Due anni dopo il riot Saydnaya

Almeno 52 persone risultano scomparse dal 5 luglio 2008, giorno della rivolta nella prigione militare di Saydnaya, 30 km a nord di Damasco, in cui sono rimasti uccisi per lo meno 17 detenuti e 5 ufficiali di polizia. A due anni dagli avvenimenti, Amnesty International pubblica un report redatto con l’ausilio delle famiglie dei desaparecidos.

Le autorità hanno arginato in modo sistematico la fuoriuscita di informazioni proibendo per un anno qualsiasi comunicazione con i detenuti, rendendo di conseguenza difficile risalire alle ragioni della sommossa e la ricostruzione della stessa.

Stando alle notizie a disposizione, il riot inizia la mattina del 5 luglio quando alcuni ufficiali militari perquisiscono con particolare aggressività le celle, gettando a terra e calpestando copie del Corano. Nove detenuti di fede islamica reagiscono in modo brusco, riuscendo a disarmare alcuni militari, catturare ostaggi (tra cui il direttore del carcere) ed appropriarsi di armi e mezzi di comunicazione (cellulari) con cui informano dei fatti organizzazioni internazionali e famiglie.

Prima che le comunicazioni s’interrompessero d’improvviso, i detenuti in rivolta informano che la ragione della protesta è la rivendicazione di migliori condizioni di detenzione e l’appello a vedersi risparmiata la vita.

Da allora nessuna notizia è più trapelata dal carcere. Le famiglie dei detenuti sono accorse a Saydnaya e inscenato un sit-in durato alcune settimane, chiedendo chiarezza sui fatti. Diverse le testimonianze di ambulanze in corsa verso il carcere e dallo stesso all’ospedale militare di Teshrin,a Damasco.

In risposta le autorità hanno minacciato e aggredito i manifestanti tanto all’esterno del carcere quanto fuori dall’ospedale: quest’ultimo è stato chiuso al pubblico per svariate settimane e le visite proibite alle famiglie dei detenuti fino al 20 luglio 2009. Inoltre, la Corte di Sicurezza Suprema di Stato (Sssc) che ogni domenica si riuniva per i processi dei detenuti a Saydnaya, è stata sospesa fino al marzo 2009, probabilmente, affermano attivisti per i diritti umani siriani, per evitare la possibile fuoriuscita di informazioni.

L’agenzia di stato Sana ha pubblicato un solo comunicato (a oggi l’unico ufficiale) sugli avvenimenti, datato 6 luglio 2008: “Parecchi prigionieri rei di estremismo e terrorismo hanno avviato una sommossa e violato l’ordine pubblico nella prigione di Saydnaya, attaccando i propri colleghi il giorno 5 luglio 2008 alle 7 del mattino, durante una perquisizione degli agenti in servizio”.

Il carcere di massima sicurezza di Saydnaya è gestito dalla Military Intelligence. Ha una capacità di 1.500 detenuti prevalentemente accusati di terrorismo, appartenenza a gruppi dell’estremismo islamico, attivisti della minoranza kurda, militanti di organizzazioni di sinistra, blogger e giornalisti. Isolato dal mondo esterno, non ammette visite ai legali dei detenuti: alle famiglie è concessa una visita al mese previo permesso e comunque sempre sotto vigile sorveglianza. Alla riapertura delle visite il 20 luglio 2009 sono stati ristretti alcuni vincoli: ai familiari non è più possibile portare ai parenti cibo e vestiti, né più di 100 dollari (5.000 pounds siriani) comunque trattenuti dalle guardie.

Diciotto desaparecidos sono vittime di sparizione forzata: le autorità siriane hanno ammesso (implicitamente o esplicitamente) di trattenerli tutti, escluso Nizar Ristnawi. Tredici di loro hanno come principale capo d’accusa la “creazione di un’organizzazione finalizzata al ribaltamento dell’ordine finanziario e sociale dello stato”, conseguenza della militanza in gruppi islamici illegali: sei fra questi (tra cui Ristnawi) seguono trattenuti pur avendo scontato la pena. A Ristnawi è stata aggiunta un’ulteriore pena per reati commessi dal carcere, mentre i rimanenti quattro dei diciotto sono trattenuti in attesa della sentenza del processo.

Nel report, Amnesty ipotizza che altre undici persone siano vittime di sparizione forzata, pur sottolineando l’incertezza delle fonti a riguardo. Tutti gli undici sono accusati di appartenenza a gruppi islamici: sei di questi sarebbero dovuti essere rilasciati lo scorso 23 aprile, ma la loro sorte resta sconosciuta.

Dei restanti 23 Amnesty si limita a pubblicare i nomi, non disponendo di informazioni affidabili.

Fonte: Amnesty International, Hrw, Shrc

[articolo scritto per Osservaorio Iraq]

Il report è visualizzabile integralmente e in inglese all’indirizzo http://www.amnesty.org/en/library/asset/MDE24/012/2010/en/941924e2-7cd3-4627-a265-ab5674d23386/mde240122010en.pdf

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