Golan: questione acqua

Diverse centinaia di siriani hanno colorato il 22 ottobre il limitare del lago Ram, nei pressi della città siriana di Majdal Shams nel nord est delle Alture del Golan, reidratando simbolicamente con bottiglie d’acqua colme il lago in grave crisi idrica.

Il messaggio era rivolto alle autorità israeliane, accusate di permettere alla compagnia idrica di stato, la Mekorot, di attingere acqua dal Ram senza tener conto dello stato di salute del lago. Largo 600 metri e lungo circa un kilometro, il lago di origine vulcanica rappresenta la più importante risorsa idrica per le piantagioni di mele israeliane, e risulta essenziale per i circa 40 mila abitanti (metà israeliani e metà siriani) della regione.

Conquistata da Israele con la guerra dei sei giorni nel giugno 1967 ai danni di Damasco, la regione del Golan si estende per circa 1.200 kilometri quadrati dal sud-est del Libano fino al nord- ovest giordano, rappresentando l’unica zona di confine tra Siria ed Israele. De jure parte integrante della Siria, il territorio è de facto amministrato da Israele a dispetto della risoluzione Onu numero 242 seguita al conflitto che richiedeva pace completa in cambio del completo ritiro israeliano: “qualsiasi mutamento dei confini preesistenti non avrebbe dovuto riflettere la portata della conquista e avrebbe dovuto limitarsi a variazioni di poco conto necessarie per la mutua sicurezza”, riporta il piano del segretario di stato Usa William Rogers del 1969, approvato dal presidente Nixon.

Israele non si ritirò. Nel febbraio 1971 il presidente egiziano Sadat mosse dei passi verso la pace, sposando la proposta del mediatore Onu Gunnar Jarring: in aggiunta chiese il ritiro di Israele. “Israele non si ritirerà entro i confini precedenti al 5 giugno 1967” fu la risposta di Tel Aviv, seppur felice della disponibilità al dialogo di Sadat.

La guerra dello Yom Kippur mossa il 6 ottobre 1973 dalla coalizione siro-egiziana nei territori occupati da Israele sei anni prima, volse a favore di Tel Aviv che annette anche l’area del Bashan, ad est del Golan, in forza dell’incursione di Zvika Greengold lungo la Tapline Road. Israele ha restituito il 5% del territorio, incorporato nella zona demilitarizzata Undof (United Nations Disengagement Observer Force) istituita nel 1974.

La popolazione ittica del lago Ram si sta arenando sulla spiaggia, incapace ad adattarsi all’abbassamento del livello idrico. Nel 2008 il livello del lago non presentava ancora variazioni di rilievo: oggi sembra destinato a prosciugarsi.

Gli attivisti siriani puntano il dito contro la Mekorot, la quale afferma di attenersi alle linee guida ufficiali e riconduce la crisi idrica alla sola evaporazione. Il problema riguarda però anche i coloni della vicina Neve Ativ, anch’essi preoccupati dalle sorti del Ram.

Gli attori della crisi idrica sono molteplici. La carestia che per tre anni ha afflitto il nord-est siriano è certamente un attore importante, ma non può essere, nonostante l’impegno israeliano, il protagonista della vicenda. La Turchia, terra delle sorgenti che bagnano il medioriente, sta costruendo dighe (imponenti) poco a monte del confine siriano, compromettendo di fatto l’afflusso di acqua tanto in Siria quanto negli altri paesi della regione. “Se la Turchia rilasciasse lo stesso volume di acqua che scorreva prima delle dighe, la nostra situazione sarebbe migliore”, afferma Motha Najeeb Salloum, governatore della provincia di Hasake.

E poi ci sono Israele ed i coloni. “Ogni israeliano usa dieci volte l’acqua di ciascun palestinese o siriano”, afferma Irssan Irssan, responsabile delle risorse idriche nella parte siriana del Golan. “Gli israeliani stanno scavando pozzi nelle alture del Golan utilizzando in esclusiva risorse che dovrebbero essere condivise”. Da Tel Aviv affermano di non scavare pozzi o erigere dighe, ma non smentiscono il ruolo cruciale regionale giocato dalle riserve idriche delle Alture. Un’ulteriore rottura nel processo di pace regionale

“L’acqua è ormai un problema di sicurezza nella regione”, sostiene Samir Taqi, direttore del Centro Orientale di Studi Strategici, think tank con sede a Damasco. “Nella regione ci si è sempre comportati in modo analogo a oggi, ma adesso il problema sta raggiungendo connotati più gravi a causa da un lato della siccità, e dall’altro della maggiore vulnerabilità geo-politica della regione”.

“L’acqua è una variabile che potrebbe compromettere qualsiasi governo. Se la sicurezza idrica non viene elevata a tema di estrema rilevanza, i governi camminano in buchi neri”, afferma Hussein Amery, autore di ‘Water in the Middle East: Geography of Peace’ ”.

Fonti: Bbc, Noam Chomsky

[articolo scritto per Osservatorio Iraq]

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Siria. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...