Fine Ramadan, quarto appello tv e geopolitica

Minaccia ed applicazione di sanzioni internazionali non arrestano la violenta repressione del governo di Bashar al-Assad. I più di 2.600 morti non frenano la rivolta, giunta al compimento del sesto mese. Il presunto epilogo del conflitto libico, sposta i riflettori sulla Siria e i gruppi d’opposizione iniziano ad organizzarsi.

Unione Europea e Stati Uniti da mesi paventano sanzioni economiche e commerciali contro la Siria: l’ipotesi di un intervento armato analogo a quello libico millantato a fine marzo è stata scartata senza mezzi termini. Solo nella prima metà di agosto il presidente Obama ha minacciato di imporre sanzioni e chiamato le nazioni ad appoggiare la posizione statunitense. All’appello hanno risposto tutti i 22 membri della Lega Araba, con Arabia Saudita, Kuwait e Bahrain che hanno anche ritirato i propri ambasciatori a Damasco (nonostante Arabia Saudita e Bahrain abbiano però represso sul nascere e nel sangue i tentativi di ribellione nati sull’onda della rivolta egiziana e tunisina).

“E’ molto grave che il presidente Assad non presti attenzione alla crescente protesta della comunità internazionale, che sottolinea la propria preoccupazione con sempre maggior forza, intensità e condivisione tra i paesi che rendono noto il proprio dissenso”, ha affermato alla stampa il portavoce del dipartimento di Stato a stelle e strisce, Victoria Nuland.

Il messaggio è stato consegnato al presidente siriano dal ministro degli esteri turco, Ahmet Davutoglu, giocando sugli stretti rapporti tra i due paesi, sebbene i leader politici d’opposizione stiano formando un fronte politico (o un governo) opposto ad Assad proprio sul territorio turco.
Il 18 agosto Obama ha dato il via libera alle sanzioni. Lo stesso giorno Regno Unito, Francia e Germania si sono allineati, reiterando il proprio dissenso per la repressione.

Il 20 agosto la missione umanitaria dell’Onu è entrata in Siria per “fornire alcuni beni come cibo e medicine”, mentre il 23 agosto il Consiglio delle Nazioni Unite sui Diritti Umani (Unhrc) votava a Ginevra una risoluzione per “l’immediato avvio di una commissione internazionale indipendente d’inchiesta”. Stati Uniti ed Unione Europea affermano di aver preparato al Palazzo di vetro una proposta di intervento sanzionatorio delle Nazioni Unite contro il presidente Assad, 22 personalità di spicco a lui vicine e il General Intelligence Directorate siriano.

“Quanto è stato deliberato conferma ancora una volta la determinazione a condannare politicamente la Siria, non considerando alcuna proposta per l’apertura e le riforme varate nel paese”, ha affermato a seguito del voto di Ginevra, Faysal Khabbaz Hamoui, ambasciatore siriano presso l’Onu.

Il perseverare di Assad trova ragion d’essere nella posizione di alcuni paesi chiave. La linea Occidentale non è condivisa da tutti: nella votazione dell’Unhrc, al di là dei 33 favorevoli, vanno annoverate le 9 astensioni e, sopratutto, i voti contrari di Cuba, Cina e Russia, questi ultimi due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza con annesso diritto di veto.

La Russia non vede per il momento la necessità di prendere provvedimenti all’interno del Consiglio di Sicurezza che vadano oltre il protocollo varato a inizio agosto, che si limitava a condannare le violenze del regime. L’Occidente persevera in un fronte compatto amministrato da Washington, ma gli equilibri geopolitici permettono ad Assad di ignorare sanzioni economiche europee e statunitensi. Cina e Russia sono oggi partners di spicco di Damasco, con cui commerciano petrolio e gas e con cui intrattengono rapporti sempre più radicati. Quanto Pechino e Mosca siano legate al regime alawita di Assad è la variabile determinante per gli attuali equilibri internazionali.

La storia dell’intervento in Libia rende chiaro che è interesse occidentale immischiarsi nella primavera araba; che è mutato il baricentro degli equilibri geopolitici a danno dell’Occidente; che sembra impensabile con le forze viste in campo in Libia un intervento armato in uno “Stato canaglia” amico di Iran, Russia e Cina.

Nei giorni della votazione di Ginevra, l’ambasciatore statunitense in Siria, Robert Ford, ha visitato senza informare previamente le autorità la cittadina di Jassem nel sud del paese: “Il suo messaggio ai ribelli è stato di solidarietà ed ammirazione per la non violenza delle azioni”, ha affermato il suo portavoce. Non si tratta della prima azione di Ford in questi mesi.

Il 30 agosto, giorno in cui si festeggia l’Eid al-Fitr la fine del Ramadan, le forze di sicurezza del regime hanno represso con l’uso di armi da fuoco i manifestanti antigovernativi scesi nelle strade di diverse città siriane. Quanto resisteranno i ribelli è inversamente proporzionale al perseverare della lealtà dell’esercito ad Assad.

“La soluzione in Siria è politica, ma quando ci sono questioni di sicurezza esse devono confrontarsi con le istituzioni competenti”, ha affermato Bashar al-Assad domenica 21 agosto durante il suo quarto discorso televisivo dall’inizio delle rivolte. “Noi abbiamo optato per la soluzione politica dal primo giorno delle sommosse, altrimenti non ci saremmo organizzati per attuare delle riforme, come fatto con un pacchetto di riforme ideato in meno di una settimana dall’inizio degli eventi… la soluzione politica non può affermarsi senza preservare la sicurezza”.

A fine agosto sono l’Unione Europea e gli Stati Uniti a chiedere all’Onu sanzioni contro la Siria. Il 2 settembre l’Unione Europea chiude le importazioni di petrolio siriano, vale a dire bloccare il 95% dell’export di petrolio, complessivamente pari al 25% delle entrate totali. Il giorno seguente la Russia condanna il blocco.

La Lega Araba è accolta a Damasco con evidenti fastidio e imbarazzo: il presidente Nabil al-Arabi accetta l’invito a posticipare la visita annunciata il 28 agosto, organizzata dopo il rigetto siriano del protocollo di riforme votato dalla Lega. Il 10 settembre, di ritorno al Cairo dall’incontro con al-Assad, Nabil al-Arabi afferma di aver raggiunto un accordo per un piano triennale di apertura politica. Il 13 settembre, dopo l’ennesimo attacco armato dell’esercito, la Lega torna a condannare la repressione.

Il 15 settembre gruppi d’opposizione al regime si incontrano in Turchia e stilano una lista di 140 persone per formare un Consiglio Nazionale: circa una metà vivono all’estero. Il 17 settembre l’opposizione politica a Damasco organizza un incontro cui partecipano più di duecento personalità politiche che sostengono le rivolte, per promuovere l’unione delle forze anti-governative. L’incontro è stato appoggiato ma non partecipato per ragioni di sicurezza dai ribelli. La Bbc riporta la notizia che un gruppo ribelle, le Commissioni di Coordinamento Locale, si è detto estraneo alla conferenza, ipotizzando possibile solo un’alleanza politica nel dopo Assad.

E’ necessario che le forze antagoniste al regime riescano a coordinarsi nel modo più compatto a questo stadio del conflitto, gestendo con attenzione l’articolata maglia del tessuto religioso e la frammentazione di quello politico, riuscendo a coinvolgere parti dell’esercito.

Fonti: Bbc, al arabiya, whitehouse.gov, numebr10.gov.uk, impunity watch

[articolo scritto per Osservatorio Iraq]

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