Ritorno degli Usa a Damasco

Il nuovo ambasciatore statunitense a Damasco si è insediato nei suoi uffici a metà gennaio, riallacciando i rapporti diplomatici tra i due paesi interrotti all’indomani dell’assassinio del premier libanese Rafiq Hariri, nel febbraio 2004. Il nuovo assetto geopolitico della regione ha spinto Barack Obama a tornare sulla scelta di W. Bush, a dispetto del parere del Congresso.

L’incarico è stato affidato lo scorso giugno a Robert Ford, diplomatico esperto di mondo islamico, già ambasciatore ad Algeri e vice responsabile dell’ambasciata statunitense a Baghdad. Ford mette fine ad un vuoto lungo sei anni, avviato con il richiamo nel 2005 di Margaret Scobey, e ricoprirà un ruolo ancor più delicato del previsto, alla luce delle recenti vicende del vicino maghreb.

“La sua presenza rappresenta un’evidente impegno statunitense diretto a trovare un dialogo tra Siria e Usa, attraverso tavoli di discussione regolari e diretti con il governo siriano e la popolazione”, riporta un comunicato ufficiale dell’ambasciata Usa.

Il 27 gennaio Ford è stato ricevuto dal presidente Bashar al-Assad. “Io ed il presidente siriano abbiamo parlato delle aree in cui abbiamo interessi reciproci, che auspichiamo di gestire secondo le ambizioni di entrambi i paesi”, ha affermato Ford.

Il piatto della disputa geopolitica è quantomai ricco.

A Damasco si dicono soddisfatti del cambio di rotta di Washington, interpretato come una rinuncia al tentativo di isolamento di uno stato che W. Bush ha inserito nella lista nera degli stati canaglia. D’altra parte, senza collaborazione la Siria difficilmente riuscirà a volgere a proprio favore la disputa aperta con Israele in merito alle alture del Golan.

“Il progetto americano era di isolare e schiacciare la Siria, ragione in capo alla decisione di richiamare l’ambasciatore nel 2005”, afferma Khalid Aboud, segretario del parlamento siriano. “Damasco ha scelto di accettare la sfida e l’ha spuntata: gli statunitensi hanno cambiato opinione”.

La recente crisi libanese, innescata da Hezbollah per alzare il livello del conflitto ed arginare le indagini Onu sull’assassinio Hariri, aumenta l’importanza dell’area e la determinazione Usa ad aver influenza in Siria, legata da vicino a Beirut.

Assieme ai territori palestinesi, il Libano è il nocciolo della disputa tra i due paesi che coinvolge Tel Aviv, alleata di Washington e in conflitto aperto con Damasco per il Golan.

“Il Libano è importante per gli Stati Uniti, ma gli interessi di Washington vanno oltre, non si limitano ad un’ottica di breve periodo”, afferma Tharbit Salem, analista politico siriano.

Con le evoluzioni dei conflitti armati in Iraq e Afghanistan, Obama ha chiara la necessità di ristabilire relazioni ordinarie con i paesi mediorientali, approfittando della sua influenza per stringere nuove alleanze ed entrare nel merito delle questioni aperte.

Le recenti evoluzioni politiche nel vicino Egitto rappresentano un’importante variabile, che rende ancor più significativa la presenza di un ambasciatore statunitense a Damasco, considerati i rapporti tra Washington e Mubarak e il ruolo coperto da Il Cairo nel conflitto israelo-palestinese.

“E’ interesse tanto della Siria quanto degli Usa avere un ambasciatore a stelle e strisce a Damasco”, continua Salem. “E’ un passo necessario per permettere dialogo. Quel che resta da vedere è se porterà a qualcosa”.

La scelta di Obama dovrà superare entro l’anno il vaglio del Congresso, per il momento opposto al presidente in merito alla questione in forza dell’ostruzionismo repubblicano, che ha fatto slittare la nomina di Ford di cinque mesi e costretto Obama a bypassare lo stesso Congresso lo scorso 29 dicembre.

Fonti: The National, Bbc, Now Lebanon

[articolo scritto per Osservatorio Iraq]

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Una risposta a Ritorno degli Usa a Damasco

  1. mogol_gr ha detto:

    Non é questione da ambasciatore é questione da Wikileaks.

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