Rivoluzione in Egitto. E in Siria ?

Il vento rivoluzionario che sta attraversando il Maghreb non spirerà in Siria. Il paese supporta il giovane premier, permette la convivenza di gruppi confessionali differenti ed ha avviato un processo di riforme che convince il popolo. Ed ha sempre osteggiato Israele.

Il 29 gennaio ed il 2 febbraio i servizi di sicurezza hanno boicottato quei pochi manifestanti che esprimevano solidarietà con gli insorti egiziani, identificandoli e trattenendoli per qualche ora.

“Il presidente Bashar al-Assad pare abbia utilizzato alla lettera il copione della sua controparte egiziana”, lamenta Sarah Leah Whitson, direttrice di medioriente e nord Africa per Human Rights Watch (Hrw). “I suoi servizi di sicurezza non si accontentano di proibire le manifestazioni: sembrano incoraggiati ad attaccare i manifestanti pacifici”.

Il gruppo sceso in piazza ha denunciato abusi e pressione psicologica da parte delle autorità, atte a porre fine alle dimostrazioni. Il gruppo è e resta esiguo, ed anche il tentativo di creare una pagina Facebook (proibito in Siria) per denunciare corruzione e dittatura in Siria è rimasto fenomeno di nicchia: più di 10 membri della pagina sono stati convocati dai servizi di sicurezza.

“Innanzitutto sono convinto che i siriani sono molto più spaventati dal governo di quanto lo siano gli egiziani”, afferma dal Libano Nadim Houry, ricercatore per Hrw. “I gruppi che si sono mobilitati in passato in Siria per qualsiasi tipo di protesta popolare hanno pagato a caro prezzo l’insurrezione”.

La rivolta del 1982 dei Fratelli Musulmani è degenerata nel massacro di Hama (circa 20 mila morti); la mobilitazione di Qamishli dei kurdi nel 2004 è stata repressa con violenza simile. A oggi in Siria si stimano 4500 ‘prigionieri politici’, stando ai dati elaborati dagli uffici di Bruxelles dall’Haitham Maleh Foundation.

“L’esercito è la struttura del potere”, sostiene Fawas Gerges, professore di Politica Mediorientale alla Scuola d’Economia di Londra. “Le forze armate combattono per un fine. Ci sarebbe un letterario bagno di sangue, in quanto l’esercito aprirebbe il fuoco non solo per proteggere le istituzioni quanto anche per difendere il regime stesso, in quanto l’esercito è il regime”.

Il potere è nelle mani del Baa’th dal 1973, anno di inizio dello stato di emergenza, ancor oggi in vigore. Dopo quasi trentanni di governo di Hafez Assad, ad inizio secolo il potere è passato al giovane Bashar, che ha promesso (ed in parte abbozzato) riforme raccogliendo consenso tra i molti giovani che individuano la corruzione e l’arretratezza del governo nell’anziano entourage del premier, ereditato dal padre.

L’elevato tasso di disoccupazione e l’alto rapporto tra salario medio e spesa per il sostentamento delle famiglie potrebbe essere la miccia per un’insurrezione, ma la popolazione crede nel processo di riforme avviato dal governo. Che all’indomani delle rivolte in Tunisia ha stanziato sussidi, sbloccato Facebook e inabissato la proposta di rincaro dei farmaci.

“Noi abbiamo più problemi contingenti rispetto ad altri paesi arabi, ma a dispetto di questo la Siria è stabile. Perchè?”, si chiede retoricamente il presidente Bashar al-Assad intervistato dal Wall Street Journal. “Perchè devi essere vicino ai desideri del popolo. Questo è il nocciolo della questione. Quando c’è divergenza tra le politiche di governo e ciò a cui ambisce la popolazione si crea un vuoto da cui emergono malcontenti”. In questo senso, la ferma opposizione allo stato d’Israele trova ampia eco nella popolazione.

Il partito unico e l’assenza di opposizione politica (peraltro frammentata) ha reso la popolazione depoliticizzata, priva di una società civile vivace e diffidente nei confronti del sistema dei partiti. Questa situazione è frutto della chiusura del paese, diversamente da quanto avvenuto in Egitto, dal sistema dei diritti Occidentale.

L’anomala convivenza di sciiti, sunniti e cristiani (ma non, e questo è ordinario, dei kurdi) avvalora l’idea di una differenza sostanziale tra le società insorte (tunisina, egiziana e yemenita) prevalentemente a tessuto omogeneo, e la Siria. E secondo il blogger e direttore del Centro di Studi Mediorientale dell’Università dell’Oklahoma Joshua Landis, la base del supporto di Assad viene proprio dalle minoranze, gli alawiti al potere ed i cristiani.

“L’esperienza iraquena”, aggiunge Landis “ha insegnato ai siriani il rischio di una svolta sbagliata da parte del regime. Questo ha reso molti siriani conservatori. Essi non credono nella democrazia”.

