La rivolta continua

Le sommosse continuano ad incendiare la Siria. Il governo segue a reprimere e ad elargire promesse infondate e poco chiare.

Venerdì 25, ribattezzato “il venerdì della dignità”, all’indomani di una non meglio definita promessa del presidente Bashar al-Assad di abrogare lo stato di emergenza in vigore dal 1963 e di apportare modifiche democratiche sostanziali al paese, si sono avute manifestazioni in diverse città siriane, Daraa, Sanamen, Damasco, Hama, Homs, Tall, Lattakia, Banias e Dahel, con decine di migliaia di persone.

A Deraa, centro propulsore della rivolta, i ribelli hanno ripreso la moschea al-Omari e accompagnato le salme delle 25 persone uccise durante gli scontri di mercoledì 23. Il gesto è significativo: sabato 19 le Forze di Sicurezza hanno sparato gas lacrimogeni contro il corteo funebre formatosi per porgere l’ultimo omaggio alle tre vittime della repressione del venerdì precedente.

Nella vicina Sanamen sono rimasti uccisi 10 manifestanti per scontri con le Forze di Sicurezza. Alla notizia dell’accaduto, a Deraa è stato oltraggiato un bronzo dell’ex presidente Hafez al-Assad: un supporter del regime ha aperto il fuoco contro i manifestanti. Si contano circa 20 morti. Altre vittime sono cadute a Lattakia, Homs e nei sobborghi della capitale.

Il governo cerca di otturare le grandi arterie che dalla campagna affluiscono nelle città: la Bbc riporta la notizia di una attacco mortale ad un gruppo di persone che cercavano di raggiungere Deraa. I media non sono però presenti sul campo, in quanto fermati dalle Forze di Sicurezza. Intanto a Damasco sono avvenuti degli scontri tra la fazione fedele al regime e i rivoltosi rimasti nelle vie del centro anche di notte: con un agguato le Forze di Sicurezza hanno arrestato attorno a mezzanotte circa 200 persone.

“Condanniamo duramente i tentativi del governo siriano di reprimere e intimidire i rivoltosi”, ha affermato Jay Carney, portavoce della Casa Bianca. A fargli eco il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ed il portavoce di Amnesty International Philp Luther. La Tv di stato ha mostrato i manifestanti lealisti e l’agenzia di stato Sana ha affermato che “ci sono stati alcuni incontri con cittadini in diverse province che richiedono l’accelerazione dell’attuazione delle riforme e della lotta alla corruzione”.

L’opinione internazionale, su cui il governo ha fatto perno per accusare l’Occidente di gravi ingerenze, ha spinto secondo la Bbc il governo a rilasciare sabato 26 circa 200 detenuti politici, in prevalenza attivisti islamici, dalla prigione di Saidnaya, come riportato dal direttore del Syrian Observatory for Human Rights Rami Abdulrahman. Altre fonti citate dalla Reuters parlano di 70 detenuti rilasciati.

Sabato 26 il fulcro della rivolta si sposta a Tafas, villaggio poco a nord di Daraa, con migliaia di persone spinte in strada dallo sdegno della repressione che il giorno prima aveva provocato tre vittime. A Daraa è stata risollevata dai fedeli al regime la statua di Hafez al-Assad abbattuta dai ribelli venerdì 25, mentre a Lattakia (come anche a Tafas) viene appiccato fuoco agli uffici del Ba’ath ed i cecchini lealisti appostati sui tetti mietono 12 morti ed almeno 200 feriti, dati confermati dal governo che si ribadisce non direttamente implicato nelle violenze.

A seguito degli eventi, l’esercito entra nella città portuale di Lattakia e la portavoce del presidente Buthaina Shaaban afferma che “il presidente Assad parlerà presto al popolo per spiegare la situazione, chiarire ed elaborare le riforme già decise”. Shaaban ha aggiunto che le autorità intendono sottoporre alla popolazione per via referendaria le modifiche costituzionali e di partecipazione politica.

Domenica 27 un centinaio di avvocati hanno sfilato a Sweida, città a maggioranza drusa, chiedendo la fine della legge marziale, un’indagine sulle morti delle ultime settimane e la fine della repressione a Daraa. Attivisti per i diritti umani hanno affermato che circa 17 detenuti politici arrestati a Damasco il 16 marzo sono stati rilasciati.

Il Segretario di Stato a stelle e strisce Hillary Clinton esclude un possibile intervento internazionale, analogo a quello libico. La notizia non sorprende: la Siria copre un ruolo geopolitico di delicata importanza in un’area complessa come il medioriente. Un intervento militare internazionale non è pensabile senza considerare concretamente le ritorsioni sull’Occidente di Teheran e di altri gruppi armati, Hezbollah in primis, vicini a Damasco.

Human Rights Watch in un comunicato datato lunedì 28 stimava a 61 le vittime tra i ribelli. Il governo ostenta proselitismi sui media di stato, libera alcuni prigionieri politici, prende le distanze dalla repressione violenta ed afferma di aver già abrogato la legge marziale.

Contrariamente a quanto avvenne nel 1982 durante l’ultima grande ondata di proteste nel paese, lo spargimento di sangue non ha fermato la rivolta che anzi a seguito della repressione ha raccolto consensi e si è diffusa nel paese.

Martedì 29 l’agenzia di stato Sana ha informato che il presidente Bashar al-Assad ha accettato le dimissioni del governo presentate dal primo ministro Muhammad Naji Otari. Nello stesso giorno le vie di Aleppo e Damasco si sono riempite di sostenitori del regime.

Caratteristica comune alle recenti rivolte arabe è l’assenza di un leader carismatico. La Siria non fa eccezione, e le rivolte spontanee pur senza raggiungere i volumi di quella egiziana hanno coinvolto più città e, sopratutto, risvegliato il sopito malcontento. Bashar al-Assad vanta vasti consensi nella popolazione e le forze armate difficilmente supporteranno i ribelli: gli equilibri in campo restano assai delicati e le pressioni del premier turco Recep Tayyip Erdogan avanzate lunedì 28 ad Assad costituiscono un ennesimo campanello d’allarme.

Fonti: Bbc, The National, Sana, Hrw

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