Nasce l’ennesima organizzazione regionale

E’ stato firmato lo scorso 23 febbraio l’atto di nascita della Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños. A Quintana Roo, nei pressi di Playa del Carmen (Messico), la Cumbre de América Latina y el Caribe (CALC) ha approvato per volontà dei presidenti e delle alte autorità dei 32 paesi della regione latinoamericana e caraibica, la costituzione della neonata comunità, il cui compimento verrà discusso e sentenziato nel 2011 in Venezuela e nel 2012 in Cile.

La proposta, obiettivo previsto dalla CALC[1], va letta come step necessario nel cammino avviato dalla Dichiarazione di Rio de Janeiro nel 1986, a sua volta sintesi del Gruppo Contadora e del Gruppo di supporto Contadora. Volutamente esclusi per ragioni politiche ed economiche, Stati Uniti e Canada; diverse invece le ragioni in capo all’esclusione di Honduras, che lasciano sul campo pareri discordanti. In linea col sentiero delineato, la Comunidad de Estados Latinoamericanos è promossa dalla necessità di creare un’organizzazione regionale che possa offrire un’alternativa concreata alle unioni regionali promosse e modellate dagli USA. Il riferimento è tanto alla fallita Área de Libre Comercio de las Américas (ALCA) quanto all’Organizzazione degli Stati Americani (OAS).

La Comunidad è un’organizzazione regionale senza alcun legame con la sfera politica e commerciale dei paesi firmatari. Non si parla di un trattato di libero commercio, stadio più semplice di integrazione economica, come è il NAFTA (North Atlantic Free Trade Area). Le finalità della Comunidad sono piuttosto simili a quelle dell’ALBA[2], vertendo sulla promozione della cooperazione fra i meccanismi sub-regionali e basandosi su principi quali il rispetto del diritto internazionale, la eguaglianza degli stati sovrani, il ripudio dell’uso della forza e della minaccia, la promozione della democrazia e dei diritti umani. Detti obiettivi saranno perseguiti attraverso un impulso all’integrazione regionale, promuovendo lo sviluppo sostenibile e la concertazione politica, convocando forum e incontri con la società civile[3].

Facciamo un passo indietro. Il progetto ALCA nasce come estensione del NAFTA ai paesi caraibici e del centro e sud America: l’integrazione economica proposta da Washington si propone di tagliare le tariffe sui beni manufatti ed agricoli, tenendo al contempo alte le barriere sui beni classificati “proprietà intellettuali”. Agguerrito oppositore del progetto, il Brasile di Lula rifiuta un pacchetto unico di riforme, demandando le questioni più delicate al WTO. Dopo diversi incontri senza progresso, il vertice dell’OAS tenutosi a Buenos Aires nel novembre 2005 ne sancisce il fallimento: la posizione di Brasilia già supportata dal Venezuela di Chávez, trova la solidarietà del Mercosur[4] (Mercado común del Sur). Pensare ad un’ALCA senza Argentina e Brasile snatura il progetto.

Sulle macerie dell’ALCA Caracas pensò l’ALBA, un’alternativa alla proposta statunitense riassumibile in un patto di solidarietà fondato sui valori di giustizia ed uguaglianza, che mira ad uno sviluppo endogeno del sub-continente inseguendo innanzitutto l’auto-sostentamento. Il seguito alla proposta venezuelana non è stato all’altezza delle aspettative di Chávez, raccogliendo consensi importanti solo da paesi a marcata maggioranza socialista (Cuba, Bolivia, Nicaragua ed Ecuador, fra gli altri), nonostante il supporto esterno dei giganti del sub-continente in progetti essenziali come il Banco del Sur[5]. Qui la politica si intreccia a maglie strette con l’economia: comprare il petrolio venezuelano a prezzi vantaggiosi attira consensi, ma le pericolose derive populiste del leader venezuelano rischiano di compromettere (verso l’esterno) i sostenitori delle sue proposte negli accordi bilaterali con il resto del mondo e (all’interno) di minare il consenso.

D’altra parte, proprio l’adesione del Venezuela al Mercosur nel dicembre 2005 (effettiva dal luglio seguente) ha riacceso il dibattito sull’integrazione regionale, in particolare tra i paesi membri della Comunidad Andina de Naciones (CAN). Nata con l’obiettivo di creare un’unione doganale e di coordinare le politiche economiche tra i paesi andini, la CAN si rivoluziona negli anni Ottanta per sopravvivere alla crisi del debito, dando vita ad uno sviluppo prettamente commerciale aperto agli scambi, culminato con la creazione di un’area di libero scambio nel 1993. Accantonato il contenuto sociale, la CAN attraversa una doppia crisi identitaria, probabilmente intrecciata: sul versante economico, il modello aperto lavora in un’ottica liberista che accentua anziché ridurre le disparità sociali; sul versante politico, i paesi membri imboccano percorsi politici marcatamente distinti, contribuendo allo stallo della situazione.  La decisione venezuelana di uscire dalla comunità nel maggio 2006 è naturale conseguenza dell’immobilismo che addormenta finanche l’unione doganale, a cui Caracas predilige il dinamismo (seppur a sua volta privo di connotati sociali) di un Mercosur avverso a proposte d’integrazione marchiate da Washington (come l’ALCA) e trainato da un potente Brasile incline ad un’integrazione latinoamericana[6] e da un’Argentina con cui Caracas ha stretto importanti scambi bilaterali in occasione della crisi energetica del 2004 (e del 2006) rifornendola di greggio.

