Estrazioni in recessione

La Siria ridurrà l’estrazione di greggio nei prossimi 15 anni. E’ quanto programmato dal Ministero del Petrolio e delle Risorse Minerarie che nei giorni scorsi ha messo all’asta i diritti d’esplorazione e produzione di otto zone d’estrazione nel nord-est, est e sud del paese.

Negli ultimi anni l’estrazione petrolifera siriana si è attestata attorno ai 376 mila barili annui, di cui il 40,5% rappresentato da “light crude”, la qualità più pregiata estratta in Siria, ed il restante 59,5% da “heavy crude”. Il piano proposto prevede una produzione complessiva di 2 miliardi di barili fino al 2025, pari ad una media di annua di 342.465 barili (ed una contrazione del 9%). Nei primi 5 anni si terranno valori vicini agli attuali (380 mila barili/anno), destinati a ridursi nel successivo decennio garantendo una produzione minima di 250 mila barili/anno (contrazione del 34%), in linea con l’andamento del settore negli ultimi 15 anni, passato dai 610 mila barili/anno del 1995 ai 376 mila del 2009.

“Il nostro piano è avere stabilità nella produzione ed evitare qualsiasi aspro declino”, afferma Ali Abbas, direttore generale della General Petroleum Corporation. “Al momento sono sicuro che la produzione non si ridurrà così drasticamente. Nei prossimi vent’anni la maggior parte della produzione siriana sarà di heavy oil ottenuto da fratture nelle formazioni di carbonato. Fino ad oggi l’estrazione da questo tipo di formazione è stata difficile. Nel futuro, ad ogni modo, le nuove tecnologie incrementeranno il volume d’estrazione”.

Damasco ha già attuato un processo di decentralizzazione dell’economia nazionale dall’industria petrolifera, raggiungendo risultati soddisfacenti: nel 2003 gli introiti del petrolio rappresentavano il 51% delle entrate del governo, nel 2008 il 23%. Lo scorso luglio è stata interrotta l’esportazione di light crude, ritenuto necessario al sistema di raffinazione interno, obsoleto quanto a strutture e qualitativamente povero. L’embargo sul commercio unito alle sanzioni imposte da Washington hanno tenuto i colossi occidentali del settore distanti dal paese, compromettendo lo sviluppo di infrastrutture.

L’auspicio è che i giganti petroliferi non occidentali occupino lo spazio libero, portando con sé la tecnologia necessaria. Gli sguardi sono tutti rivolti alla Cina, che negli ultimi diciotto mesi si è mostrata interessata alle risorse siriane, acquistando fette di mercato nei maggiori pozzi del paese. “La tecnologia non è disponibile solo negli Usa”, sostiene Omar al-Hamad, direttore generale della Syrian Petroleum Company. “E’ disponibile anche presso altri paesi, nelle imprese europee, russe o cinesi”. Non tutte le aspettative sono però rosee: “Se la Cina vorrà fornire tecnologie e know-how è da vedere”, afferma Mahdi Sajjad, general manager della Gulfsands Petroleum. “La Cina vuole entrare nel mercato, occupare posizioni e scoprire se vi sono riserve appetibili”.

Due questioni restano aperte. La prima riguarda il sottosuolo siriano in prossimità della costa, potenzialmente ricco di riserve inesplorate come il delta del Nilo, la costa israeliana o lungo la striscia di Gaza. La prima perlustrazione accordata a fine 2007 al consorzio guidato dall’impresa britannica Dove Energy non ha destato interesse, ma i funzionari di governo restano ottimisti: “Nei passati due anni ci sono state importanti esplorazioni nel Mediterraneo, in Egitto, Palestina, Libano e Cipro. Ogni esplorazione positiva nella regione rende i nostri giacimenti più interessanti”, afferma Abbas.

La seconda questione, intrecciata alla prima, riguarda il costo delle risorse, in particolare del gas. I Production Sharing Agreements (Psas) prevedono che il 12,5 – 13% dei ricavi spetti al governo, e che le imprese allochino dal 30 al 40% al recupero dei costi. A queste condizioni solo i due maggiori partner del governo, Shell e Total, hanno rinnovato i contratti, rispettivamente fino al 2018 e 2021: nessun’altra impresa dal 2005 ha accettato le condizioni.

In marzo Damasco ha esteso il termine per sottoscrivere accordi a condizioni invariate. “I termini fiscali dei nuovi Psas in Siria avviati nel 2006 e 2007 con il costo del petrolio in crescita, oggi non sono affatto convenienti, in particolare quelli del gas”, afferma Sajjad. “Noi abbiamo caldeggiato il governo a riconsiderare la sua posizione”.

Il rischio è la frammentazione del settore, lasciato in mano ad imprese medio-piccole perchè non interessante per i colossi: “Senza i grandi attori rischi di perdere quel valore aggiunto che queste imprese hanno maturato nel corso degli anni”, sottolinea Ole Myklestad, general manager della Syria Shell Petroleum Development. “Questa è una minaccia – continua Myklestad – ma io penso che il governo la riconosca, avendo considerato il valore aggiunto nell’estendere la licenza a Shell e Total […] I nuovi pozzi siriani possono essere interessanti da esplorare, ma la questione è trovare la giusta struttura economica attorno ad essi. Il costo di un singolo pozzo è enorme, quando trivelli devi essere certo di farlo nel posto giusto. Abbiamo diversi bacini chiave nel mondo e ad oggi la Siria non rientra fra questi”.

Fonte: Syria Today

[articolo scritto per Osservatorio Iraq]

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