Damasco e la società civile

La società civile siriana rivendica il riconoscimento governativo istituzionalizzato e diffuso a tutte le realtà associative impegnate nel sociale, al fine di salvaguardarsi da strumentalizzazioni opportunistiche ed integrarsi a dovere nel tessuto sociale, condizioni necessarie per ottenere determinati successi sul territorio.

E’ quanto emerge da un dossier pubblicato da Syria Today a inizio marzo. Raccogliendo contributi tanto dalle svariate declinazioni del mondo civile siriano, quanto da funzionari di governo, il periodico traccia un sobrio quadro della situazione, evidenziando disfunzioni, interessi e potenzialità.

Dal momento del suo insediamento nei palazzi di Damasco nel 2000, Bashar al-Assad mostra, per mano della first lady Asma al-Assad, interesse a supportare una parte della società civile, precisamente un associazionismo incentrato sullo sviluppo sociale e ambientale, sull’educazione, la salute ed i diritti delle donne. Tale impegno porta alla nascita nel 2001 della Firdos, prima agenzia non governativa di sviluppo rurale; nel 2005 inizia l’attività la Shabab, organizzazione di supporto all’imprenditoria culturale tra i giovani siriani; nel 2007 viene alla luce il Syria Trust for Development, punto di riferimento per tutte le realtà sociali impegnate nello sviluppo del paese.

I risultati di questa fetta della società civile non sono mancati, ma restano circoscritti ad un ristretto ventaglio di realtà promosse dal governo, limitate a determinate tematiche legate allo sviluppo. A gravare sulla libertà del mondo associativo pesa l’immutato proibizionismo della legge n. 93 del 1958 e del successivo emendamento del decreto 224 del 1969.

Modifiche alla legge sono in discussione da più anni, ma a dispetto delle aspettative restano progetti teorici. “C’è un comitato di esperti che include avvocati e tecnici della società civile e delle Ong che sta lavorando ad un disegno di legge” affermava nel settembre 2007 il ministro degli affari sociali e del lavoro Diala Hajj Aref. “Stiamo lavorando al progetto di legge con molta cura … il ministero completerà il lavoro sulla legge che passerà al vaglio del governo per diventare infine effettiva”.

“Impareremo dai nostri errori e presto entrerà in vigore una legge vagliata dalla società civile, che permetterà alle Ong di lavorare con tutte le tutele necessarie per un impegno efficiente”, ha ribadito Asma al-Assad lo scorso gennaio, in occasione della conferenza internazionale sulla società civile tenutasi a Damasco.

Le perplessità restano. Il fervore associazionistico denominato “Primavera di Damasco” che ha accompagnato i primi mesi della presidenza di Bashar al-Assad è stato accusato di cospirazione politica e soppresso dal governo. Da allora il fenomeno non si è arrestato, coinvolgendo la sfera della società civile impegnata in tematiche scomode a Damasco.

D’altra parte, il riconoscimento sia anche meramente legale del governo è necessario al mondo associativo. “In ogni paese, se il lavoro è teso a modellare la forma mentis della società il governo è indispensabile, specialmente in un paese come la Siria che ha un modello economico pianificato dal centro”, afferma Yamm al-Oreibi, presidente di Shabab.

L’equilibrio da ricercare è labile, inseguendo da un lato il lasciapassare del governo e preservando dall’altro l’indipendenza della società civile. “Ricevere finanziamenti dal governo è rischioso, ma ancor più rischioso è rivolgersi singolarmente al settore privato o richiedere finanziamenti”, sostiene Omar Abdulaziz al-Hallaj, direttore del Syria Trust for Development, organizzazione co-fondata dal governo. “La sola garanzia per la sopravvivenza della società civile è lasciare tutte le porte aperte, accumulando esperienze costruttive che ne evidenzino il potenziale, dimostrando al contempo la capacità di auto-istituzionalizzarsi”.

La natura dei problemi non è solo esogena, ma coinvolge anche aspetti endogeni tanto del mondo associativo quanto delle singole organizzazioni. “Le spaccature in alcune organizzazioni impegnate nei diritti umani discendono da affiliazioni politiche”, riconosce Hassan Abbas, ricercatore siriano in ambito culturale. “Lavoriamo da soli, non c’è collaborazione con altre Ong siriane”, aggiunge Bassam Kadi, direttore del Syrian Women Observatory. “Le organizzazioni della società civile devono cooperare, altrimenti la situazione peggiorerà”.

A dispetto della complessità del quadro, non sono mancati i successi. Nel 2003 l’impegno femminile della Social Initiative Society raccoglie un così ampio successo mediatico tale da ottenere l’emendamento dell’articolo del Personal Status Code relativo agli affidi, vedendo innalzata l’età di custodia dei minori. Nel 2005 Bassam Kadi lancia una campagna per sensibilizzare circa i crimini d’onore: il successo dell’iniziativa spinge il presidente Assad ad emendare nel 2008 con un decreto legge l’articolo 548 del Codice Penale, stabilendo una pena minima di due anni di reclusione per detto crimine.

Le conquiste non devono illudere. “La società civile siriana è delusa, non beneficia del diritto alla libertà”, afferma Abbas. “Tanti impegni continuano ad essere arginati. Il lavoro è da molti criticato perché debole, ma in realtà è la società civile stessa ad essere stata indebolita”. Le accuse non provengono solo dal governo, ma anche dal mondo religioso, più volte schierato in opposizione agli attivisti sociali, etichettati come “agenti dell’Occidente”.

Damasco è oggi consapevole dell’importanza della società civile per raggiungere livelli di sviluppo più compiuti, e non può più prescindere da essa ricorrendo ad artificiosi surrogati creati ex-novo a seconda delle necessità del momento. Nonostante le difficoltà, il lavoro di questi anni ha ottenuto successi e seguito nel tessuto sociale, importanti punti di forza nelle rivendicazioni di riconoscimento legale e sociale, precondizioni per una nuova, inedita fase di sviluppo civile.

Fonte: Syria Today

[articolo scritto per Osservatorio Iraq]

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