Evoluzioni geopolitiche

Mentre il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non approva la risoluzione di sanzioni verso Damasco proposta dagli Occidentali, il governo del presidente Bashar al-Assad rettifica delicate manovre economiche ed i ribelli non abbandonano le strade. Le vittime raggiungono quota 2900.

Negli ultimi giorni di settembre i palazzi di Damasco avevano proibito l’importazione di beni non essenziali. Ragione del provvedimento è l’attenzione che in periodo di conflitto i governi pongono alle riserve di valuta estera, nonché la necessità di rilanciare l’industria manifatturiera interna. Inoltre, la decisione ha anche una sottile valenza politica, in conseguenza delle sanzioni economiche adottate nelle scorse settimane da Stati Uniti, Unione Europea e Canada.

Mercoledì 5 ottobre il governo ritira il divieto. Hanno influito le manifestazioni di insofferenza della classe imprenditoriale, proliferata durante gli 11 anni di governo Bashar al-Assad, in forza della (seppur debole) apertura all’economia di mercato. Dopo il passo indietro, il ministro dell’economia e del commercio Mohammad Nidal Shaar ha annunciato una nuova misura per proteggere le riserve siriane, che permette alle aziende di pagare l’import con fondi privati di moneta forte.

“Dopo il clamore, il governo ha capito che il divieto avrebbe portato ad un aumento dei prezzi locali, del contrabbando e della disoccupazione”, ha affermato Nabil Sukkar, ex dirigente della Banca Mondiale ed economista indipendente siriano. “Inoltre avrebbe generato ritorsioni da parte dei nostri partner commerciali e danneggiato la credibilità della riforma siriana”.

I provvedimenti adottati dai partner commerciali sono già una realtà, mentre la riforma è solo sulla carta. Il quadro delle decisioni internazionali di questi giorni mette luce sull’evoluzione delle relazioni internazionali e sulle ragioni di partner ed ex partner.

La risoluzione proposta al Consiglio di Sicurezza da Gran Bretagna, Francia, Germania e Portogallo supervisionata da Washington, si è fermata martedì 4 ottobre davanti al veto di Cina e Russia, a cui si sono aggiunte le astensioni di India, Brasile, Libano e Sud Africa. In pratica, il Bric ha detto no all’Occidente.

Qualche passo indietro. Il 17 marzo 2011 il Consiglio di Sicurezza avvalla l’intervento in Libia, permesso dalla posizione di Cina e Russia che rinunciano alla possibilità di porre veto e si astengono assieme agli altri del Bric più la Germania. E’ la Risoluzione 1973 con cui viene permessa una no-fly zone sulla Libia, in forza della quale saranno necessari interventi militari.

L’evoluzione del conflitto libico non trova l’entusiasmo degli astenuti, che si trovano impegnati in una nuova guerra e in nuovi accordi economici che privilegiano di più i vecchi coloni Occidentali.

La richiesta di riconoscimento del presidente palestinese Mahmoud Abbas all’Onu sta sbattendo contro il muro Occidentale, con Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti che ostentano il proprio diritto di veto davanti al voto favorevole del Bric. La raccomandazione dell’Unesco a riconoscere lo stato Palestinese votata mercoledì 5 ottobre (40 voti a favore, 14 astensioni e 4 no, tra cui Washington) rischia di restare un messaggio diplomatico lasciato al vento.

La proposta Occidentale di sanzioni alla Siria presentava un testo che, seppur rivisto, lasciava, come nel recente caso libico, la possibilità di un intervento militare. Gli ambasciatori all’Onu di Pechino (Li Baodong) e Mosca (Vitaly Churkin) hanno ribadito la propria denuncia della repressione in corso nel paese, ma precisato la convinzione che una risoluzione così articolata non avrebbe contribuito ad un’evoluzione pacifica del conflitto. Né escluso un intervento militare.

La variabile più influente nella maglia dell’equilibrio geopolitico sembra essere la Turchia. Non per altro dopo la sconfitta all’Onu Germania, Francia, Gran Bretagna, Danimarca e Stati Uniti si sono rivolte al premier turco Recep Tayyip Erdogan, spronandolo a denunciare il veto russo e cinese. In un comunicato rilasciato dal Sud Africa, Erdogan ha sottolineato l’intenzione di continuare la morsa all’economia siriana: “Turchia e diversi o tutti i paesi dell’Ue, e chissà quali altri, prenderanno provvedimenti. Non fermeremo le nostre sanzioni”. La Turchia ospita i lavori delle realtà siriane ribelli al clan Assad ed ha già adottato un embargo sul mercato di armi, oltre ad essere importante partner commerciale per Damasco, par ragioni energetiche ed idriche.

Fonti: euronews, lapresse, Bbc, The National, Il Fatto Quotidiano

[articolo scritto per Osservatorio Iraq]

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