Decennale per Bashar al-Assad

“Una decade sciupata” è la definizione che ha scelto Human Rights Watch per salutare il decimo anniversario dell’insediamento al potere di Bashar al-Assad, succeduto al padre Hafez il 17 luglio 2000.

Proprio in occasione dell’anniversario, festeggiato in tutta la Siria, l’ong ha diffuso un report che fa il bilancio dei diritti umani nel paese e del ruolo svolto dall’attuale presidente.

Oculista al lavoro presso il Western Eye Hospital di Londra, Bashar sale al potere a soli 34 anni in forza di un ritocco costituzionale che ne rende possibile l’investitura, dopo che il naturale erede di Hafez, il primogenito Basil al-Assad, era rimasto vittima di un incidente automobilistico nel 1994.

Alle promesse di una “nuova era”, rilasciate dal giovane presidente nei discorsi d’insediamento, non seguono i fatti.

Nella speranza di un cambiamento la società civile si riorganizza in tempi brevi, creando 21 gruppi impegnati nella diffusione dei diritti umani e nella democratizzazione del paese che iniziano a riunirsi in case private e a lavorare sul territorio. La “Primavera di Damasco” ha vita breve: nell’agosto 2001 è incarcerato Ma’mun al-Homsi, membro dell’Assemblea del popolo critico nei confronti del governo, e nel mese successivo vengono arrestati dalle forze di sicurezza dieci esponenti dell’opposizione (tra cui due parlamentari).

Fine dello stato di emergenza, rispetto dei diritti umani, democratizzazione del paese, diritti per la minoranza kurda e per le donne: a queste richieste non viene dato respiro.

Hafez ha lasciato in eredità un paese asfissiato dalla legge marziale (in vigore dal 1963), controllato da una divisione dell’intelligence (Idarat al-Mukhabarat al-Amma) immune da procedimenti penali, che non rinuncia all’uso della tortura, senza libertà d’informazione (vietati i giornali indipendenti) e priva di riconoscimento della società civile (costretta alla clandestinità), con un partito unico de facto, non curante di un censimento (del 1962, mai rinnovato) che ignora di proposito circa 120 mila kurdi. Ma Bashar preserva lo status quo.

“Anche se il presidente [Bashar] al-Assad voleva essere un riformatore, o è stato sopraffatto dalla tenacia della vecchia guardia ancorata al potere, o è stato solo un altro sovrano arabo riluttante alle critiche: il risultato per il popolo siriano è lo stesso, niente libertà, niente diritti”, afferma Sarah Leah Whitson, direttore per il Medioriente di Hrw. “Il primato di al-Assad dopo 10 anni di governo è non avere fatto nulla per promuovere i diritti umani nel paese”.

La critica di Hrw trova ampia eco: “Le speranze di cambiamento politico certamente affiorarono presto quando [Bashar] prese il potere per la prima volta: ma sono state deluse in fretta e non sono tornate a rivivere. Non c’è stato alcun progresso reale nella politica interna”, ha commentato ad Al-Jazeera Paul Salem, direttore di Carnegie Middle East Center.

Le maggiori minacce per la famiglia Assad sono arrivate dall’organizzazione sunnita dei Fratelli musulmani, antagonista del partito di governo Ba’ath di stampo alawita, messe a tacere da Hafez nei primi anni ottanta e ben controllate da Bashar. Nell’agosto 2008 sono arrestati nella provincia orientale di Deir ez-Zur 13 uomini sospettati di affiliazione agli islamisti, di cui a oggi non si hanno più notizie.

Le proteste kurde scoppiano nel nord del paese nel marzo 2004: la repressione di stato miete 36 vittime, 160 feriti e più di 2mila arresti. E’ proibito l’insegnamento della lingua kurda e le celebrazioni tradizionali regolarmente interrotte dalle forze di polizia.

Il report di Hrw riporta 92 attivisti nel campo dei diritti umani e 25 fra blogger e giornalisti arrestati nell’era Bashar: i 117 casi sono analizzati e gli esiti variano dai tre mesi ai 12 anni di reclusione. A questi sono da aggiungere le sparizioni forzate e gli altri interventi di Damasco non raggiunti da Hrw.

Stato canaglia e possibile terza casella mediorientale dell’amministrazione Bush, la Siria di Bashar si trova costretta a rispettare la risoluzione Onu del settembre 2004 e a ritirarsi militarmente dal Libano a seguito dell’attentato al promotore della risoluzione, il primo ministro libanese Rafiq al-Hariri, assassinato il 14 febbraio 2005. Damasco si pronuncia estranea ai fatti. Il pantano iracheno tiene Washington alla larga dal paese, nonostante rientrasse nella lista nera tanto per la criticata politica interna, quanto e soprattutto per l’allineamento internazionale vicino ad Hezbollah e a Teheran.

Un rinnovamento si è avuto nel paese in materia economica, con la recente apertura all’economia di mercato che ha spinto Bashar a stringere importanti partnership con Turchia e Libano, e quanto meno a rilanciare proposte di dialogo con Tel Aviv riguardo le alture del Golan.

A dieci anni dall’investitura, Bashar stringe oggi le redini del potere con una sicurezza mai raggiunta prima, tale da far scrivere al corrispondente della Bbc in Libano, Jim Muir, che “le probabilità di celebrare un secondo decennio di governo sono certamente maggiori di quanto non fossero nel 2000”.

Fonti: Hrw, Bbc, The Guardian, Al Jazeera

[articolo scritto per Osservatorio Iraq]

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