La guerra del niqab

Dopo la messa al bando del niqab nelle Università pubbliche e private siriane divenuta legge lo scorso luglio, il dibattito sul tema continua, coinvolgendo i paesi europei.

La ragione in capo alla decisione di Damasco può essere legata alla natura laica dello stato siriano moderno, piuttosto che al ruolo antitetico che esso svolge nei confronti dei gruppi fondamentalisti, come i Fratelli Musulmani.

“La convivenza è un fenomeno ben conosciuto in Siria”, afferma Ghiath Barakat, Ministro siriano dell’Educazione Superiore, promotore della legge. “Noi viviamo in un paese abitato da discendenti di trenta popoli, tutti mescolati in un unico”.

Dalle colonne del Washington Post Pamela Taylor evidenza con chiarezza i temi del dibattito: il niqab è segno dell’oppressione delle donne, o è un’espressione della fede religiosa? Proibire il niqab viola la libertà di credo, o è una vittoria dei diritti delle donne? Il divieto aiuterà l’integrazione o sarà causa di estremismo religioso?

La scelta del governo di non chiedere il parere dei vertici religiosi fa riflettere in merito alla componente squisitamente politica del dibattito, che discerne l’islam politico dall’islam ortodosso.

Nell’ottobre 2009 il governo egiziano ha vietato l’uso del niqab in tutte le strutture scolastiche, a seguito dell’impegno del decano dell’Università di al-Azhar e maggiore autorità musulmana del paese, Mohamed Sayyed Tantawi, in favore dell’abolizione del niquab, ritenuto “estraneo ai valori islamici”.

La decisione solleva un polverone: decine di studentesse si oppongono, citando in giudizio la legge. Il processo passa di corte in corte, e di decisione in decisione, fino a definirsi come divieto rivolto alle studentesse di sostenere prove d’esame col niqab, esteso lo scorso ottobre alle professoresse universitarie.

L’Egitto è meno secolarizzato della Siria, ma il regime ha ostacolato con la forza i movimenti islamici radicali. Il revival religioso è all’ordine del giorno in entrambi i paesi, e non limitato né ad essi, né al mondo islamico, sbarcando sulla sponda opposta del Mediterraneo.

Nei paesi europei dove il dibattito è arrivato negli uffici dell’esecutivo, le variabili in gioco possono mutare. In dicembre, la città catalana di Lleida ha imposto il banno del niqab, limitato a 130 luoghi urbani, in quanto discriminatorio nei confronti delle donne. Il 18 gennaio il tribunale ha sospeso la legge, per questioni di ordine pubblico in attesa di valutare le ragioni dell’associazione islamica che ha presentato ricorso. Barcellona ed altre città spagnole sono in attesa di varare provvedimenti analoghi.

In Spagna quanto in Francia è in corso un processo di secolarizzazione della società che, unito alla crescente attenzione rivolta ai diritti umani, potrebbe rappresentare la miccia che ha innescato la proposta di messa al bando del niqab.

Il 14 settembre scorso il senato francese ha approvato a maggioranza bulgara (246 a 1) il bando del niqab in pubblico. Il parlamento ha deliberato di lasciare in sospeso il decreto fino al parere della Corte Costituzionale, chiamata a considerare la compatibilità con il diritto di libertà religiosa.

La paura diffusa della “minaccia islamica”, sia essa declinata come terrorismo piuttosto che come componente etnico-religiosa di minoranza, rappresenta una seconda possibile miccia delle decisioni dei governi.

“Ufficializzerà l’islamofobia”, afferma Raphael Liogier, sociologo direttore dell’Osservatorio delle Religioni in Aix-en-Provence. “Con la crisi d’identità che sta attraversando oggi la Francia, l’islam è il capro espiatorio”.

In Siria l’opinione pubblica appare spezzata in due. La storia del paese si è radicata in un terreno che ha permesso la convivenza di minoranze religiose, ed il pluridecennale governo alauita ha avviato il processo di laicizzazione della società.

“Negli ultimi anni, la Siria ha assistito ad un revival islamico che ha aumento il numero di donne con il niqab”, afferma Lina Sinjab, inviata a Damasco per la Bbc. “La decisione può rappresentare un passo del governo verso un’affermazione dell’identità secolarizzata del paese”.

“E’ un errore considerare il niqab una libertà personale”, afferma Bassam al-Qadhi, attivista siriano per i diritti umani. “Si tratta più di una dichiarazione di estremismo”. Al di là dell’appartenenza religiosa, la decisione del governo sulle restrizioni all’uso del niqab solleva malumori diffusi legati alla violazione dei diritti della persona.

Fonti: Bbc, Al-Jazeera, Al-arabiya, Islamtoday, The Washington Post, Msnbc, Daily Caller, The Guardian

[articolo scritto per Osservatorio Iraq]

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