Cercasi nuova Libia disperatamente

“Non credo che i nostri militari fermeranno gli scontri fino a quando non si placheranno le offensive dell’altra parte”. A parlare così è il capitano Avham al-Kurdi, del Free Syrian Army (Fsa). Appare chiaro che mancano le premesse per rispettare il piano per il cessate il fuoco di Kofi Annan. Sabato 14 aprile il Consiglio di Sicurezza ha varato la risoluzione 2042 ed il giorno seguente i primi osservatori disarmati dell’Onu sono sbarcati in Siria.

Il presidente Bashar al-Assad è intimato dall’Occidente, dai paesi arabi ad essi fedeli (leggi, paesi del Golfo) e dalle più quotate organizzazioni internazionali ad imporre al suo esercito ed alle Forze di Sicurezza di cessare il fuoco e porre fine a scontri e violenze nel paese. Assad è sovrano di un paese in cui è in corso un’offensiva armata di alcuni (non pochi) dissidenti, che minano la sovranità stessa di Assad e certamente l’uso esclusivo della forza. Il governo ha il diritto di impegnarsi per ripristinare lo stato di diritto e l’ordine all’interno dei suoi confini. Ma in questa sfida è lasciato solo.

Anzi, appare osteggiato. La Turchia ospita l’intelligence tanto del Fsa quanto del gruppo d’opposizione più quotato dell’opinione pubblica occidentale, il Syrian National Council (Snc). Arabia Saudita e Qatar finanziano o quantomeno smaniano di inviare armi e munizioni ai ribelli auspicando (meglio, invocando) la caduta del regime. Usa, Francia ed Inghilterra accusano Russia e Cina del veto alla precedente risoluzione del Consiglio di Sicurezza, additando i due paesi per favoreggiamento della repressione armata dei pacifici dissidenti. E tralasciamo per mancanza di informazioni concrete il ruolo giocato nella partita da Israele.

Il piano di Kofi Annan per il cessate il fuoco prevedeva la creazione delle precondizioni necessarie alla sua implementazione fino al 10 aprile, giorno entro il quale i militari di Damasco dovevano abbandonare ogni centro abitato e ritirare armi pesanti e veicoli armati. Nelle successive 48 ore il cessate il fuoco doveva concretizzarsi e le opposizioni avevano il vincolo di attenersi al volere del governo. Alle 6.00 di giovedì 12 aprile qualsiasi forma di violenza sarebbe dovuta cessare da ogni parte. Successivamente le parti avrebbero iniziato dialoghi per una soluzione politica.

“Il mondo sta guardando con occhi scettici le tante promesse fatte dal governo siriano non mantenute”, ha affermato da Ginevra il Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-moon. Che giovedì 19 aprile sentenzia la violazione degli accordi stipulati tra Onu e Damasco.

Le violenze sono continuate durante tutto il periodo da ambo le parti. Il 12 aprile la Tv di stato siriana ha denunciato l’esplosione di una bomba anti-carro ad Aleppo nel pomeriggio. Accuse analoghe si inseguono da mesi senza tregua da ambo le parti.

Alla luce dei fatti l’Onu ha accelerato i tempi per una nuova risoluzione, confezionata ed inviata ai rispettivi governi per il nullaosta venerdì 13. Lo stesso giorno le opposizioni accusano Damasco di aver aperto il fuoco su un corteo di manifestanti.

A dispetto dei timori, e dopo alcuni ritocchi imposti dal delegato russo, sabato 14 la risoluzione viene votata all’unanimità. Approderanno in Siria più di 30 osservatori disarmati (il primo team di otto è al lavoro già da domenica 15 agli ordini di un colonnello marocchino) che riferiranno alle Nazioni Uniti la situazione nel paese: sulla base del resoconto il Consiglio di Sicurezza potrà incrementare il numero degli osservatori fino a circa 250.

“Al primo team della missione deve essere permesso di visitare luoghi come Homs oggi stesso. Il governo deve fermare i bombardamenti e ritirarsi. E può farlo oggi stesso”, ha affermato l’ambasciatrice statunitense presso l’Onu Susan Rice. “Il Consiglio di Sicurezza può autorizzare la missione nella sua completezza domani, ma senza poter visitare i luoghi cruciali degli scontri … essa non sarà efficace”.

Cosa accadrebbe se l’esercito siriano si ritirasse oggi stesso la Rice non azzarda a spiegarlo, come d’altronde tralascia qualsiasi commento sulla legittimità delle forze armate parallele ed antagoniste al regime, sui canali di reperibilità (o se preferiamo di fornitura segreta) di armi, nonché su abusi e violenze ai danni dei civili, aspetti curati invece da organizzazioni internazionali per i diritti umani come, tra gli altri, Human Rights Watch (Hrw).

Tutelare governo, opposizioni e civili per preparare le ormai vicine elezioni (in calendario a maggio) non passa neanche per sbaglio dai microfoni dell’Onu, della Lega Araba o degli autoproclamati “Amici della Siria”. Molto meglio destabilizzare il prima possibile la situazione per eliminare l’amico canaglia.

Il portavoce siriano all’Onu afferma di gradire esclusivamente osservatori del Brics, e la richiesta appare furba: Assad non ha mai riconosciuto Washington come interlocutore valido (e alla luce delle esperienze iraquena, afghana e libica a ragione), peraltro viziato in partenza dalla posizione più volte smascherata all’Onu di scudo israeliano. Proporre Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa appare un giusto quanto necessario aggiornamento dello scacchiere politico.

Hassan Nasrallah, leader Hezbollah, ha rilasciato un’intervista a Julian Assange, fondatore di Wikileaks, in cui si propone come intermediario nella crisi siriana. Probabilmente sarebbe di parte né più né meno dei leader Occidentali e del Golfo.

“Il Bahrain non è la Siria”, ha affermato due giorni prima del Gran Premio di Formula 1 il primo ministro britannico David Cameron, mentre da più parti giungono denunce contro il governo di Manama per gravi violazioni dei diritti umani. “In Bahrain vi è un processo di riforme in corso”. O una cieca amicizia basata sui petroldollari.

Fonti: The National, Bbc, Press TV, Hrw

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