Damasco continua il bluff

All’indomani dell’intesa sull’accordo di pace proposto dalla Lega Araba, il governo di Damasco non cambia condotta e viola i punti salienti del patto. Secondo l’Onu le vittime della repressione superano quota 3.500, mentre il 16 novembre scade il termine imposto dalla Lega al presidente Bashar al-Assad per avviare un dialogo con l’opposizione.

Le stime delle Nazioni Unite contano 60 vittime nei sette giorni successivi alla firma dell’intesa con la Lega (2 novembre). Il primo punto dell’accordo di pace, immediato abbandono delle violenze, risulta non rispettato. L’esercito non è stato ritirato dalle città e dalle aree residenziali (secondo punto), i prigionieri politici restano nelle carceri (terzo punto) e, per il momento, resta difficile l’ingresso nel paese per giornalisti e membri di organizzazioni per i diritti umani (quarto punto).

Proprio il 2 novembre The Arabic Network for Human Rights Information (Anhri) rilascia un comunicato in cui denuncia la persecuzione di scrittori, artisti e blogger. Lina Ibrahim, giornalista del Tishreen, è scomparsa a fine ottobre; Wael Youssef Abaza, freelance, è scomparso il 25 ottobre a Damasco; Hussein Gharir, blogger, è stato sequestrato fuori casa il 2 ottobre. Nizar Madani, membro del Central Council of the National Coordination, ed Ehsan Taleb, scrittore, restano incarcerati e di loro non si hanno notizie.

Il Syrian Human Rights Committee stila con precisione la lista dei deceduti (definiti martiri) nei giorni successivi il 2 novembre.

Perchè Assad ha accettato il piano di pace della Lega? L’Institute for War&Peace Reporting pone la domanda ad Ausama Monajed, consigliere del presidente del Syrian National Council (Snc). “Innanzitutto, è importante ricordare che il regime ha accettato gli accordi solo sulla carta. In secondo luogo, l’unica ragione risiede nel fatto che Assad si è accorto che Russia e Cina non continueranno a proteggerlo ad oltranza all’Onu […] Ora è chiaro che la Lega Araba userà la propria influenza con Cina e Russia per persuaderle a non usare il veto in seno al Consiglio di Sicurezza, ed è chiaro che né Russia né Cina vogliono compromettere i rapporti con la Lega Araba, in particolare con l’Arabia Saudita, solo per proteggere Assad”.

Restano però aperti dei punti chiave: la reazione degli altri amici di Assad (leggi Iran ed Hezbollah) ad un’azione di un nuovo gruppo di volenterosi (o della Nato), e la reale fattibilità in un momento di profonda crisi di un’azione militare congiunta in un paese importante quanto a posizione geopolitica, ma secondario quanto a risorse. A quanto detto va aggiunta la minaccia di armi nascoste: è di questi giorni la notizia dell’accusa dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Iaea) nei riguardi di Teheran per aver lavorato in clandestinità all’arricchimento dell’uranio. Preoccupazioni analoghe sono di state di recente riproposte dall’Iaea (con soddisfazione di Israele) nei riguardi della Siria (con cui Damasco non collabora) in riferimento ai lavori in corso a Deir ez-Zur e Al Hasakah.

Il Snc farà pressioni all’Onu per imporre una No-Fly Zone sul modello libico, ma, interesse occidentale a parte, resta da considerare l’efficienza di un’azione militare, il suo costo umano, nonché i connotati neocolonialisti che va potenzialmente ad assumere, rilevanti per ragioni di strategia regionale. Rispondere alla violenza con la forza militare non deve essere l’unica soluzione da considerare.

L’agenzia di stampa Agence France-Presse ha dato notizia il giorno 8 novembre di una lettera inviata dal ministro degli esteri siriano, Walid Muallem, alla Lega Araba in cui il governo di Damasco chiede aiuto alla Lega contro gli Stati Uniti, accusati di incitare e causare gli “eventi sanguinosi”. La Siria chiede alla Lega di “creare le condizioni adeguate per poter implementare gli accordi”. La Lega ha convocato a Il Cairo un meeting d’emergenza per il prossimo sabato 11 novembre.

Pronta la replica del Snc: rivolgendosi all’Onu, all’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (Oic) e alla Lega Araba invita a “porre fine al massacro perpetrato dal regime siriano”. Alla comunità internazionale l’Snc chiede “l’invio imminente di osservatori arabi ed internazionali nella città di Homs per valutare la situazione dal territorio ed evitare nuove violenze e massacri”. Homs è l’unica grande città fuori dal controllo del governo dopo le operazioni militari ad Hama, Deir ez-Zur, Lattakia e Banias. Proprio ad Homs si è concentrata lo scorso fine settimana l’offensiva del governo.

Fonti: Bbc, Iwpr, Anhri, Shrc, The National, Carnegie Endowment

*Articolo scritto per Osservatorio Iraq

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