La Siria s’infiamma

Al termine di due settimane di proteste e violenti scontri, il  presidente siriano Bashar al-Assad sembra intenzionato a concedere riforme sostanziali al paese.

La terza settimana di marzo ha visto i primi attivisti scendere in piazza. Martedì 15 e mercoledì 16 alcune centinaia di persone hanno raccolto un invito lanciato su Facebook e sono sfilate nelle vie centrali della capitale e di Aleppo: le forze di sicurezza hanno arrestato più di trenta attivisti.

Il 7 marzo alcuni detenuti politici hanno avviato nel carcere di Adra uno sciopero della fame per chiedere la fine della persecuzione degli oppositori politici e riforme democratiche. Il giorno seguente, il presidente ha accordato un’amnistia, rilasciando l’avvocato difensore per i diritti umani Haytham al-Maleh. Si è trattato però di una mossa politica, senza effettive conseguenze sui detenuti politici.

A seguito delle manifestazioni, giovedì 17, le forze di sicurezza hanno fermato 32 persone accusate – in base agli articoli 285 e 307 del Codice penale – di minare “il sentimento nazionale” e provocare “rivolte razziali e settarie”. Tutti i 32, trasferiti ad Adra o nel carcere femminile di Douma, si sono uniti allo sciopero della fame lanciato il 7 marzo.

La protesta ha continuato ad accendere la settimana, spostandosi a Daraa, nel sud del paese, dove 15 studenti accusati di aver scritto graffiti antigovernativi sui muri erano stati arrestati a inizio mese. Nelle giornate di venerdì 18, sabato 19 e domenica 20 circa 10 mila persone hanno riempito le vie della città, radunandosi dopo la preghiera del venerdì indignate dalla corruzione e dalla repressione del regime. Il 18 sono rimaste vittima dell’intervento delle forze di sicurezza, si stima, quattro persone, altre 35 risultano ferite gravi, così come 15 militari.

Il 19 in occasione dei funerali di Wissam Ayyash e di Mahmoud al-Jawabra, morti il giorno precedente, la polizia ha disperso con gas lacrimogeni chi era accorso a porgere l’ultimo omaggio alle due vittime. Lo stesso giorno a Daraa sono state interrotte le telecomunicazioni e posti limiti agli spostamenti, tolti in parte il giorno seguente.

La domenica gli attivisti hanno dato fuoco a palazzi del Ba’ath, partito di governo, o di proprietà di persone molto vicine al governo. La risposta delle forze di sicurezza ha provocato un altro decesso, il quinto in tre giorni di proteste.

Il governo ha condannato l’uso di armi da fuoco contro la folla, affermando di non aver mai autorizzato la sparatoria. “Il presidente Assad si prende cura della vita e della sicurezza dei cittadini e per quella del paese”, ha affermato domenica 20 all’agenzia Sana Tamer Al Hajjeh, ministro del governo locale. “Pertanto ha ordinato di adottare le misure necessarie per punire i responsabili dell’accaduto”.

Nonostante la repressione la protesta non si spegne, con gli oppositori rifugiati nella moschea al-Omari, raggiungendo un’escalation di violenza mercoledì 23: un attacco delle forze di sicurezza ha ucciso numerosi attivisti, 15 secondo The National, 37 secondo la Reuters. Le informazioni sulle dinamiche sono controverse, il governo parla di arsenale scovato nella moschea, pattuglie di ribelli armate e bambini usati come scudi umani. Nel mentre, vieta lo spostamento dalle campagne a Daraa, toglie campo ai cellulari e proibisce l’accesso ai giornalisti internazionali.

All’indomani dell’ennesimo massacro, il governo ha garantito di aver aperto le indagini sui fatti del 18, di aver rilasciato i 15 scolari detenuti da inizio mese, di aver sciolto il governo di Daraa e di non aver autorizzato in nessuna circostanza l’uso di armi da fuoco contro la folla.

Soprattutto, il presidente Bashar al-Assad – per voce della sua portavoce Bouthaina Shaaban – ha reso noti alcuni decreti legge che sarebbero finalizzati a dare maggior libertà e prosperità al paese: tra questi, la fine della legge marziale (in vigore dal 1963), maggiore libertà d’informazione per i media indipendenti e garanzie per la nascita di gruppi e partiti politici diversi dal Ba’ath.

Inoltre, lo stesso Assad ha annunciato l’intenzione di rimettere in libertà tutti gli attivisti arrestati nel corso dell’ultimo mese.

Va detto che nel 2005 Shaaban aveva annunciato un pacchetto di riforme analogo, caduto poi nel vuoto. I gruppi d’opposizione hanno comunicato alla Reuters che non riconoscono i provvedimenti elencati dalla Shaaban in quanto non immediati.

Fonti: Amnesty International, Fidh, Hrw, The National, Bbc, Reuters

[articolo scritto per Osservatorio Iraq]

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