Il dovere del riot

“Forza impetuosa e incontrollata”. Così il mio vocabolario definisce la violenza. Cosa abbiamo visto sabato a Roma?

Tanto scalpore attorno agli eventi, il pubblico, i media ed i politici hanno urlato allo scandalo, alla degenerazione, ad episodi di ordinaria follia che non si devono più ripetere.

Forza impetuosa ed incontrollata. L’attuale crisi, come anche quella dei sub-prime è una crisi economica provocata dalla finanza, che riguarda quell’esile percentuale (l’1% scrivono i manifestanti scesi nelle strade del mondo) di magnati che giocano con i loro risparmi al rialzo, indebitando gli stati e impoverendo il restante 99%.

Avere la forza di portare conseguenze così profonde è, dico senza indugio, forza impetuosa. Che assume connotati di incontrollabilità nel momento in cui si perdono le redini, nel momento in cui le conseguenze assumono dimensioni eccessive che portano ad un lento smantellamento di servizi e diritti costruiti in decenni di sforzi (e lotte), o l’abbandono di programmi di sanità pubblica, o un crollo appunto incontrollato dell’equilibrio macroeconomico.

La definizione di violenza è propria del comportamento mostrato dai magnati della finanza mondiale. I ragazzi scesi in piazza a Roma sabato 15 ottobre hanno partecipato ad un corteo, rispettando gli accordi quanto al percorso previsto. Lungo il tragitto hanno dato sfogo alla rabbia contro banche, macchine, edifici, chiese e forze dell’ordine. Lo sfogo è legittimo?

Non mi sembra sia accaduto nulla di straordinario a Roma. In occasione di cortei di protesta contro qualcuno o qualcosa di irraggiungibile, la rabbia si sfoga contro simboli che più o meno a ragione vengono ad esso riferiti. Modo e luogo sono apparsi poco appropriati, per alcuni addirittura controproducenti: ma più si reprime con occhi ed orecchie bendate in nome di una legalità innanzata a stendardo dell’ordine costituito, va detto a Maroni, più l’antagonismo si esaspera nella lotta per cambiare le regole.

Temo sia azzardato ricondurre una manovra di massa come vista a Roma, ad azione militarmente organizzata. Se un gruppo di alcune migliaia di persone porta in piazza azioni militari strutturate, le conseguenze non si limiterebbero a qualche auto in fiamme, un edificio (abbandonato) al rogo e decine di vetrine in frantumi. E sopratutto non si rispetterebbe diligentemente il percorso di un corteo contro i palazzi del potere che si tiene a debita distanza dagli stessi.

Vien da se pensare che la forza di quel corteo doveva dirigersi a dispetto dei divieti e dello spiegamento di forze dell’ordine verso i Palazzi (nonostante fosse sabato), per iniziare azioni di forza contro chi si opponeva al passaggio del corteo e dare così la possibilità alla parte politica in coda allo stesso di negoziare in piazza e poi in aula. Oggi ci si sarebbe voltati e si sarebbe visto poco se non il nulla, perchè se chi seguiva i manifestanti con la bandiera di un partito ha condannato gli scontri, c’è poco da aspettarsi nel momento in cui le forze viste fossero state convogliate nella direzione giusta.

Non trovo alternative al riot. Dobbiamo liberarci di quella cortina perbenista che porta a condannare qualsiasi atto distante dal bon-ton, qualsiasi azione che in nome di un mondo migliore non è capace di porgere l’altra guancia ma, al contrario, degenera e si discosta da un inutile pacifismo. Quelli visti a Roma sono atti vandalici che assumono valenza politica e sociale nel momento in cui sono propri di una lotta di piazza, ed in forza di questo (a prescindere che sia permesso o meno dalla legge) acquistano legittimità.

Trovo sorprendente la distanza della stampa e di tante persone dalla realtà. Condivido la critica che quei ragazzi non fossero parte della fetta più povera e mal messa d’Italia, ma non lo trovo pertinente con l’oggetto del corteo. I giovani italiani di oggi hanno prospettive di futuro pessime, l’idea di una pensione è una chimera, lo stato sociale, il welfare, la scuola, la sanità si stanno sgretolando perchè chi governa li ritiene secondari rispetto ad altri valori. A protestare non si possono chiamare i detenuti di Lampedusa o i raccoglitori di pomodoro schiavizzati in Puglia e nemmeno i tanti al lavoro nero nei cantieri edili sfruttati dai padroni e da uno stato complice (se non direttamente, certamente indirettamente con le politiche sull’immigrazione).

In questo vedo violenza: la seconda accezione del mio vocabolario recita “azione volontaria, coercitiva, esercitata da un soggetto su un altro, in modo da determinarlo ad agire contro la sua volontà”. Prostituzione? Lavoro nero? Minacce e corruzione? Ristrutturazioni allo stato sociale vincolate dal Fondo Monetario Internazionale?

Come dovrebbero canalizzare gli indignati, rectius, i giovani scontenti questo malcontento? Il voto non è una soluzione. Spero si crei un dialogo interno alle realtà del movimento, per organizzare azioni coordinate e non più, come visto a Roma, disarticolate. Per trovare consensi (e non dissensi) nelle azioni di piazza con un obiettivo chiaro e politicamente condivisibile da perseguire ed ottenere.

Un sistema capitalistico in crisi trova nella stessa crisi la forza per alimentarsi e tornare a crescere. Non escludo l’ipotesi di agenti infiltrati tra i manifestanti con l’ordine di scaldare gli animi dando il la ai tafferugli. Ipotesi forse falsa, ma non lontana dalla logica vista alla scuola Diaz, a Genova ed anche in val di Susa con la becera devastazione di stato all’accampamento dei militanti. Il governo italiano non aspetta altro che un terremoto, una valle che protesta o un corteo antagonista per far propaganda e trovare terreno fertile nell’immobilità egoriferita, culturalmente e moralmente deprecabile dell’italiano medio.

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