Iran, Lega Araba o guerra civile ?

Il nuovo governo siriano è stato formato, la revoca della legge marziale garantita entro pochi giorni. Ma repressione, arresti e morsa delle forze di governo continuano e sembrano non placcare la voglia di libertà e democrazia. E a dispetto delle promesse si vocifera un temibile aiuto estero.

Martedì 12 aprile l’esercito ha isolato la città di Baniyas, impedendo l’accesso alle ambulanze e ai beni di prima necessità, come medicinali, pane ed elettricità. Ancora una volta l’attacco i militanti per la democrazia sono stati attaccati mentre accompagnavano il corteo funebre delle quattro vittime civili cadute nei giorni precedenti: 22 arresti.

Nello stesso momento le forze di sicurezza hanno preso d’assalto il vicino villaggio di Bayda.

“Proibire ai feriti di avere accesso a beni di prima necessità quando non a cure mediche vitali è sia disumano che illegale”, commenta Sarah Leah Whitson, direttrice di Human Rights Watch per il medioriente.

Giovedì 14 si è formato il nuovo governo: Ibrahim al-Shaar, già ufficiale dell’intelligence, è nominato Ministro dell’Interno; Mohammad al-Jililati, già direttore del Damascus Stock Exchange, è il nuovo Ministro del Tesoro. Adel Safar, ex Ministro dell’Agricoltura (uomo emblema della grave carestia che negli ultimi anni ha oppresso il l’est del paese) è il Primo Ministro.

Nello stesso giorno canali d’informazioni statali informano della morte di un soldato, freddato da un cecchino a Baniyas. I funerali delle vittime militari sono partecipati da uomini in divisa e diffusi sulle televisioni di stato.

Sempre giovedì Mark Toner, portavoce del Dipartimento di Stato a stelle e strisce, afferma di aver ricevuto informazioni affidabili in merito ad un coinvolgimento di Teheran nella crisi siriana in chiave anti-ribelli. “Se la Siria chiede aiuto all’Iran, le riforme promesse non sembrano essere molto reali”, commenta Toner.

Le voci di un coinvolgimento iraniano vengono smentite da più parti. E’ ormai chiaro che nella logica del moto rivoluzionario siriano le carte in gioco non sono alla luce del sole, e si nascondono dietro le finte promesse del presidente e inutili rimpasti di governo. I palazzi di Damasco hanno sempre preso le distanze dalle forze che aprono il fuoco sui manifestanti: è necessario considerare l’ipotesi di una faida interna all’oligarchia siriana che mira alla destabilizzazione della situazione, partendo dai numerosi rami dell’intelligence di stato piuttosto che la “Shabbiha”, la milizia Alawita.

I ribelli dal canto loro non sono un gruppo omogeneo e compatto, esponendosi di conseguenza a riconduzioni a gruppi islamici (Fratelli Musulmani in primis) e/o gruppi violenti perché no finanziati dagli Occidentali in chiave anti-governo e pro-Israele. Oltre tutte queste ipotesi le pedine in campo si stringono chi alla loro poltrona e ai propri martiri, chi alla voglia di cambiamento a prescindere dal sacrificio umano.

Per uscire dall’impasse serve un intervento terzo. Escluso un gruppo di volenterosi stile Libia, a maggior ragione legato alla Nato, ed auspicando la non ingerenza di qualsivoglia stato terzo, resta la speranza della Lega Araba, unico interlocutore che possa pesare nella disputa, seppur con parecchie perplessità in merito alla capacità d’azione. Le parole della Clinton e di altri leader occidentali di condanna della repressione del governo hanno come mera utilità la gestione del rispettivo elettorato.

Intanto la situazione si trascina. Venerdì 15 è un altro giorno di manifestazioni: Deraa, Lattakia, Baniyas e Qamishli oltre a Damasco, dove sembra esserci stata il più grande corteo dall’inizio delle proteste. I manifestanti hanno staccato i manifesti del presidente Bashar al-Assad affissi sui muri, e innalzato cartellini gialli, segno calcistico di ammonizione rivolto al presidente.

Sabato 16 Bashar al-Assad ha parlato alla nazione: il nuovo governo è insediato e la commissione formata ad hoc per trovare le condizioni necessarie all’abolizione della legge marziale è in chiusura di lavori. “Penso che la commissione finisca i lavori giovedì, così i suoi pareri passeranno al governo per diventare immediatamente legge”, afferma il presidente Assad. “Non so quanti giorni ci vorranno ancora, ma penso che la scadenza per l’abolizione dello stato d’emergenza possa essere settimana prossima”.

La risposta della piazza è immediata: domenica 17, anniversario dell’indipendenza siriana dal dominio francese (1946), i manifestanti si mobilitano a Deraa, Hirak, Homs, Lattakia e a Talbiseh, vicino Homs, dove ancora una volta viene aperto il fuoco su un corteo funebre, provocando altri quattro morti. Lunedì 18 è Homs ad ospitare il corteo più attivo (circa 5 mila persone), caratterizzato dal funerale di Sheikh Badr Abu Moussa, leader locale deceduto sabato in carcere dopo torture, e di altri 12 ribelli uccisi negli scontri del fine settimana.

“Il corso degli eventi ha messo in chiaro che siamo difronte a un’insurrezione armata promossa da gruppi armati appartenenti alla frangia Salafita, sopratutto ad Homs e Baniyas”, ha affermato lunedì in un comunicato il Ministro dell’Interno siriano.

Fonte: Bbc

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