Posizioni prese: la partita ha inizio

La Lega Araba si è ritrovata giovedì 29 marzo a Baghdad, riportando un’assemblea di importanza internazionale nella capitale iraquena, dopo più di vent’anni. Solo otto dei 22 membri della Lega vi hanno preso parte: Iraq, Sudan, Tunisia, Palestina, Comore, Libia, Libano e Kuwait. Assente la Siria, interdetta dalla Lega, e, con l’esclusione del Kuwait, tutti i paesi del Golfo. Presente il leader dell’Onu Ban Ki-moon, in qualità di rappresentante del piano Annan promosso da Onu e, appunto, Lega Araba.

Perchè tanti assenti? Assad dal canto suo è sospeso dalla Lega, e dunque non ha diritto a partecipare. Ma i paesi del Golfo? La Bbc ipotizza un tentativo di boicottare il vertice dovuto alle intese tra Baghdad e Teheran. Qatar e Arabia Saudita hanno inviato degli emissari: i due paesi da mesi promuovono un intervento armato in Siria e il rifornimento di armi a qualsiasi ribelle, piano non accettato dalla Lega, che attraverso il lavoro di Kofi Annan e dell’Onu ha proposto un piano pacifico (cioè, senza armi e finanziamenti pericolosi).

Martedì 27 marzo, il presidente Bashar al-Assad ha accettato i sei punti del piano scritto da Kofi Annan: sviluppo politico che raccoglie aspirazioni e voci del popolo siriano; stop a tutti gli scontri armati sotto la supervisione Onu; garantire l’accesso ai soccorsi umanitari, unitamente a due ore di stop umanitario; rilascio dei detenuti arbitrari; garantire la libera circolazione dei giornalisti per il paese; garantire la libertà di associazione ed il diritto a manifestare.

Scontri e violenze però non sono cessati. Assad sostiene la necessità che anche i “gruppi terroristi” smettano gli scontri armati, altrimenti l’esercito è impossibilitato a ritirarsi. Questo il contenuto del messaggio inviato da Assad ai leader del Brics, riuniti a Delhi lo stesso 29 marzo. La linea delle cinque potenze (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) è la stessa portata avanti da Cina e Russia in seno all’Onu: l’unica via per la fine degli scontri è non violenta.

Di idee ben diverse altri leader mondiali. Se poco si crede ad un dittatore come Assad, lasciamo spazio alle parole di William Hague, segretario britannico per gli affari esteri: supporteremo i ribelli “con accordi in merito a pratiche non letali tanto all’interno quanto all’esterno del paese […] così da permettere a loro stessi di sviluppare una credibile alternativa ad Assad”, ha affermato Hague il 29 marzo, garantendo un finanziamento extra di mezzo milione di sterline ai gruppi d’opposizione. Il 13 gennaio il primo ministro britannico David Cameron si era incontrato con re Abdullah, per discutere della crisi siriana: l’incontro è chiave di volta per comprendere la politica (neocolonialista) saudita e britannica. Londra è la prima a rispondere all’appello del principe saudita Saud al-Faisal per offrire supporto pratico ai ribelli. In Bahrein, all’indomani delle rivolte, Londra stanziò un’ammontare pari ad un milione di sterline in armi ed equipaggiamento militare.

Le affermazioni di Hague precedono di poco il vertice “Amici della Siria” organizzato ad Istanbul domenica 1 aprile. 71 paesi hanno partecipato all’incontro, disertato da Russia, Cina e da Kofi Annan. Ne riassume le conclusioni il Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton: “Invitiamo Kofi Annan a stabilire una timetable per l’implementazione del piano in sei punti […] Assad deve dimettersi ed il popolo siriano deve essere libero di decidere il proprio futuro”. L’assemblea riconosce come interlocutore unico e rappresentante di tutti i siriani il Syrian National Council (Snc), proprio mentre rappresentanti di altri gruppi d’opposizione non lo riconoscono e ne prendono le distanze. E gli Usa minacciano di seguire Londra.

“Siamo difronte ad un’offensiva regionale ed internazionale finalizzata a trovare vie per uccidere ancor più siriani e distruggere società e stato, indebolire il paese e trasformalo in un ennesimo stato dipendente da Washington, Parigi, Londra e Tel Aviv”, è quanto scrive il quotidiano di stato siriano Al-Baath riferendosi al meeting di Istanbul.

L’Snc rilascia dichiarazioni a margine del vertice inerenti promesse di ingenti aiuti da parte di Arabia Saudita, Qatar ed altri paesi del Golfo: ”Non hanno ancora creato il fondo, ma provvederanno a breve e ci hanno comunicato una cifra pari a circa 200 milioni di dollari. Noi abbiamo chiesto un miliardo”, afferma Haitham Al Maleh, direttore dell’Haitham Maleh Foundation for the Defense of Syrian Human Rights Defenders e importante voce dell’opposizione. Burhan Ghalioun, leader del Snc, afferma invece che “l’Snc si prenderà carico del pagamento di salari fissi a tutti gli ufficiali, soldati ed altri membri del Free Syrian Army (Fsa)”. Nemmeno un mese fa il Fsa aveva respinto la gestione politica (del Snc) dell’esercito ribelle.

“Alla luce della nostra esperienza in Iraq”, ha affermato il primo ministro iraqueno Nouri al-Maliki durante il vertice della Lega a Baghdad “l’opzione di armare una parte dei contendenti trascinerà ad un conflitto regionale ed internazionale in Siria”.

La sera di lunedì 2 aprile la Siria accetta la timeline di Annan, che fissa al 10 aprile il termine ultimo per iniziare ad attuare il piano in sei punti. Nell’attesa delle elezioni parlamentari del prossimo 7 maggio, i sei punti di Annan appaiono la via più pacifica per preparare la campagna elettorale e cercare con strumenti politici (e non militari) una svolta democratica. Gli “Amici della Siria” sembrano privilegiare una strada già battuta, riconoscendo interlocutori preferenziali e muovendo armi e capitali.

Fonti: PressTV, Bbc, Al-Manar, The National, The Economist

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