La Lega Araba entra nella crisi siriana

E’ scaduto domenica 30 ottobre l’ultimatum unilaterale della Lega Araba nei confronti del governo di Damasco, per un’auspicabile ma remota fine delle violenze. Il presidente Assad millanta nemmeno troppo ironicamente “terremoti” ed agita lo spauracchio di un nuovo “Afghanistan” davanti all’incoerenza aggressiva della Nato.

Il presidente Bashar al-Assad ha rilasciato un’intervista al giornale britannico Sunday Telegraph, in cui ribadisce la posizione del governo nei confronti dei ribelli, associati senza condizioni a terroristi finanziati da stati esteri, e, senza ricorrere a minacce, chiarisce all’Occidente il rischio di un nuovo Afghanistan scaturito dall’ipotesi Nato di imporre, come visto in Libia, una No Fly Zone.

“La Siria è il perno della regione. E’ una faglia, e se giochi con la terra puoi causare terremoti”, afferma Assad. “Qualsiasi problema in Siria può incendiare tutta la regione. Se lo scopo è dividere la Siria, allora si tratta di dividere tutta la regione. Volete vedere un nuovo Afghanistan o decine di nuovi Afghanistan?”.

Assad prosegue nell’intervista riducendo la primavera araba ad una diatriba tra islamisti e pan-arabisti, assicurando che Damasco ha combattuto in passato i Fratelli Musulmani e continuerà a lottare contro di essi. Ammette degli errori perpetrati dalle Forze di Sicurezza, ma afferma anche di vivere una condizione differente dagli altri tiranni arabi, avendo all’indomani dell’inizio delle rivolte, avviato un processo di riforme democratiche.

Oltre alla logica invadente della Nato, è intervenuto nel dibattito Wu Sike, inviato di Pechino in medioriente, che in un incontro con Assad ha ribadito la necessità di un cambiamento dello status quo che vada nella direzione auspicata dalle richieste di democrazia del popolo siriano. Accanto a Wu anche il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha chiesto ad Assad di offrire al paese riforme serie, e non repressione e violenza.

Come previsto, anche la Lega Araba ha incalzato Damasco lo scorso venerdì, inviando un messaggio urgente per la fine delle violenze: domenica è scaduto l’ultimatum di due settimane imposto dalla Lega, passato inosservato e senza conseguenze. Delegati della Lega si sono seduti ad un tavolo di confronto con la controparte siriana Walid Muallem a Doha, Qatar, arrivando ad un presunto accordo che verrà reso pubblico mercoledì 3 novembre a Il Cairo presso la sede della Lega.

Quanto emerge desta preoccupazioni che vanno al di là della crisi siriana. Le organizzazioni internazionali, siano esse l’Onu o la Lega Araba, sono impotenti difronte agli stati. L’assenza di un potere coercitivo-sanzionatorio li rende sterili ed impotenti. Chi ha potere coercitivo, la Nato, potrebbe infiltrarsi nel conflitto, a patto di un impegno quanto meno analogo a quello libico in termini di dispendio economico, consenso internazionale ed interno ai singoli paesi coinvolti.

Variabili non secondarie sono l’assenza di una risorsa allettante come il petrolio, in Siria non così abbondante, e la posizione dei paesi ‘amici’ di Assad. Un intervento Nato potrebbe scomodare l’Iran e alcune realtà armate interessate ad un intervento destabilizzante per sconvolgere la regione. Inoltre anche la Nato dovrebbe dipendere da un via libera Onu, come visto nel caso libico, e in tal senso nuove e vecchie potenze mondiali potrebbero rompere le uova nel paniere Nato, sia per voler evitare un’ennesima ingerenza Occidentale o una reazione a catena degli amici di Assad, sia per ambire ad una fetta della torta da spartirsi.

La situazione attuale deve fare i conti anche con l’economia reale: l’impoverimento generalizzato della popolazione inizia ad essere tangibile, con beni primari d’importazione (olio alimentare, zucchero, farina, caffè, tabacco …) in forte rincaro a causa delle politiche autarchiche (attuate per preservare le riserve estere), una disoccupazione tra il 15 ed il 25% ed una vitalità commerciale bloccata. Il Fondo Monetario Internazionale stima una contrazione dell’economia nel 2011 pari al 2%. Le principali voci del Pil, agricoltura e petrolio (più del 40% del Pil) al momento non risentono della situazione, ma il turismo (12% del Pil) è in forte calo. L’Indice d’Intensità del Conflitto, su cui si basano le multinazionali per valutare il rischio paese, ha portato la Siria da una situazione di rischio medio a una di rischio estremo, con conseguenze sugli investimenti esteri.

Fonti: Bbc, The Telegraph, Irin News, Sana, The National

*Articolo scritto per Osservatorio Iraq

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