Non per altro è proprio a Brasilia che si costituisce il 23 maggio 2008 l’UNASUR (Unión de Naciones Suramericanas), istituzione nata sul modello dell’UE con l’obiettivo di sostituirsi all’OAS integrando Mercosur e CAN. Seppur dotata di un consiglio di difesa, l’UNASUR è ancora debole, ma riesce comunque a spegnere il focolare tra Ecuador e Colombia nel 2008, a supportare la legittimità di Morales, ad impegnarsi a favore di Zelaya in Honduras e ad alzare la voce alla notizia dell’installazione di nuove basi USA in Colombia e della presenza della IV flotta della marina a stelle e strisce in acque caraibiche e degli stati dell’UNASUR.

La Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños si inserisce nell’intrigato groviglio d’integrazione regionale con ruoli precisi in relazione alle (numerose) altre organizzazioni internazionali latinoamericane. Le due organizzazioni che l’UNASUR promette di sintetizzare (Mercosur e CAN) hanno tratti pressoché esclusivamente economici; anche l’UNASUR è un’istituzione economica con prospettive politiche, esattamente com’è stato il percorso che ha portato alla UE. Al contrario, l’ALBA assume connotati a sfondo sociale, ma è una provocazione di Chávez agli USA, a cui i governi conservatori della regione non potranno mai aderire, tanto per ragioni politiche quanto per opportunismo economico da leggere in un’ottica di accordi bilateri sostitutivi all’ALCA. Anche Brasile e Argentina non hanno sposato il progetto bolivariano per ragioni analoghe, seppur non perfettamente sovrapponibili: resta però viva a Brasilia ed a Buenos Aires la volontà di accentuare ed allargare un processo d’integrazione non circoscritto ad un mercato comune. Da questa volontà nasce la Comunidad, permeata dei valori sociali necessari ad integrare l’UNASUR, libera da connotati chavisti e capace di raccogliere il consenso di tutti i 32 governi della regione[7].

A questo punto bisogna riflettere sull’esclusione dei due colossi settentrionali, in particolare gli USA: come assiste Washington agli sforzi di emancipazione del proprio giardino di casa, sempre più convinto a sviluppare un progetto d’integrazione regionale, di cui la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños è solo un’ultima declinazione[8]? Le risposte sono molteplici, riassumibili in due linee guida. Innanzitutto, a favore dei paesi centro meridionali gioca il pantano mediorientale che costringe la Casa Bianca ad un ingente impiego di uomini e forze, tali da impedire una dedizione ai vicini meridionali sui livelli del secolo scorso. D’altra parte, le cause non sono esclusivamente esogene: dai primi anni del secolo XXI un diffuso consenso investe i candidati alla presidenza di diversi paesi naturalmente inclini ad accordi sud-sud finalizzati ad un affrancamento dal giogo statunitense; tendenza che ha trovato conferma al momento del vaglio elettorale, e che permette una capillare attenzione ed avversione quando non una denuncia pubblica di possibili ingerenze USA[9]. E l’insediamento di Obama alla Casa Bianca non mostra un cambio di rotta rispetto alla politica repubblicana nemmeno in occasione del golpe di Micheletti in Honduras, evidenziando posizioni differenti all’interno degli stessi democratici.

