La Lega insiste, Assad sembra accettare e i ribelli attaccano

La Lega Araba sospende la Siria e pone un nuovo ultimatum per la fine delle violenze e l’ingresso di osservatori esterni nel paese. Damasco accetta il pacchetto prima della scadenza, ma servono i fatti per allentare una situazione definita dal ministro degli esteri russo “guerra civile”. Germania, Francia e Gran Bretagna preparano una proposta per il Consiglio di Sicurezza, e l’Onu stima le vittime al di sopra di 3.500.

Sabato 12 novembre la Lega Araba riunita a Il Cairo ha votato con 18 voti a favore, 3 contrari (Siria, Libano e Yemen) e un astenuto (Iraq) la sospensione della Siria dall’organizzazione e l’imposizione di ulteriori sanzioni.

Mercoledì 16 la Lega si è ritrovata in Marocco per dare decorrenza alla sospensione e porre un ultimatum di tre giorni a Damasco per cessare le violenze e permettere l’ingresso nel paese di una delegazione internazionale di osservatori. In contemporanea al vertice, vi sono stati attacchi alle ambasciate di Marocco ed Emirati Arabi Uniti a Damasco: in risposta Rabat e Parigi hanno richiamato i propri rappresentanti. Qualche ora prima, il Free Syrian Army (Fsa) aveva messo a colpo il maggior attentato della sua breve storia, distruggendo parte dell’Air Force Intelligence ad Harasta, una delle più temute agenzie di stato.

A latere dell’incontro di Rabat si è svolto un meeting tra il ministro degli esteri turco, Ahmet Davutoglu, ed i rappresentanti dei 21 paesi arabi della Lega. La Turchia condivide un lungo confine con la Siria, ed è proprio lungo le linee di confine a nord (con la Turchia) e a sud (con la Giordania) che potrebbe iniziare un progressivo isolamento di alcune zone del paese.

La posizione di Ankara assume sempre maggior importanza, come previsto, non solo per questioni idro-energetiche, quanto anche per il ruolo di ospite dei rifugiati politici siriani: nei giorni scorsi il governo Erdogan ha concesso al Syrian National Council (Snc) di aprire un ufficio in territorio turco. Sempre in Turchia si era nascosto Ryad al-Asa’ad, attuale comandante del Fsa.

Venerdì 18 un funzionario del governo di Damasco ha comunicato poco prima della scadenza dell’ultimatum, la decisione di permettere l’ingresso nel paese di tecnici esterni e di accettare (seppur con qualche riserva) il pacchetto proposto dalla Lega. Già poche settimane fa Damasco aveva avvallato sulla carta una proposta della Lega: resta da vedere la serietà della risposta.

Lunedì 14 novembre sulla prima pagina di Al Quds Al Arabi, quotidiano redatto a Londra, Abdelbari Atwan ha definito “affrettata” la decisione della Lega: scelte analoghe da parte dell’organizzazione araba hanno in passato preparato la strada ad interventi militari. “Si iniziò con l’Iraq, poi la Libia e ora è il turno della Siria; solo Dio e l’America sanno chi sarà il prossimo”. Atwan ritiene che si stia facendo il gioco di Washington: “Lasciamo che gli arabi attacchino gli arabi, che i musulmani attacchino i musulmani”.

Proprio lo scorso lunedì si è registrato il maggior numero di vittime dall’inizio delle rivolte: più di 70 in un giorno, tra civili (circa 27, uccisi dalle Forze di Sicurezza), soldati fedeli ad Assad (34) e disertori del regime (12, tra Homs e Deraa). Human Rights Watch ha rilasciato un report, “We Live as in War”, in cui raccoglie più di 110 interviste a vittime e testimoni delle violenze nella provincia di Homs tra metà aprile e fine agosto. Homs però non è lo specchio del paese: a Damasco e ad Aleppo (maggiori città, entrambe per lo più lealiste) la vita e l’economia continuano quasi senza ostacoli, e se è vero che il Fsa annovera circa 15 mila disertori, è altrettanto vero che i vertici militari restano fedeli ad Assad.

Sulle pagine del The National, quotidiano di Abu Dhabi, Alan Philps sottolinea la peculiarità della posizione geopolitica siriana, che, oltre a caratterizzarla ben distintamente dalla Libia quanto a risorse petrolifere e natura del tessuto sociale, ne rendono impossibile un reale isolamento: la storia del paese, già parte della Repubblica Araba Unita assieme all’Egitto di Nasser, immischiata nella questione palestinese, protagonista della storia recente del Libano e coinvolta nelle faccende dei vicini Iraq e Giordania, lo radica inestricabilmente alla regione.

E, riprendendo ancora Atwan, non si può pensare di isolare con embarghi o provvedimento analoghi un paese che soddisfa una discreta offerta del proprio fabbisogno e che ha canali aperti con il Libano (via Hezbollah) e l’Iran, quando non con Russia e Cina.

Da non sottovalutare il pericolo della profezia che si auto avvera. Il regime di Damasco ha indicato fin dai primi momenti delle proteste l’estremismo sunnita come una delle chiavi di lettura per decifrare la natura dei ribelli. Fino ad oggi questo non corrisponde a verità, ma se la situazione continuerà a trascinarsi con così tante violenze allora non sarà da escludere una reciproca fusione dei ribelli con i sunniti integralisti. Questa non auspicabile situazione rischia di dare il via ad una serie di violenze contro quelle minoranze (dai cristiani agli alawiti) che hanno trovano protezione sotto l’ala degli Assad.

Germania, Francia e Gran Bretagna hanno elaborato una risoluzione da proporre al Consiglio di Sicurezza che riprende in toto le richieste della Lega Araba. Il disegno di risoluzione verrà proposto e presumibilmente votato martedì 22 all’Assemblea Generale e, se avvallato, potrebbe essere adottato dall’Assemblea.

Fonti: The National, Bbc, Hrw, Iwpr

*Articolo scritto per Osservatorio Iraq

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