“L’esperienza iraquena”, aggiunge Landis “ha insegnato ai siriani il rischio di una svolta sbagliata da parte del regime. Questo ha reso molti siriani conservatori. Essi non credono nella democrazia”.

Ma dal suo esilio a Londra dove dirige l’Organizzazione per la Democrazia e la Libertà in Siria, Ribal al-Assad, cugino del premier, lancia un monito: “Sarà interessante vedere come evolvono le cose nei prossimi mesi. I siriani, come qualsiasi altra famiglia araba, hanno la televisione sintonizzata su Al-Jazeera, e stanno vedendo ciò che accade in Tunisia ed Egitto. La libertà è un sentimento coraggioso e credo che la gente voglia più libertà”.

Fonti: Human Rights Watch, Al-Jazeera, Wall Street Journal

[articolo scritto per Osservatorio Iraq]

Il 6 ottobre 1981 il presidente egiziano Anwar El Sadat cade vittima di un attentato a Il Cairo. Quel giorno si festeggiava l’Operazione Badr del 1973, in forza della quale l’Egitto, durante la guerra del Kippur, spinse verso oriente i confini israeliani e si riappropriò dell’altra sponda di Suez e del Sinai. L’occasione per l’attentato non fu scelta a caso: il malcontento verso il presidente Sadat era cresciuto soprattutto nelle fila dell’islamismo più radicale, che accusava il presidente di essersi avvicinato ad Israele, diventando il 19 novembre 1977 il primo leader arabo a visitare ufficialmente lo stato ebraico. Il 26 marzo 1979 Sadat ed il primo ministro israeliano Menachem Begin si stringono la mano sotto lo sguardo compiaciuto degli Stati Uniti, precisamente, dell’amministrazione Carter, ai margini degli accordi di Camp David. Gli accordi di pace valsero ad entrambi i leader (non a Carter) il Nobel per la pace, e all’Egitto la proprietà di tutto il Sinai che vuol dire l’esclusiva sul Canale di Suez (al 2009 il 3,7% del PIL) e sulle principali riserve di idrocarburi del paese. Ironia della storia, proprio Sadat fu promotore della guerra del Kippur assieme al premier siriano Hafez al-Assad, conflitto che gli valse gloria per diversi anni agli occhi del mondo arabo.

L’assassino fu individuato in Khalid Islambouli, di li a qualche anno condannato a morte. Mandanti presunti, la Fratellanza Musulmana, che non sopportava un premier che stringeva la mano ad Israele, promuoveva una politica filo-occidentale e metteva la bando la scena religiosa dalla vita politica. Non era un costrutto mentale esclusivo dell’ala islamica più radicale: per gli accordi con Israele l’Egitto fu escluso nel 1979 dalla Lega Araba, che spostò il suo quartier generale da Il Cairo a Tunisi, fino alla riammissione dell’Egitto nel 1989. Negli ultimi anni di governo, Sadat represse le forme di dissenso (ricordiamo a titolo esemplificativo i Riot del Pane del gennaio 1977) e colpì duramente i diritti umani, civili e politici, tutto in nome di una democratizzazione del paese da ricercare attraverso il multipartitismo. In quest’ottica, il 9 luglio 1978 Sadat fondò il suo schieramento politico, il Partito Nazionale Democratico (Ndp).

