Haytham al-Maleh condannato

Il verdetto della Seconda Corte Militare di Damasco emesso il 4 luglio, condanna l’avvocato attivista per i diritti umani Haytham al-Maleh (79 anni) a tre anni di reclusione, reo di aver “pubblicato informazioni false ed esagerate suscettibili di indebolire la morale della nazione”.

La notizia è diffusa da organizzazioni siriane ed internazionali impegnate nella lotta per i diritti umani, critiche nei riguardi delle modalità del processo, della sentenza della Corte e, soprattutto, della natura del capo d’accusa.

Al-Maleh è stato condannato per violazione degli articoli 285 e 286 del Codice Penale Siriano in occasione di un’intervista telefonica rilasciata il 12 ottobre scorso all’emittente satellitare di opposizione Baradda TV, durante la quale ha criticato lo stato di emergenza in vigore nel paese dal 1963, il mancato rispetto dei diritti umani ed il bavaglio imposto all’informazione. Critiche analoghe erano costate ad al-Maleh il carcere dal 1980 al 1986.

Arrestato il 14 ottobre da ufficiali del General Intelligence Service, al-Maleh è prima scomparso per una settimana, poi apparso al cospetto del Procuratore Militare il 20 ottobre e di seguito incarcerato in forma preventiva nella prigione di Adra. Iniziato il 22 febbraio, il processo ha avuto udienze l’8 e 22 aprile, il 3 e 20 giugno e, per la sentenza, il 4 luglio. In aula ai legali dell’imputato non è stato permesso parlare né con il loro cliente, né con i giudici, e nel periodo di detenzione agli avvocati serviva l’autorizzazione (più volte negata) della Syrian Bar Association, organizzazione sotto il controllo delle autorità di Damasco, per incontrare al-Maleh.

“Secondo la regolamentazione internazionale, il diritto alla difesa è garantito in tutti gli stadi dei processi penali”, sottolinea Eric Sottas, Segretario Generale della World Organization Against Torture (Omct). “Rifiutare ad al-Maleh il diritto a difendersi, ivi incluso il diritto a comunicare e consultarsi con i propri legali senza intercettazioni o censura ed in via strettamente confidenziale per preparare la propria difesa, pone seri dubbi sulla trasparenza e riflessioni sulla gravità del processo”, aggiunge Sottas.

Le modalità procedurali sono, secondo l’International Federation for Human Rights (Fidh), una forma di contrappasso per aver esercitato il diritto alla libertà d’espressione previsto dall’International Covenant on Civil and Political Rights (Iccpr), di cui tanto la Siria quanto la Costituzione siriana fanno parte. “Il Procuratore Militare non ha dato credibilità all’accusa che al-Maleh abbia pubblicato alcuna informazione falsa o esagerata di qualsiasi tipo”, afferma Souhayr Belhassen, presidente del Fidh. “L’unica evidenza emersa dal processo è che al-Maleh in diverse pubblicazioni avanza forti e legittime perplessità sullo stato di emergenza in vigore dal 1963 e sull’assenza di indipendenza del sistema giuridico siriano”.

Anche la legittimità a procedere della Corte Militare solleva obiezioni. “Innanzitutto Al-Maleh non sarebbe dovuto essere processato da una Corte Militare”, rileva Wilder Tayler, Segretario Generale dell’International Commission of Jurists (Icj). “I giudici militari siriani sono soggetti alla struttura di comando delle forze armate e non possono essere considerati indipendenti. Secondo la vigente normativa e giurisprudenza internazionale, la giurisdizione del tribunale militare non ha competenza per processare i civili, ivi inclusi avvocati ed attivisti per i diritti umani. Il processo nei confronti di al-Maleh al cospetto della Seconda Corte Militare di Damasco non rispetta la regolamentazione internazionale, così come il diritto ad essere considerati innocenti fino a prova contraria ed il diritto a difendersi”.

Nel 2001 al-Maleh ha fondato la Human Rights Association in Syria (HRAS), priva di autorizzazione statale, ed il suo lavoro ha trovato riconoscimento internazionale nel 2006 con il conferimento della prestigiosa medaglia Geuzen, assegnata dal governo olandese per il coraggio nella lotta per i diritti umani. “Come una persona che non ha fatto altro che esprimere pacificamente le proprie opinioni sulla situazione politica e sullo stato dei diritti umani in Siria, Haytham al-Maleh non sarebbe dovuto essere in primo luogo processato, né ingiustamente rinchiuso all’età di 78 anni”, ha detto Philip Luther, vice direttore di Amnesty International per il Medioriente ed il Nord Africa.

“La sentenza serve come esempio e rappresenta un forte avvertimento agli avvocati che promuovono lo stato di diritto e sono avversi al quasi permanente stato di emergenza in vigore in Siria”, afferma Kamel Jendoubi, presidente dell’Euro-Mediterranean Human Rights Network (Emhrn). Due settimane prima, la Seconda Corte Criminale di Damasco aveva condannato un altro noto avvocato attivista per i diritti umani siriano vincitore del Martin Ennals Award for Human Rights Defenders 2010, Muhannad al-Hasani, ad analogo periodo di detenzione per reati simili.

Fonti: Amnesty International, Fidh, Shrc, Adnkronos, Hrw

[articolo scritto per Osservatorio Iraq]

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