Egitto: il malgoverno Mubarack

Il 6 ottobre 1981 il presidente egiziano Anwar El Sadat cade vittima di un attentato a Il Cairo. Quel giorno si festeggiava l’Operazione Badr del 1973, in forza della quale l’Egitto, durante la guerra del Kippur, spinse verso oriente i confini israeliani e si riappropriò dell’altra sponda di Suez e del Sinai. L’occasione per l’attentato non fu scelta a caso: il malcontento verso il presidente Sadat era cresciuto soprattutto nelle fila dell’islamismo più radicale, che accusava il presidente di essersi avvicinato ad Israele, diventando il 19 novembre 1977 il primo leader arabo a visitare ufficialmente lo stato ebraico. Il 26 marzo 1979 Sadat ed il primo ministro israeliano Menachem Begin si stringono la mano sotto lo sguardo compiaciuto degli Stati Uniti, precisamente, dell’amministrazione Carter, ai margini degli accordi di Camp David. Gli accordi di pace valsero ad entrambi i leader (non a Carter) il Nobel per la pace, e all’Egitto la proprietà di tutto il Sinai che vuol dire l’esclusiva sul Canale di Suez (al 2009 il 3,7% del PIL) e sulle principali riserve di idrocarburi del paese. Ironia della storia, proprio Sadat fu promotore della guerra del Kippur assieme al premier siriano Hafez al-Assad, conflitto che gli valse gloria per diversi anni agli occhi del mondo arabo.

L’assassino fu individuato in Khalid Islambouli, di li a qualche anno condannato a morte. Mandanti presunti, la Fratellanza Musulmana, che non sopportava un premier che stringeva la mano ad Israele, promuoveva una politica filo-occidentale e metteva la bando la scena religiosa dalla vita politica. Non era un costrutto mentale esclusivo dell’ala islamica più radicale: per gli accordi con Israele l’Egitto fu escluso nel 1979 dalla Lega Araba, che spostò il suo quartier generale da Il Cairo a Tunisi, fino alla riammissione dell’Egitto nel 1989. Negli ultimi anni di governo, Sadat represse le forme di dissenso (ricordiamo a titolo esemplificativo i Riot del Pane del gennaio 1977) e colpì duramente i diritti umani, civili e politici, tutto in nome di una democratizzazione del paese da ricercare attraverso il multipartitismo. In quest’ottica, il 9 luglio 1978 Sadat fondò il suo schieramento politico, il Partito Nazionale Democratico (Ndp).

Dopo la morte di Sadat prese il potere il suo vice, Hosni Mubarak, leader del Ndp. La legge marziale in vigore dal 1967 venne mantenuta, ma a dispetto della repressione nelle tornate elettorali del 1984 e del 1987 (entrambe con un’affluenza sotto il 50%) l’opposizione raccolse più del 25% dei consensi. E’ proprio Mubarack a riammettere la Fratellanza Musulmana alla scena politica, senza però scordarsi di incarcerare il Terzo Leader del movimento, Umar al-Tilmisani, proprio nel 1984. Assieme al Partito Socialista dei Lavoratori ed al Partito Liberale Socialista, la Fratellanza Musulmana crea nel 1987 la Coalizione dell’Alleanza, maggior partito d’opposizione con il 17,5% dei voti e 60 seggi parlamentari. Il sistema elettorale introdotto da Mubarack presentava evidenti tratti monocratici, tanto da spingere le opposizioni a promuovere la dissoluzione del parlamento ed un referendum per ufficializzare l’incostituzionalità dello stesso. Sancita l’illegittimità per via referendaria (58% di affluenza e 94% di voti favorevoli), vengono indette nuove elezioni per l’inverno 1990 (affluenza stimata tra il 20 ed il 30%) comunque boicottate dai partiti d’opposizione. I Fratelli Musulmani restano per tutti gli anni Novanta il maggior gruppo di pressione del paese (non partito politico perché interdetti dalla scena politica ed obbligati a presentarsi come ‘indipendenti’). Le libertà politiche e civili vengono ridimensionate dal governo a seguito della crescita dell’opposizione islamica e degli attentati: nel 1993 viene emanata la Legge sui Sindacati, nel 1995 la Legge sulla Stampa e nel 1999 la legge sulle Ong. Nelle elezioni del 2000 l’Ndp si aggiudica 353 seggi (su 454) e gli indipendenti 72 (di questi, 35 affiliati all’Ndp e 17 alla Fratellanza Musulmana). Nel 2005 la posizione dei Fratelli Musulmani si rafforza, conquistando (sempre come indipendenti) 88 seggi pari a circa il 20%: l’Ndp raggiunge a mala pena i due terzi del parlamento (necessari per emendare la Costituzione) solo con l’appoggio degli indipendenti ad esso affiliati. Il successo elettorale della Fratellanza Islamica fu notevole quanto inaspettato, probabilmente fondato non tanto sul programma politico (di dubbia consistenza e riassumibile nel motto “al-Islam al-Hal”, l’Islam è la soluzione), quanto su di un ridimensionamento delle posizioni in materia religiosa e di un più sferzato attacco alle repressioni del regime, condiviso dalla società civile. Le recenti elezioni parlamentari del 2010 sono state caratterizzate da brogli ancor più evidenti: il maggior candidato d’opposizione, Mohamed El-Baradei, propone di boicottare le elezioni, richiamo non raccolto dal New Wafd Party (Nwp) e dalla Fratellanza Islamica. La prima tornata elettorale evidenzia la gravità della situazione, con impossibilità di monitorare le urne, centinaia di arresti preventivi, voti venduti ed il maggior polo d’opposizione con un solo seggio: la Fratellanza Islamica decide di non presentarsi al secondo turno. L’opposizione raccoglie nel complesso meno del 5% dei seggi: Mubarack aveva da poco modificato l’articolo 76 della Costituzione aprendo la corsa alle elezioni presidenziali del 2011 ai candidati di altri partiti, ma imponendo uno sbarramento del 5%.

La rivoluzione del gennaio e febbraio 2011 riapre i giochi di potere in uno stato importante tanto per l’Africa quanto per l’area mediorientale, nonché per il mondo islamico. Mubarack aveva improntato il paese in una direzione filo-statunitense, solidale con Israele e avversa all’ala islamica radicale, sia essa Hamas o Hezbollah. Per gli equilibri geopolitici della regione i cambiamenti potrebbero rivelarsi importanti quando non epocali, ma prima di tutto serve riformare il paese all’interno. La vivacità politica egiziana è stata per decenni duramente repressa, e bisognerà considerare come si organizzerà per promuovere un periodo di transizione senza soccombere all’entourage di un regime (circa 3 milioni di persone) in vita da decenni. Un ruolo di rilievo verrà coperto dall’islam politico, fino ad oggi escluso dalla scena politica, contrapposto (ma non antitetico) all’islam ortodosso: in questo delicato equilibrio la Fratellanza Musulmana sarà chiamata in causa e dovrà giostrarsi con abilità per evitare derive fondamentaliste e solidarizzare in materia di diritti con i brandelli di società civile ancora in vita.

[articolo scritto per Aldo dice ventisei per uno]

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