltre, a fianco del problema di disponibilità di acqua, un ulteriore preoccupazione è mossa dalle conseguenze sulla qualità della stessa: a seguito di opere come il GAP, le acque accuseranno l’ingente afflusso di pesticidi, fertilizzanti ed altri additivi sintetici usati (intensivamente) in agricoltura.

La vittima principale sembra essere l’Iraq, dal 2003 (e dai conseguenti nuovi equilibri di forza regionali) escluso dagli accordi turco-siriani in materia di approvvigionamento idrico, e i cui bacini sembrano destinati ad essere più asciugati (e inquinati) a monte. A Damasco non paventano certo un futuro migliore, considerato che la dipendenza dalla fornitura idrica estera ammonta all’80% del totale, e che per il letto dell’Eufrate scorre la maggior parte (65%) della disponibilità interna di acqua.

Dalla grave crisi di inizio anni Novanta, momento in cui Damasco minacciava severi interventi contro la decisione turca, noncurante del protocollo bilaterale del 1987, di limitare drasticamente la portata dell’Eufrate per favorire il riempimento della diga Ataturk, sono stati fatti passi avanti. Nei primi anni del secolo la Turchia ha spostato l’attenzione dalla sovranità sulle acque alla distribuzione dei vantaggi, instaurando un dialogo divenuto bilaterale con l’esclusione dell’Iraq dal momento dell’occupazione. Ciononostante, nemmeno in occasione del Quinto Forum Mondiale sull’Acqua, tenutosi nel marzo 2009 a Istanbul, la Turchia ha riconosciuto il Tigri e l’Eufrate come acque internazionali, ribadendo nei fatti quanto affermato nel 1995 dall’ex presidente Suleyman Demirel:”Né Siria né Iraq possono reclamare sulle acque turche, tanto quanto Ankara non può fare sul loro petrolio. Abbiamo il diritto di fare ciò che riteniamo opportuno”.

“Siamo in una situazione in cui serve un rimedio agli accordi”, afferma Faisal Rifai, direttore dell’Euphrates-Tigris Initiative for Cooperation (ETIC). “Quello che serve alla regione del Tigri e dell’Eufrate è un concreto e innovativo concetto di cooperazione. Una prospettiva di divisione dei vantaggi fra i tre paesi bagnati dai fiumi, Turchia, Siria e Iraq, potrebbe essere la miglior strutturazione di un processo di sviluppo”.

D’altra parte, la Siria ha recentemente reso pubblico un progetto di utilizzo delle acque del Tigri (precisamente, 1 bilione di metri cubi) da destinare all’irrigazione di 25 mila ettari di terreno, proprio in quel nord-est messo in ginocchio dalla carestia. “Temo che siano progetti di questo tipo ad accrescere le tensioni tra i paesi, perché gli accordi non sono chiari” ha affermato un analista a John Dagge, di Syria Today.

“Al momento c’è disaccordo. Ogni paese ha il suo punto di vista circa la divisione dei vantaggi derivanti dalle ricchezze idriche” sostiene Nader al-Bunni, Ministro dell’Irrigazione siriano. “Ma continuando il dialogo – conclude – queste distinte posizioni sono destinate a convergere”.

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