Russia e Cina chiavi di volta

Secondo le stime dell’Onu al termine dei primi otto mesi di rivolte le vittime in Siria sfondano quota 4.000 e creano le premesse per accuse di crimini contro l’umanità. L’Europa vara ennesime sanzioni economiche, la Lega rilancia i provvedimenti già presi e la Turchia dopo tanta titubanza ne annuncia di propri. Lo scenario però resta intricato e tutt’altro che semplice.

“Stimiamo una cifra simile a 4.000, ma in realtà le informazioni in nostro possesso rilevano un valore più alto”, afferma da Ginevra l’Alto Commissario per i Diritti Umani dell’Onu, Navi Pillay.

Il 23 novembre la diciassettesima sessione speciale del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu ha elaborato un report che parla di possibili crimini contro l’umanità e sancisce la nascita di una commissione d’inchiesta per verificare fatti e circostanze ed individuarne i responsabili. L’obiettivo è dibattere della questione presso l’Assemblea Generale per promuovere una risoluzione del Consiglio di Sicurezza (tanto per una No Fly Zone quanto per coinvolgere l’International Criminal Court).

Giovedì 1 dicembre l’Unione Europea ha varato nuove sanzioni economiche contro la Siria, precisamente rivolte a 12 persone e 11 imprese, che si vanno ad aggiungere al già corposo elenco stilato negli ultimi mesi dall’Ue. La lista dettagliata dei nuovi ‘sanzionati’ verrà resa pubblica venerdì 2 dicembre a mezzo pubblicazione sul giornale ufficiale dell’Ue.

Anche la Turchia dopo tanto tergiversare si riconosce in qualità di membro della Nato e si allinea al volere Occidentale (e non solo) varando sanzioni economiche nei confronti dei vicini siriani. Mercoledì 30 novembre il ministro degli esteri turco, Ahmet Davutoglu, rende pubblica la notizia dagli studi di una televisione ad Ankara. Verranno tagliate le relazioni con la banca centrale siriana, congelati gli accordi di prestito con il governo, bloccata la cooperazione con la banca commerciale siriana, sospeso il finanziamento di progetti infrastrutturali della banca di commercio estero turca.

Verranno inoltre congelati i beni dei funzionari siriani coinvolti nelle violenze, sospeso l’High Level Strategic Cooperation Council e ribadito il blocco alla vendita di armi e munizioni. “Beni primari ed umanitari come acqua ed energia elettrica non saranno inclusi nelle sanzioni”, sottolinea il presidente turco Abdullah Gul. “Voglio che tutto il mondo ed i siriani lo sappiano”. Dettaglio importante, considerati i delicati rapporti in materia idrica (ed energetica) tra i due paesi.

Davutoglu esplicita anche il continuo supporto offerto dal governo turco ai nuclei d’opposizione in esilio, il Syrian National Congress (Snc) ed il Free Syrian Army (Fsa).

Il regime di Bashar al-Assad assorbe i colpi e continua a reprimere. Secondo il Syrian Observatory for Human Rights (con sede in Inghilterra) giovedì 1 dicembre le Forze di Sicurezza hanno causato la morte di sei persone nel villaggio di Traimseh, nella provincia di Hama, ed altri 21 civili sono caduti lo stesso giorno nel paese.

Venerdì 2 dicembre funzionari del governo hanno scortato dei giornalisti fino al villaggio di Kfarbo, provincia di Hama, dove martedì 29 novembre un bambino di 9 anni è stato freddato da un cecchino mentre comprava dei biscotti. Le accuse dalla famiglia (e del governo) sono contro i terroristi armati. Il caso è rilevante alla luce della fede cristiana della famiglia in questione.

L’International Crisis Group analizza la crisi siriana ponendo l’attenzione su cinque variabili: il destino della comunità alawita (a cui aggiungerei quello delle minoranze etniche e, sopratutto, religiose); la connessione tra Siria e Libano; natura e implicazioni dell’accresciuto coinvolgimento internazionale; l’impatto sul lungo periodo del movimento di protesta militarizzato; l’eredità dello strisciante degrado sociale, economico ed istituzionale.

Il reale stato delle cose non può essere fedele né a quanto affermato dagli stati Occidentali, né a quanto sostenuto dal governo siriano. Neppure la Lega Araba offre una chiave di lettura oggettiva a causa dei giochi di potere che ne determinano gli equilibri interni (vedi nulla osta per l’occupazione dell’Iraq 2003 e della Libia 2011). Certo, l’Onu potrebbe offrire una visione della crisi siriana non viziata, infatti nei dibattiti dell’Assemblea Generale una fetta (seppur minoritaria) di paesi si è pronunciata in modo opposto alla lettura ed alle proposte dei paesi Occidentali.

Punti chiave restano Cina e Russia. Il loro parere ha bloccato e può bloccare in futuro qualsiasi risoluzione al Consiglio di Sicurezza. Entrambi i paesi spronano Damasco a varare le riforme richieste dai manifestanti e allo stesso tempo dialogano tanto con il governo che con i ribelli. Dopo l’esperienza libica Mosca e Pechino rigettano un intervento al sapore di interferenza (se non di ingerenza) servito dagli occidentali: con pochi interessi in gioco hanno poco da perdere. Inoltre non sono coinvolti come l’Occidente nella lotta contro l’Iran e non sposano la logica di un intervento militare, consapevoli peraltro del ruolo di primo piano giocato nella crisi siriana da Teheran, Hamas ed Hezbollah. Il loro atteggiamento, determinante per una svolta del conflitto, pare essere ambiguo e di attesa.

Fonti: The National, Bbc, Carnegie Endowment, International Crisis Group, Anhri, Hrw

*Articolo scritto per Osservatorio Iraq

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