Primavera siriana, anno primo

Due autobombe cercano di destabilizzare la situazione nella capitale Damasco, ed un terzo attentato segue la stessa strada ad Aleppo, seconda città del paese. Nessuna rivendicazione, denunce a tutto tondo contro attentati ed attentatori. L’orgoglio di un popolo scende nelle piazze ad un anno dall’inizio degli scontri e il presidente indice (libere) elezioni.

Sabato 17 marzo Damasco è colpita da due attentati che feriscono un centinaio circa di persone (tra forze di polizia e cittadini) e ne uccidono almeno altre 27. Il giorno seguente è la volta di Aleppo: un’autobomba esplode in una zona residenziale non lontano da uffici delle Forze di Sicurezza. Almeno tre le vittime e 25 i feriti. La dislocazione geografica degli episodi riconduce il mandate alle forze d’opposizione, che però tacciono e non rivendicano. Sarà perché fino ad oggi poco hanno riconosciuto dei crimini commessi dal Free Syrian Army (Fsa) e dalle svariate altre cellule ribelli (poco più ha ammesso la compagine di Assad per le violenze delle Forze di Sicurezza), sarà perché dall’Europa all’Iran passando per Onu e Lega Araba si fa a gara nel denunciare gli atti terroristici.

Sorprende che sia Human Rights Watch, autorevole realtà per la difesa dei diritti umani, a spendere parole di accusa e denuncia nei riguardi dell’opposizione ed ai metodi brutali e sanguinari usati dai ribelli. L’organizzazione informa dalle proprie pagine on-line di aver inviato una lettera pubblica al Syrian National Council (Snc) e agli altri gruppi d’opposizione. Precisando che mutilazioni ed altri orrori da parte del regime sono dati “documentati”, il direttore di Hrw per il medioriente, Sarah Leah Whitson, precisa che “tattiche brutali messe a punto dal governo non possono giustificare abusi da parte dei gruppi d’opposizione armati. I leader d’opposizione devono chiarire ai propri sostenitori che loro non torturano, non rapiscono né giustiziano in nessuna circostanza”.

La realtà però è ben distinta e non deve sorprendere: in uno scontro aperto in cui anche chi si ribella dal basso è armato, incitato e supportato logisticamente da forze d’intelligence ben addestrate, sarebbe impensabile un’offensiva non violenta e pacifica.

In Consiglio di Sicurezza continuano i lavori per un’ennesima bozza di risoluzione, mentre Sergei Lavrov, ministro degli esteri russo, si affanna da mesi in colloqui su e giù per l’occidente argomentando le ragioni russe e impegnandosi al meglio nell’arte diplomatica per preservare sia i rapporti con la Siria che le relazioni con Europa e Usa. Il tutto in attesa delle evoluzioni della missione di Kofi Annan, inviato speciale di Onu e Lega Araba.

Giovedì 15 marzo è stata indetta da attivisti siriani fedeli al governo una “Global March for Syria”, organizzata in diverse province del paese. Le immagini riportate da Al-Manar, emittente libanese di Hezbollah, mostrano piazze gremite di persone con la bandiera nazionale siriana. Martedì 13 il presidente Assad, prestando fede a quanto previsto dalla nuova Costituzione entrata in vigore lo scorso 27 febbraio, emana un decreto legge che indice elezioni parlamentari per il prossimo 7 maggio.

Ha ragione Matteuzzi a definire sulle pagine del Manifesto “pirla” chi si azzarda anche solo a pensare che l’impegno russo per evitare un intervento militare sia dovuto al rispetto per la democrazia e la non violenza. Detto questo, Matteuzzi ammette che la posizione di Mosca è la più lucida e corretta: come dimostrato dallo stesso Hrw (seppur con grave ed imperdonabile ritardo a conflitto terminato), l’intervento in Libia ha rovesciato un dittatore lasciando sul campo morte, gruppi armati, assoggettando un paese ostinatamente avverso all’Occidente in chiave neocoloniale. Alla ripetizione di questo scenario la Russia preferisce temporeggiare, lasciare l’iniziativa al popolo ed evitare un intervento che sicuramente coinvolgerebbe altri (pericolosi) attori, Iran e Israele.

Da un punto di vista geopolitico, Nicola Lofoco, freelance, avanza un’analisi lucida intervistando il giornalista Bassam Saleh, corrispondente dell’agenzia Al-Nahar news. Il governo siriano sembra resistere ad un anno di attacchi, la sedia di Assad non vacilla. La disinformazione che arriva in Occidente è creata ad arte dalle petromonarchie saudite e dalle loro emittenti (Al-Jazeera in primis). Al momento attuale finanche la Clinton mette in discussione un intervento militare, impaurita dalla possibilità di distribuire armi in mani poco affidabili. La stessa Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), si dice preoccupata per le conseguenze economiche di uno shock petrolifero indotto da un’invasione in chiave anti iraniana della Siria.

L’invito rivolto a tutte le etorogenee forze d’opposizione è partecipare alla prossima tornata elettorale, possibilmente supervisionata da ispettori internazionali. Il voto non porta sempre diritti e democrazia, si basa su regole del gioco scritte da chi detiene il potere che le vizia, quanto più è autoritario, a proprio favore. Nella situazione attuale le elezioni appaiono però una via d’uscita ed un supporto a chi, come la Russia, non gradisce un intervento umanitario/militare. Le opposizioni argomentino a dovere la propria posizione.

Fonti. Hrw, Bbc, Al-Manar, Press TV

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