Qualche nodo viene al pettine

Dopo il terzo grave attentato in cui ha perso la vita il cronista francese Gilles Jacquier, decifrare la situazione siriana appare ancor più articolato. L’Onu denuncia più di 5 mila vittime civili e vota risoluzioni non vincolanti, la Lega Araba avvia la tanto richiesta indagine sul campo, Damasco persevera nell’additare un complotto Occidentale, il Syrian National Council (Snc) si mette in mostra e parla di No-Fly Zone più morbida.

Dopo un tira e molla diplomatico durato alcuni mesi, Damasco e Lega Araba raggiungono l’accordo per l’invio di osservatori internazionali nel paese. Non è chiaro chi abbia vinto la partita, che appare un ragionevole accordo: la Lega potrà inviare personale tecnico protetto dall’esercito siriano e muoversi liberamente per il paese, ma non potrà visitare siti militari strategici. Come contropartita Damasco accetta di impegnarsi per interrompere le violenze, liberare le strade dai militari e rilasciare progressivamente i detenuti politici.

“La firma del protocollo segna l’inizio di una cooperazione tra la Siria e la Lega Araba e noi accoglieremo gli osservatori”, ha affermato il ministro degli esteri siriano, Walid Muallem. “Vogliamo uscire dalla crisi e costruire una Siria sicura e moderna, una Siria che possa essere modello di democrazia”.

Giovedì 22 dicembre un team di nove delegati della Lega arriva a Damasco assieme a giornalisti internazionali, per preparare i lavori degli osservatori. La denuncia di Damasco verte su un complotto Occidentale che ha causato più di 2 mila vittime tra le Forze di Sicurezza e i militari. All’opposto, i ribelli e l’opinione pubblica occidentale (e non solo) parlano di repressione sanguinosa della popolazione civile: tra le due posizioni è delicato intuire la reale mission della Lega.

“Il regime di Assad non implementerà né accetterà l’iniziativa della Lega Araba”, afferma Radwan Ziadeh, portavoce del Snc. “E’ vero che hanno firmato l’accordo ma non ci sono cambiamenti. E’ solo una firma su di un foglio […] Siamo in stretta collaborazione con la Lega, ma la nostra posizione è che la Lega Araba è un’istituzione molto debole, incapace di proteggere la popolazione. Ecco perchè abbiamo chiesto alla Lega di informare dei fatti il Consiglio di Sicurezza Onu”.

Venerdì 23 dicembre due autobombe nel cuore di Damasco provocano 44 vittime. Il governo accusa al-Qaeda: da Beirut avevano informato dell’infiltrazione di una cellula alqaedista, afferma alla Bbc Jihad al-Makdissi, portavoce del ministro degli esteri. Che aggiunge: “Ci impegneremo a fare tutto quanto possibile per proteggere la missione della Lega”. Dal Snc arrivano dichiarazioni che additano il governo: Damasco non era ancora stata toccata da episodi tanto gravi e un attentato all’indomani dell’arrivo dei delegati arabi gioca a sfavore dei ribelli.

L’arrivo del primo scaglione di osservatori della Lega, il 26 dicembre, è preceduto da ennesimi scontri nella città di Homs, con decine di morti. Il giorno seguente gli osservatori visitano proprio Homs, per poi spostarsi ad Hama, Idlib e Deraa, tutti centri focali della protesta. L’accoglienza riservata al gruppo capeggiato dal generale sudanese Mustafa al-Dabi è calda, riportano i giornalisti che li accompagnano: il popolo chiede loro protezione. Gli uomini di al-Dabi sono scortati ed accompagnati da militari, ma è loro assicurata libertà di movimento e al loro arrivo le città appaiono sgombre dei blindati, come previsto dagli accordi.

Damasco gioca le sue carte. Mercoledì 28 il governo rilascia 755 detenuti arrestati dall’inizio delle proteste. Gli scontri e le violenze però persistono.

“Abbiamo appoggiato la missione di monitoraggio della Lega Araba perchè avrebbe costretto il governo ad esporsi”, afferma alla Bbc il leader del Snc, Burhan Ghalioun. “Ma non abbiamo mai creduto che fermasse le violenze”. Ghalioun chiede l’interesse dell’Onu alla missione della Lega e l’intervento delle forze Occidentali per realizzare una No-Fly Zone parziale, limitata ad una parte del territorio e non completa come in Libia. “La Siria non è come la Libia. Il paese ha già istituzioni ed uno stato efficiente, abbiamo già un sistema legale e giuridico. Vogliamo distinguere il regime dallo stato. Non ci sarà il caos visto in Libia. Abbiamo già istituzioni militari forti, e le vogliamo preservare”.

Sabato 7 gennaio un altro grave attentato a Damasco: un ordigno esplode vicino ad un autobus provocando una trentina di vittime. Ma gli episodi sono quotidiani e la missione della Lega (165 osservatori) inizia ad apparire inefficace a fermare le violenze. Il 10 gennaio il presidente Bashar al-Assad parla alla nazione, ribadendo le accuse a gruppi terroristi ed il sostegno alla missione. La Lega, riunita al Cairo, rileva che le violenze sono diminuite dall’arrivo degli osservatori e la missione ha ragione di continuare. Il Snc accusa la Lega di defilarsi e a poco a poco il maggior gruppo d’opposizione sembra allontanarsi dall’entusiasmo con cui ha accolto l’intervento arabo.

“La situazione in Siria verte attorno a questioni religiose, settarie e di razza, e questo deve essere evitato”, afferma il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, lasciando intendere la possibilità di un intervento militare turco.

Mercoledì 11 gennaio il reporter francese Gilles Jacquier resta vittima di una granata ad Homs, assieme ad altre 8 persone. La Bbc riporta che uno dei 165 osservatori abbandona la missione definendola una “farsa”.

La crisi siriana si sviluppa, ma nessuno scenario prende il sopravvento. L’unica certezza è l’ingresso nel paese della missione araba, una breccia nel muro alzato da Assad, una prima intromissione estera. A questo proposito, la visita del primo ministro inglese David Cameron al re saudita Abdullah di venerdì 13 gennaio, sembra un dettaglio importante.

Fonte: Bbc

*Articolo scritto per Osservatorio Iraq

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