Il percorso d’integrazione regionale è tutt’altro che in discesa. Diverse sfide ne mettono a repentaglio il cammino, minacciandolo sotto più aspetti. In primis, il consenso al progetto regionale interno ai singoli stati, manifestato come sostegno ai leader impegnati in questa direzione: la recente svolta a destra del Cile rappresenta una prima importante prova, non meno delicata dei nuovi equilibri argentini maturati nella consultazione elettorale del giugno 2009, che la Kirchner deve suo malgrado gestire. Con uno sguardo all’imminente futuro, sarà determinante l’esito delle urne brasiliane, che ad ottobre investiranno il successore di Lula. In secondo luogo, l’armonia di un’organizzazione regionale che raggruppa paesi di colori politici avversi necessita di un paziente lavoro diplomatico. Nella due giorni di inaugurazione della Comunidad alcuni nodi sono già venuti al pettine. Uribe e Chávez si sono scontrati verbalmente: il premier colombiano lamentando l’embargo commerciale imposto da Caracas che isola Bogotá; la controparte venezuelana accusando di essere stata minacciata da paramilitari e delinquenti colombiani. Solo l’intervento pacificatore di altri leader ha convinto Chávez a non abbandonare il vertice e Uribe a moderare il linguaggio[10]. Anche l’esclusione di Honduras (non invitato perché sospeso dall’OAS) ha suscitato polemiche[11], come anche le proposte di rimpiazzare l’OAS (cui partecipano sia Canada che USA) con la neonata Comunidad[12]. Certo, non tutto il male vien per nuocere: su alcuni punti caldi i leader si sono trovati d’accordo, convergendo sia sulla sovranità delle isole Malvine[13], sia sulla denuncia dell’embargo statunitense a Cuba, sia sul sostegno all’Ecuador di Correa accusato da un organo internazionale di lavare denaro sporco per fini terroristi[14]. Il terzo aspetto riguarda le relazioni internazionali, e pone diversi stati davanti alle proposte statunitensi di accordi bilaterali invitanti e non sempre trasparenti. E’ importante che la valutazione del costo-opportunità degli stati più vicini a Washington non sia limitata ad un’ottica, seppur vitale, di scambi sud-sud, ma consideri prospettive globali trainate da Brasile e Messico di accordi regionali con i giganti asiatici, che possono pesare sulla bilancia in modo preponderante. Le diffidenze tra i grandi paesi della Comunidad devono lasciare il campo a proficue collaborazioni che portino ad un avvicinamento degli stessi: gli imprenditori messicani non devono temere la competitività del nucleo industriale brasiliano di San Paolo, ma preoccuparsi piuttosto di incrementare lo scambio economico da cui deriverà un avvicinamento dei due paesi[15]. L’esempio deve essere l’esperienza positiva dell’UE e la volontà va alimentata con la crescente coscienza di una regione virtuosa, emancipata (ma non opposta) agli USA.


[1] Fino al momento del compimento del processo di costituzione della Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños il Gruppo di Rio e la CALC continueranno le proprie attività unificate in un unico organismo, preservando le proprie metodologie di lavoro e scadenze, al fine di mantener fede ai rispettivi mandati. eluniversal.com

 

[2] Per aprofondimenti sull’Altenativa Bolivariana por las Americas (ALBA), vedi Dario Azzellini, “Il Venezuela di Chávez”, Derive Approdi 2006, pag. 209-210

[3] Vedi link nota 1

[4] Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e dal 2006 Venezuela sono paesi membri. Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador e Perù paesi associati.

[5] Per i dettagli relativi al Banco, vedi Maurizio Matteuzzi, “L’America latina si fa la sua banca”, Il Manifesto, 10 ottobre 2007

[6] Per approfondimenti sulla politica brasiliana degli ultimi anni si veda le monde diplomatique.it

[7] Al vertice hanno partecipato tutti i 32 governi del centro e sud America, più i paesi caraibici, con l’unica eccezione dell’Honduras: la Comunidad è però partecipata attivamente da 25 paesi. Vedi rnw.nl

[8] Per completezza, vale la pena ricordare un’altra associazione per l’integrazione regionale, l’ALADI, subentrata a Montevideo nel 1980 all’ALALC

[9] “Washington sta creando un esercito sudamericano unificato, agli ordini del Pentagono, che è una versione militare della proposta Free Trade Area of the Americas e ha il proprio quartiere generale in Colombia”, sostiene Raúl Zibechi, membro del comitato di redazione del settimanale Brencha di Montevideo. Si veda Raúl Zibechi, “Brasilian Military Getting Ready for Vietnam-style U.S. Invasion”, Brazzil, 22 luglio 2005. Per una digressione più recente sul tema rimando ad un articolo di Maurice Lemoine visualizzabile all’indirizzo le monde diplomatique.it Lo stesso Morales ha messo in guardia sul pericolo di un golpe in Bolivia, orchestrato dall’ambasciata americana col supporto di gruppi paramilitari colombiani. Si veda Roberto Zanini, “C’è il pericolo di un golpe”, Il Manifesto, 30 ottobre 2007.

[10] Vedi eluniversal.com

[11] Il presidente uscente del Costa Rica, Oscar Arias, ha affermato che “in questo vertice di unità è assente il governo honduregno, il cui popolo è vittima di un golpe militare in ragione del quale merita aiuto piuttosto che emarginazione”. Vedi link nota 9.

[12] “E’ molto importante non prendere di rimpiazzare l’OAS. L’OAS è un’organizzazione permanente con funzioni proprie”, ha dichiarato il neo-eletto presidente cileno Sebastián Piñera, ospite del vertice. Vedi link nota 9.

[13] Lula ha criticato l’ONU accusata di occuparsi solo degli interessi dei membri del Consiglio di Sicurezza, tralasciando conflitti aperti come la diatriba tra Argentina e Regno Unito sulla sovranità delle isole Malvine. Vedi elorbe.com

[14] Vedi link nota 13

[15] Si ascolti a questo riguardo l’intervista a Lucio Oliver, direttore del dipartimento di studi latinoamericani dell’Università Nazionale Autonoma del Messico e specialista in sociologia politica. Vedi link nota 7.

[articolo scritto per Eurasia]

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