Dopo la morte di Sadat prese il potere il suo vice, Hosni Mubarak, leader del Ndp. La legge marziale in vigore dal 1967 venne mantenuta, ma a dispetto della repressione nelle tornate elettorali del 1984 e del 1987 (entrambe con un’affluenza sotto il 50%) l’opposizione raccolse più del 25% dei consensi. E’ proprio Mubarack a riammettere la Fratellanza Musulmana alla scena politica, senza però scordarsi di incarcerare il Terzo Leader del movimento, Umar al-Tilmisani, proprio nel 1984. Assieme al Partito Socialista dei Lavoratori ed al Partito Liberale Socialista, la Fratellanza Musulmana crea nel 1987 la Coalizione dell’Alleanza, maggior partito d’opposizione con il 17,5% dei voti e 60 seggi parlamentari. Il sistema elettorale introdotto da Mubarack presentava evidenti tratti monocratici, tanto da spingere le opposizioni a promuovere la dissoluzione del parlamento ed un referendum per ufficializzare l’incostituzionalità dello stesso. Sancita l’illegittimità per via referendaria (58% di affluenza e 94% di voti favorevoli), vengono indette nuove elezioni per l’inverno 1990 (affluenza stimata tra il 20 ed il 30%) comunque boicottate dai partiti d’opposizione. I Fratelli Musulmani restano per tutti gli anni Novanta il maggior gruppo di pressione del paese (non partito politico perché interdetti dalla scena politica ed obbligati a presentarsi come ‘indipendenti’). Le libertà politiche e civili vengono ridimensionate dal governo a seguito della crescita dell’opposizione islamica e degli attentati: nel 1993 viene emanata la Legge sui Sindacati, nel 1995 la Legge sulla Stampa e nel 1999 la legge sulle Ong. Nelle elezioni del 2000 l’Ndp si aggiudica 353 seggi (su 454) e gli indipendenti 72 (di questi, 35 affiliati all’Ndp e 17 alla Fratellanza Musulmana). Nel 2005 la posizione dei Fratelli Musulmani si rafforza, conquistando (sempre come indipendenti) 88 seggi pari a circa il 20%: l’Ndp raggiunge a mala pena i due terzi del parlamento (necessari per emendare la Costituzione) solo con l’appoggio degli indipendenti ad esso affiliati. Il successo elettorale della Fratellanza Islamica fu notevole quanto inaspettato, probabilmente fondato non tanto sul programma politico (di dubbia consistenza e riassumibile nel motto “al-Islam al-Hal”, l’Islam è la soluzione), quanto su di un ridimensionamento delle posizioni in materia religiosa e di un più sferzato attacco alle repressioni del regime, condiviso dalla società civile. Le recenti elezioni parlamentari del 2010 sono state caratterizzate da brogli ancor più evidenti: il maggior candidato d’opposizione, Mohamed El-Baradei, propone di boicottare le elezioni, richiamo non raccolto dal New Wafd Party (Nwp) e dalla Fratellanza Islamica. La prima tornata elettorale evidenzia la gravità della situazione, con impossibilità di monitorare le urne, centinaia di arresti preventivi, voti venduti ed il maggior polo d’opposizione con un solo seggio: la Fratellanza Islamica decide di non presentarsi al secondo turno. L’opposizione raccoglie nel complesso meno del 5% dei seggi: Mubarack aveva da poco modificato l’articolo 76 della Costituzione aprendo la corsa alle elezioni presidenziali del 2011 ai candidati di altri partiti, ma imponendo uno sbarramento del 5%.

 

La rivoluzione del gennaio e febbraio 2011 riapre i giochi di potere in uno stato importante tanto per l’Africa quanto per l’area mediorientale, nonché per il mondo islamico. Mubarack aveva improntato il paese in una direzione filo-statunitense, solidale con Israele e avversa all’ala islamica radicale, sia essa Hamas o Hezbollah. Per gli equilibri geopolitici della regione i cambiamenti potrebbero rivelarsi importanti quando non epocali, ma prima di tutto serve riformare il paese all’interno. La vivacità politica egiziana è stata per decenni duramente repressa, e bisognerà considerare come si organizzerà per promuovere un periodo di transizione senza soccombere all’entourage di un regime (circa 3 milioni di persone) in vita da decenni. Un ruolo di rilievo verrà coperto dall’islam politico, fino ad oggi escluso dalla scena politica, contrapposto (ma non antitetico) all’islam ortodosso: in questo delicato equilibrio la Fratellanza Musulmana sarà chiamata in causa e dovrà giostrarsi con abilità per evitare derive fondamentaliste e solidarizzare in materia di diritti con i brandelli di società civile ancora in vita.

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3 risposte a Rivoluzione in Egitto. E in Siria ?

  1. martasvoice ha detto:

    Molto interessante!
    Il popolo siriano ha subito una repressione psicologica talmente forte da plasmare la mente delle persone, fino a non credere nella democrazia. Forse, oggi, con tutto quello che sta succedendo potranno prendere esempio, conoscere qualcosa di diverso e riconoscerlo magari come un’alternativa valida.
    Power to people!

    • cianciopier ha detto:

      Grazie Martasvoice del tuo commento. Speriamo davvero possano cambiare le cose anche in Siria. Alla luce però delle evidenti difficoltà in cui stanno incappando i libici, e dei pericoli (non tanto degli islamici radicali quanto dell’entourage del regime) nel panorama egiziano, credo che il processo sia lungi dal divenire realtà concreta. In ogni caso, i siriani sono un popolo davvero meraviglioso: suggerisco caldamente a chi ne ha la possibilità e l’interesse di andarli a conoscere nel loro paese.

  2. martasvoice ha detto:

    Probabilmente per il popolo siriano non è ancora il momento. Come dici bene tu, una rivoluzione comporta delle conseguenze anche abbastanza distruttive; fatta al momento sbagliato può soltanto rovinare un paese, considerando il fatto che anche le rivoluzioni più riuscite sono state seguite da molto disordine. Non è la strada dell’orto, bisogna sentirlo. Il profumo di rivoluzione non deve essere una brezza che arriva dall’esterno, ma deve uscire da ogni poro interno al paese.

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